Sergente Romano

Pubblichiamo un estratto da Sergente Romano, in uscita per LiberAria Editrice il prossimo 14 aprile. Con questo romanzo l’autore Marco Cardetta ha vinto, come esordiente, il premio Vittorio Bodini-La Luna dei Borboni 2014.
Buona lettura.

7 giugno 1861

“Dì, che vai facendo per queste macchie, eh ciuccio cafone? Non lo sai tu che se t’acchiappana le Guardie finisci dritto sott’alle armi dei Savoia, a combattere contr’ai russi o contr’al Papa? E allora quel Gesù Cristo che porti in croce appeso al petto che penserà di te?” Disse Francesco Ferrante, detto Ciqquagna, a Francesco Larizza, detto Trimonciello, che lo fissava ebete. 
E Domenico Giove a fianco, gli bisbigliò nell’orecchio: “Oh, camerata… dico io: vai vagando come un pellegrino per queste macchie per sfuggire alla coscrizione: vienitene appresso a questi figli della rivoluzione, comandati dal qui presente Sergente…” 
Ma non finì la frase che Romano gli tappò la bocca e lo tirò giù per la collottola: “Ssst, zitto…” 
Si accovacciarono tra i cespugli e per il camminamento sopra di loro, sul costone della gravina, vennero avanti, dondolando sulle cavalcature, due Guardie Nazionali, Falcone e Celiberti: zoccolavano i ronzini sulla terra cosparsa di pietre calcaree, soffionavano dalle narici umide per l’afa, il ventre si contraeva e spandeva tra le cinghie delle selle, cigolando col clangore degli speroni. 
Romano batté sulla spalla di Ciqquagna e indicò il versante opposto della Gravina del Porto, di fronte a loro: tra le querce che frusciavano al vento, spuntavano i képi azzurri di altre tre Guardie. 
E in basso, nell’alveo della gola ricoperta di lecci e fragni, un altro paio che camminavano a caso. 
Ciqquagna passò parola, facendo cenno di aprire gli occhi, a Domenico Giove che si girò e fece lo stesso cenno a Giambattista Venere, nascosto più giù nel camminamento. 
Le Guardie sopra di loro rallentarono, poi la Guardia Falcone disse: “Aspetta”. Il cavallo si fermò e lui zompò giù con un tonfo. “Cos’è che fai? Michele…” 
“Mi debbo togliere una cosa dallo stivale che è da stamattina…” 
Romano tra i rami del cespuglio vide Falcone avvicinarsi verso di lui e sedersi sul pariete, di spalle. 
“Beh, però spicciati Michele, che se ci vede il capitano Giove…” 
“Che è… hai paura?” 
“No, macché…” 
Si tolse lo stivale, lo sbatté contro la pietra e se lo rimise. 
Romano sfoderò il revolver dal tascapane e la Guardia Falcone disse: “Ssst… Hai sentito?” 
“No, che?” rispose Celiberti. 
Falcone seduto sul pariete si inclinò di lato e scorreggiò, emanò una flatulenza rumorosa e lunga. Poi rise: “Eh eh eh…” 
“Meh, spicciati Michele…” Risalì in sella e si allontanarono. 
E andando vociavano: “Ma non t’ho già ripetuto che quando abbiama la divisa non mi devi chiamare Michele ma caporale?” 
“Ma sei mio cognato!” 
“E che vuol dire?” 
“Ma tu hai capito perché il capitano c’ha fatto venire al Porto stamattina?” “Non lo so…” 
S’allontanavano e le parole si facevano più rade: “E chi sarebbe questo Romano?” 
“Il guappo, quello che in inverno se ne andava vestito con la mantella da galantuomo… uno di quei sbandati mangia-pane-a-tradimento che bivaccavano assai comodi con Franceschiello e si lagnano che…” 
Tra lo zoccolare sulla terra pestata: “Speriama che viene subito l’inverno… ” “… ma siama ancora lontani”. 
“… ora…” “… bisogno…” 
Romano, Ferrante, Giove e Trimonciello restarono accovacciati dietro i biancospini, guardandosi, poi Ferrante bisbigliò: “Ma ha nominato Perniola? Non è che lo pizzicano? Questi sanno qualche cosa…” 
Romano rispose: “Macché… T’è parso a te, quello è figlio di puttana assai. Sarà già andato…” 
Romano s’alzò e con gli occhi comandò lo seguissero: fischiò e, più giù, da dietro un cespuglio spuntò Giambattista Venere. 
Ciqquagna disse a Trimonciello: “Mbhe? Te ne vieni appresso scemunito?” 
Ma senza aspettare risposta gl’assestò una manata sulla spalla, lo caricò di cartucciere pesanti e se lo tirò appresso sussurrandogli: “Pasqualino lo conosci: con lui siama sicuri. E qua mastichi, bevi e vai a spasso come ora, ma sei tra fratelli che combattono per la causa giusta”. 
Giove a fianco, ridendo con i denti gialli, aggiunse: “Siama per fare una scannata di questi liberali — abbiama fatta un partito per fare questo: non vuoi essere dei nostri?” 
