Spoiler alert! Su Panorama, di Tommaso Pincio

di Marco Montanaro


Venerdì 21 e Sabato 22 novembre, a Bari, si è svolta la prima edizione del Premio Sinbad per l’editoria indipendente. Nella sezione narrativa straniera ha vinto Miriam Toews con I miei piccoli dispiaceri (marcos y marcos). In quella italiana il premio è andato invece a Panorama (NN Editore), il romanzo di Tommaso Pincio che, grazie all’affetto dei lettori e ad alcuni singolari rimandi extratestuali, sta diventando pian piano un piccolo libro di culto.

La copertina di Panorama. Illustrazione di Tommaso Pincio

Noi siamo ciò che facciamo finta di essere: perciò dovremmo fare davvero attenzione a ciò che facciamo finta di essere.
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Kurt Vonnegut, Madre Notte

A un certo punto di Panorama, Ottavio Tondi cerca di spiegare a Ligeia Tissot che la letteratura non è poi così diversa dal pettegolezzo. Glielo sta dicendo per iscritto, su quel social che dà il titolo al libro — perciò anche le loro chiacchiere digitali, alla fine dei giochi, non sono che una prosecuzione della letteratura con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz.
Controllare, spiare, osservare beati ciò che fanno gli altri e riferirlo più o meno pubblicamente: letteratura, sì, persino per quell’Ottavio Tondi ultimo lettore forte in un’Italia che, come vedremo, ha bandito la lettura dal novero delle pratiche socialmente accettabili.
Non è importante che Ligeia sia d’accordo, comunque. Ligeia potrebbe addirittura non esistere: e così dicendo ho appena commesso quel peccato mortale che in genere si chiama spoiler.

Spoiler a(le)rt
Se non è letteratura, il pettegolezzo è sicuramente imparentato proprio con lo spoiler, inteso, lo sappiamo bene, come spiegazione noiosa o infruttuosa anticipazione di trama. Il peccato mortale di ogni critico o recensore di libri, specie per chi si accosta a un’opera come alla mera elencazione degli eventi che racconta.
E allora, cari lettori di sceneggiature mancate, sappiate che qui di spoiler ce ne saranno a bizzeffe. Se non altro perché è lo stesso Tommaso Pincio, in questo Panorama, a ricorrervi come in ogni allegra distopia che si rispetti — sia pur senza eccedere: niente pagine e pagine di spiegoni alla George Orwell in 1984, per intenderci, pagine che sono insieme le migliori (per il futuro che ci piace pensare abbiano anticipato) e le peggiori (quando rallentano il ritmo della scrittura orwelliana) di quel romanzo.

Una distopia leggera
Ottavio Tondi, lo abbiamo detto, è l’ultimo lettore forte d’Italia. Di questa passione, che lo contrappone al padre, un volgare e protocriminale ragioniere romano, ha fatto un lavoro: legge manoscritti per la Bianca, casa editrice diretta da un sordido manager-direttore che i libri non ha certo bisogno di leggerli, per piazzarli sul mercato.
E così capita, a Ottavio, di far pubblicare addirittura uno strano best seller: La vergine, dell’anonima Gloria Stupenda. E gli capita persino un momento di notorietà: qualcuno insinua che sia lui, a celarsi dietro questa misteriosa Gloria, e allora, pur di smentire, Ottavio è costretto a rilasciare un’intervista (ad Antonio Gnoli, il giornalista di Repubblica, quello vero) — costretto, perché ovviamente Tondi è un uomo immobile, perso nei libri, che non può trovare alcun piacere al di fuori dalla lettura.
Il momento di notorietà, racconta Pincio (scopriamo pian piano che è lui a raccontare la vicenda), si espande oltre ogni misura quando a Ottavio viene proposto di fare un tour di spettacoli in giro per i teatri d’Italia. Di che si tratta? Semplice: lui, un divano e un libro. Una lettura, silenziosa e personale, mentre il pubblico sta lì a guardarlo per un paio d’ore, come in un concerto senza musica.
Pettegolezzo anche questo? Chissà, ma è l’inizio della distopia leggera di Pincio.

…E lo sarà per sempre
Pian piano, in effetti, lo scrittore romano ci fa scivolare in un mondo che è il nostro anche se non è il nostro. Lo slittamento è leggero, la distopia sfumata. Dopo una serie di incidenti (su cui taceremo, d’accordo, per amor di trama), Ottavio Tondi si ritrova in un Paese che non legge — definitivamente — più. Non solo: la lettura e le librerie sono messe al bando. Se si scrive, lo si fa per diletto personale (nessuno pubblica più libri, del resto) o sul web.
Altro slittamento nella distopia: il social network Panorama funziona come il nostro Facebook ma con regole più rigide; si è obbligati a postare almeno un contenuto al giorno e a posizionare una webcam in un punto della propria abitazione, pena la radiazione assoluta. Non a caso, per spiegarci come funziona — sì, lo dice, non lo mostra — Pincio tira in ballo il Panopticon di Jeremy Bentham, il carcere immaginario a struttura circolare che ha la torre di guardia nel mezzo. A un certo punto, come sappiamo, la presenza del controllore all’interno della torre diventa del tutto superflua: il controllato, non potendo sapere chi lo osserva né quando, finisce col controllarsi da solo.
È Facebook, ma non è propriamente Facebook.

