Mappa dell’Antartide del 1912 progettata da August Heinrich Petermann

La cataratta del mondo

di Gabriele Fanelli

Due libri sulla visione e sull’esplorazione. L’occhio umano che appassisce e quello fotografico come strumento per il più selvaggio reportage mai portato a termine dall’uomo. Il nostro fotografo di fiducia mixa così Cataratta di John Berger e Shackleton in Antartide di Frank Hurley. Buona lettura.


Se oggi fosse vivo Frank Hurley avrebbe centotrent’anni e, sicuramente, sarebbe quasi cieco, come tanti altri vecchi che subiscono un’ossidazione delle proteine che costituiscono il cristallino.

John Berger

Hurley avrebbe il cristallino opacizzato proprio come quello di John Berger, autore, insieme al vignettista Selçuk Demirel, di Cataratta, pubblicato nell’edizione italiana da Gallucci nel gennaio 2015. Hurley è stato uno dei più intrepidi fotografi del suo tempo, ha documentato i due conflitti mondiali e le sue foto sono state pubblicate sulle riviste più importanti del mondo. Berger è ancora uno degli intellettuali più influenti; a lui si deve molto per la sua riflessione critica sulla fotografia. Chissà, forse Berger e Hurley si sono anche incontrati quando il primo era arruolato nella British Army dal 1944 al 1946 e il secondo era ufficiale fotografico, ancora in prima linea, seppur non più giovane.
Un secolo fa Hurley ha realizzato quello che è stato definito il reportage più selvaggio di sempre. In quel tempo il suo occhio pesava venti chili e lo portava con sé ovunque, sui pennoni delle navi e sui cumuli di ghiaccio dell’Antartide. Il suo occhio era composto da un banco ottico in legno, lastre fotografiche in vetro e da un altro apparecchio fotografico a soffietto, più piccolo e leggero.

Quanti esploratori sono riusciti a raggiungere il Polo Sud? Tanti, ormai. Ma alla fine dell’Ottocento, quando è iniziata la cosiddetta epoca eroica delle spedizioni antartiche, nessuno aveva mai rischiato così tanto. Sir Ernest Henry Shackleton chiuse quest’epoca, divenendo l’eroe della sua spedizione a bordo della nave Endurance, a cui Hurley prese parte: ventotto uomini, decine di cani da slitta, una nave intrappolata nei ghiacci per più di nove lunghissimi mesi nel bel mezzo di una spedizione durata tre anni, dal 1914 al 1917. La sua attrezzatura fotografica fu l’occhio dell’intera spedizione, e grazie ad essa Hurley ha riconsegnato al mondo la narrazione di quel viaggio leggendario. Almeno in parte, si può dire che la gloria di Shackleton sia merito suo.

Una foto da Shackleton in Antartide

Hurley fece un ritratto a ciascun componente della spedizione Endurance, forse perché temeva che potesse finire male, voleva che si conservasse il ricordo. E proprio in quel periodo in cui la fotografia sembrava dover rimanere imprigionata nell’estetica ottocentesca del ritratto posato e immobile come unica risposta alla vitalità del mondo, Hurley documentò tutto il frenetico fermento della vita di bordo e fuori bordo di una nave bloccata da un mare di ghiaccio. Non di soli ritratti è composto il libro Shackleton in Antartide, pubblicato da Nutrimenti nel febbraio 2015. Questi sono solo all’inizio, poi iniziano pinguini, balene e navi baleniere, vedute sconfinate di bianco e vita di bordo, partite di calcio sul pack, la nave ripresa di notte con luce spettrale.

Hurley è morto nel 1962, due anni dopo l’invenzione della cura per la cataratta. Nel 1960, il medico russo Fëdorov creò il primo cristallino artificiale, una piccola lente nuova e pulita, che utilizzò per sostituire il cristallino opacizzato dell’occhio umano. Oggi l’intervento per la sostituzione del cristallino a causa della cataratta è uno dei più diffusi al mondo, normale pratica chirurgica. John Berger, nel suo Cataratta, racconta proprio della rinascita visiva di chi si sottopone a questo tipo di intervento: dice di come si riescano ad apprezzare di nuovo forme e colori, dopo essersi abituati ad un mondo opaco. Le fotografie di Hurley in Shackleton in Antartide sono in bianco e nero, ma sono anche molto nitide; non sembrano scattate un secolo fa in condizioni estreme, con lastre fotografiche in vetro e senza un laboratorio fotografico stabile: l’estremo sforzo di sopravvivenza viene in tante immagini dimenticato in favore di orizzonti infiniti, un sublime romantico quasi pittorico in seno al più puro e duro fotogiornalismo, che nasceva proprio lì, proprio in quegli anni.
L’Antartide era, e forse è ancora, uno scenario opaco, di sicuro l’ambiente più ostile al mondo, sempre pronto a sfidare lo spirito giovane di qualsiasi avventuriero anche dei nostri giorni. Chi non può arrivare fin laggiù, può sfogliare le pagine di Shackleton in Antartide, e provare a immaginare di far parte di quella folle ed eroica spedizione. Invece, chi un po’ in là con gli anni ha la vista appannata dal suo cristallino, sappia che la Cataratta di John Berger offre speranze di nuove visioni. L’esplorazione percettiva può forse donare emozioni forti, come quelle di una spedizione antartica.
Tutti i mari, anche quelli in tempesta, lasciano intravedere qualcosa sotto
la superficie dell’acqua, sia anche solo il vortice di bolle delle onde più violente.

L’Antartide è un oceano bianco, una macchia bianca nel blu dei mari del Sud, che non lascia vedere nulla attraverso. Chi ha cercato di raggiungerlo, di attraversarlo, non ha potuto mai sospirare di fronte alla semplicità cristallina della scoperta. Il vento di ghiaccio ha stretto le costole di qualsiasi esploratore, l’affanno ne ha appannato la visione.
L’Antartide è terra di nessuno quasi inconoscibile.
L’Antartide è una meravigliosa cataratta sul vecchio occhio del mondo.


Gabriele Fanelli (1986) è laureato in filosofia. Si occupa di fotografia di scena e reportage. Ha partecipato alla mostra collettiva itinerante Through Waters(Pechino, Tianjin, Sarajevo). Nel 2014 ha frequentato il corso annuale di fotografia documentaria presso l’agenzia fotografica LUZ a Milano.

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