Mauro Tetti, A pietre rovesciate. Un estratto

Pubblichiamo un estratto da A pietre rovesciate (Tunué), romanzo d’esordio di Mauro Tetti, già vincitore del premio Gramsci per inediti. Si ringrazia l’editore. Buona lettura.

Prima di continuare è bene descrivere le parti di questo villaggio. Ciò che è diventato. Ma non farò una descrizione precisa, solo quello che mi viene in mente. Dopo dodici minuti di cammino andando verso nord si incontra il villaggio di Nur. E dodici minuti di cammino, cioè dodici secondi in una macchina davvero molto veloce, sono la distanza che ci separa dal mare. La strada che lega le città di mare a Nur sono immerse tra alberi e pietre. E gli alberi sono: eucalitti per la salute; querce per la virtù, il coraggio e la dignità; ginepri per il silenzio; arbusti per il profumo. Invece le pietre sono pietre e basta. La stessa parola Nur vuol dire pietra preziosa.

Il tempo è il procedere delle stagioni, nel paese che dico, e ogni stagione ha la sua maledizione. Che sia del sole o della pioggia. O che sia la più feroce stagione, del vento, che soffia come in nessun altro posto conosciuto, che soffia giorno e notte, incessante. Il maestrale piega gli alberi fino a farli sdraiare sulla sabbia, muove le fronde e le spinge a sudest. Così nei campi più esposti tutto appare storto e allungato sul terreno, parrebbe di riconoscere la rotazione del pianeta, se non fosse la tempesta.

Appena arrivati a Nur, proprio all’ingresso, ci si ritrova circondati da carcasse di elettrodomestici. A vederli così sembrerebbe l’apocalisse adesso: poggiati l’uno sull’altro, morti e arrugginiti, frigoriferi, televisori sfasciati, lavatrici, forni e anche materassi, tutti ingialliti. Quindi dopo dodici minuti di cammino si incontra un paese di schifezze.
Osservando con attenzione si nota che le gatte partoriscono dentro le ceste delle lavatrici in disuso e i cani trottano e pisciano, e i ratti giganti allattano i topini nel caldo delle coperte abbandonate. Grovigli di peli.

Il viaggiatore che entra a Nur è accolto da un cartello grandissimo che dice Welcome. E questo cartello è bucato da proiettili e io penso che chi ha fatto questi buchi, proprio lui, non aveva niente da fare. Il viaggiatore che entra a Nur vede spuntare all’orizzonte i tetti senza tegole dei caseggiati. I fumi dei camini si uniscono e salgono insieme. E il cielo è sempre visibile: le costellazioni la notte, l’azzurro profondo, eccetera.
Qualcheduno crede che ci sia un collegamento tra le stelle e le pietre di Nur. Pietre speciali: hanno forme di animaletti e facce di personaggi delle telenovele. Ecco: gli abitanti di Nur guardano la televisione tutto il giorno e poi passeggiano alla ricerca di teste di gente famosa.

Anche Giana diceva sempre che c’è un collegamento tra le luci del cielo e questi frammenti di materia. Quindi noi continuiamo a lanciare verso l’alto cercando di colpirle: le stelle. Ma non lanciamo abbastanza forte.

Il canale dorato divide il paese in due grandi spicchi di cemento. Costeggia il camposanto e si tuffa nel mare di Pistis. Anche se ci sono pecore morte galleggianti e ciocche di capelli è comunque un bel canale. In mezzo alla melma si possono ancora trovare sorprese che fanno impallidire: anche pietre luminose, ciò che rimane del tesoro nascosto. Nelle notti d’estate, quando c’è afa e una sensazione di stanchezza, come dopo lunghe giornate di lavoro; nelle notti d’estate dalle sponde del canale colano rivoli d’oro, e tutta la superficie è un mare dorato. Sono il caldo e la radioattività che trasformano le cose vere in sogni. I paesani più coraggiosi si slacciano le scarpe e si immergono. Io sono uno dei più coraggiosi. Partono scommesse delle volte, su chi riesce a risalire. Il flusso è agile, disinvolto. Salta nei campi e si arrampica nel cielo, perde il filo tante volte e lo ritrova dopo cento giravolte. Niente ostacola lo sguardo del viaggiatore. Egli pensa che il corso d’acqua possa risalire all’incontrario, come le stagioni diverse, infinite, della vita e della morte. Di là dal canale e tra gli alberi, dove l’acqua non arriva, sotto l’ammasso di stelle balenanti, c’è il pozzo sacro di Cristina Passiu. È così triste la sua morte che il pozzo è come un tempio misterioso. Chiunque passi di lì, in qualche modo, si riempie di paura e preferisce non guardare il fondo.

Si tramanda la credenza che nel mondo ci siano dodici copie perfette di Nur. E ogni copia, o l’immagine divulgata dalla tradizione, ha una sfumatura di colore differente. Il vicinato delle case vecchie è il suo quartiere popolare. Ti scende un brivido. Ci sono cagne pidocchiose che si strusciano sui bambini. I bambini sono come topi, mordono e corrono ciechi. Giocano nel fango. Ci sono galline col collo spiumato che si agitano nel buio, nascondono una covata di monete del diavolo. Nel vicinato delle case vecchie l’alba si gonfia in bolle di buio. C’è il maestrale che è come padrone, signore o re, delle case popolari e ci sono svastiche e falcemartelli e segni di tifoserie sui muri. Ci sono quindi dodici copie perfette anche di questo quartiere, dove gli spigoli delle case e i fili tirati degli stendibiancheria disegnano figure geometriche. Dove l’ingresso di ogni via si collega all’imbocco di un’altra, e questa all’imbocco della precedente. E a volte queste vie sono battute da orchi alcolizzati, che camminano lenti e fanno agguati nel buio della notte. Oltre le ringhiere arrugginite ci sono scale e pianerottoli, i fumi delle sigarette si intrecciano con i turni di lavoro. Lungo i bordi dei viottoli o dei sentieri campestri si contano i passi che portano al camposanto, ci sono ostacoli e trabocchetti, ci sono le facce degli abitanti di Nur e le loro espressioni citrulle, che ti viene da chiederti se queste persone hanno l’anima.