Camminavano in fila, Romano con dietro Ferrante, Trimonciello e Giove: per ultimo Giambattista Venere, tirando per le briglie il mulo carico della cassa di fucili sul dorso: risalirono la Gravina del Porto tra i fragni che riflettevano la luce del sole e dopo il tronco di leccio spezzato in terra, bucherellato di parassiti, Romano tagliò per il camminamento a mezza costa risalendo tra cespugli di stracciabrache a bacche rosse fino a emergere sotto a Masseria del Porto, a mattino inoltrato. 
Il sole luccicava a picco e Romano ammirò dietro di lui la Gravina del Porto, la gola ricoperta di querce che si stende nei suoi diversi rami verso sud-est, trasformandosi nella gravina di Castellaneta, poi in quella di Laterza, giù fino al tarantino, al mare luccicante. 
Più a sinistra invece intravide Gioia-del colle, il paese che sorge sulla collina a metà strada tra Bari e Taranto: spuntava appena sopra le cime dei fragni e delle roverelle, con le sue casette dagli intonaci bianchi, con i pezzi di bugnato grezzo del castello federiciano, la pietra rosea di Palazzo Surico, il campanile di San Rocco e quello più alto della chiesa Matrice. 
Dietro Masseria Girardi, s’addentrarono nei boschetti di contrada Bosco e poi lungo i parieti a secco di Lama dei Preti, fino a sbucare sul 16 tratturello gioiese, che passa tangente a occidente del territorio di Gioia del Colle e va da Laterza ad Acquaviva: là Romano li fermò, prima controllò che non ci fosse anima viva, poi fece segno di attraversare, ma si bloccò nel mezzo del carraro, perché notò in fondo a destra, quasi alla svolta per la via di Santeramo, una carovana di cristiani che si allontanava: qualcuno scalzo, curvi e falce in spalla sott’al sole. 
“Questi sono quei miserabili che se ne vanno a mietere giù al Salento…” Disse Ciqquagna; e Romano rispose: “Già”. 
“Passano per forza di qua, dal tratturello, perché è l’unica via che c’hanno per andare dalla Lucania alla Puglia: se ci mettiama qua ogni giorno, vedi quanti ne arruoliama per la rivoluzione”. 
“Già”. Rispose Romano e sputò in terra. 
S’immacchiarono nel boschetto di fragni bassi di contrada Vallata e vicino alla casetta diroccata di Vincenzo Santoiemma, li salutò Vincenzo Santoiemma, dalla faccia butterata, che buttò sul dorso del mulo la sacca e il capretto che aveva in mano. S’unì alla comitiva: in spalla aveva un fucile. 
Nel carraro di fronte a sinistra, Masseria Giannico luccicava bianca sott’al sole e, vicino alle colonne della cancellata, camminava strisciando quasi al pariete a secco, Filippo Sette: si nascondeva dietro le fronde dei pini perimetrali: aveva la paglietta bianca sopra i riccioli grigiastri arruffati. 
Romano lo chiamò con un fischio, poi gridò con grido da capraro: “Ohh”. E quello sobbalzò, gli cadde la paglietta in terra. 
Romano lo pigliò per il colletto della giacchetta e gli disse: “Meh… ma io non t’aveva comandata di non farti vedere al Gran Campo finché non vieni approvata dal consiglio?” 
Filippo Sette accennò una risata e abbassò la testa: Ciqquagna e gli altri quattro passarono a fianco squadrandolo. 
Romano disse: “Io ora di regola doveva mandarti a Gioia a calci in culo e non farti venire più…” 
Filippo Sette: “Ma Pasqualino… sono stanco di rimanere fuori…” 
E Romano: “Aveva già parlata: ogni cosa a suo tempo”. 
Romano lo fissava ma quello restava con la faccia bassa, poi la alzò, rise e fece spallucce: entrarono insieme nell’aia: Ciqquagna e Vincenzo Santoiemma scaricavano la cassa, portandola dentro la masseria: Francesco Giannico di Masseria Giannico li aiutava. 
Il fratello, Nicola Giannico, sulla veranda puliva un coniglio appena scuoiato: con la punta del coltello raschiava l’interno dello sterno, scivolavano nel secchio di latta le interiora: attorno starnazzavano galline e gatti annusando, leccando le gocce di sangue in terra, si contendevano le frattaglie. 
E latrarono invece i cani: Pisacane, il volpino, s’arrampicò sulle gambe di Romano: scodinzolava; Fifì, invece, pastore maremmano dal pelo bianco sporco, ringhiò verso Filippo Sette, digrignò i denti, abbaiò, finché Ferrante battendo i piedi in terra, lo cacciò — “Za, za!” E spinse Filippo Sette a entrare nella masseria, passarono dall’afa di giugno al fresco dei grossi muri a calce bianca. 
Donantonio Giannico detto Tempesta, il massaro di Masseria Giannico, bisbigliò alla spalle di Sette: “Ma ora pure i ruffiani facciamo venire al Gran Campo?” 
E Vincenzo Santoiemma gli rispose: “Tempesta, ma tu non parli mai contento… Pure oggi che morì il demonio?”