Panopticon. Fonte: Wikipedia

Il piacere
Scivolati in questo mondo con la netta sensazione di esserci già per conto nostro, scopriamo che anche Ottavio Tondi ha smesso di leggere e, su suggerimento del poeta Mario Esquilino, ha effettuato la sua iscrizione a Panorama.
In breve non può più farne a meno. Soprattutto, non può fare a meno di guardare il letto sfatto e vuoto inquadrato dalla webcam di Ligeia Tissot, profilo digitale di una ragazza che si spaccia per ultima grande lettrice in questo mondo senza più libri: solo che lei legge ancora.

Il disastro, decisamente annunciato (ma che non racconteremo, d’accordo), inizia infatti a compiersi quando Ligeia decide di commentare gli status di Ottavio. Si tratta di poche righe in cui Tondi annota i ricordi delle letture fatte in quarant’anni di vita. Ricordi vaghi, senza più autori o titoli, che riesuma di notte in allucinanti viaggi in macchina sul Grande Raccordo Anulare. Puntualmente, Ligeia li riconosce tutti.
Tra questi appunti-status c’è anche Una solitudine troppo rumorosa, un libricino molto poetico dell’autore ceco Bohumil Hrabal, edito in Italia da Einaudi (per qualcuno, la Bianca di Panorama).

Intervallo: una solitudine fin troppo rumorosa
Hanta è un operaio che pressa libri destinati al macero. Sporco e solitario, il rumore della sua solitudine proviene dalle parole dei libri che legge involontariamente («Un uomo istruito contro la sua volontà»), tomi di filosofia e poesia che in un modo o nell’altro gli passano sotto il naso insieme ai topi del suo appartamento e della pressa. Snodo fondamentale del breve romanzo di Hrabal è il momento in cui Hanta scopre che ci sono imballatori molto più moderni di lui: li conosce in gita in una fabbrica pulita, in cui gli operai sono vestiti con delle linde salopette come Super Mario e hanno persino diritto alle ferie. In compenso, questi giovanotti non vengono mai a contatto coi libri, non si sporcano con la carta e l’inchiostro: tutto più veloce, algido, clinico. Ormai, per Hanta è chiaro che il futuro è arrivato, e che lui è già morto.

Bohumil Hrabal

La solitudine di Hanta richiama così quella di Ottavio Tondi, una solitudine che deriva da un poderoso e inaspettato proiettarsi in avanti del mondo che viviamo, uno slittamento che lo rende definitivamente incomprensibile ai nostri occhi (e non è un caso — spoiler! — che sia Hanta che Ottavio non trovino di meglio da fare che cercare ancora la vita nella frequentazione di giovani prostitute). La stessa solitudine che, per fare un po’ i sociologi da due soldi, possiamo dire di provare davanti allo schermo aperto su un social: chiacchiere che scorrono ovunque in forma di messaggi e informazioni, mentre un uomo resta da solo nella sua stanza e il mondo là fuori sembra sempre più inaccessibile.

Leggere non serve a niente
Nella distopia leggera, dunque, leggere è reputato un atto inutile, quando non addirittura scabroso. Ma la scabrosità potrebbe comunque rimandare a un certo, vago erotismo. In Panorama, invece, l’erotismo è tutto nel guardare, nel sapere e nel dire degli altri. È a questo punto che Ottavio dice a Ligeia che quel loro modo di comunicare, che a pensarci bene non è propriamente scrivere e neppure parlare, è comunque un fatto letterario. In fondo, per uno come Ottavio un’affermazione simile è del tutto naturale: per lui la letteratura, prima che sguardo sul mondo in una chiave di conoscenza o interpretazione, è soprattutto la possibilità di vivere, sia pure per interposta persona. Non è così per Ligeia: che però è finta, fintissima, a partire dal richiamo all’omonimo personaggio di Edgar Allan Poe, ma soprattutto nell’evocazione di certe rappresentazioni di noi che forniamo attraverso Facebook.
È dunque davvero letteratura, questa? È davvero letteratura questo nostro racconto corale — di noi, dei tempi che viviamo — che costruiamo ogni giorno sui social? E a questo punto: quando finisce la letteratura, per Tommaso Pincio? Ancora uno spoiler: mai, probabilmente.

Un’Adelphi «specchiato»

Panorama, fuori da Panorama
Panorama è un prologo, come indicato sul frontespizio del libro. Il che potrebbe voler dire molte cose: potrebbe esserci un seguito per le vicende di alcuni personaggi, a partire dal poeta Mario Esquilino, che alla fine del libro fugge in Messico, fino allo stesso narratore Tommaso Pincio, il cui ruolo di testimone tra queste pagine è piuttosto ambiguo. Oppure, come annuncia lo stesso autore nella nota finale, potrebbe anche essere che il vero Pincio si metta a scrivere per davvero La vergine, il best seller della finta Gloria Stupenda.
Ancora, in quella stessa nota Pincio ci ricorda che insieme al giornalista Antonio Gnoli, anche gli scrittori Giuseppe Genna, Teresa Ciabatti, Andrea Cortellessa, Francesco Pecoraro e Paolo Del Colle, disseminati qui e lì per il romanzo, sono le copie di persone reali; allo stesso tempo, ci fa sapere che Mario Esquilino è invece interamente frutto della sua fantasia, al contrario del libro Acque chete che (spoiler!) ha invece un ruolo determinante in Panorama. Che significa? È sufficiente farsi un giro in rete per scoprire che Acque chete è stato davvero pubblicato da un fantomatico editore di nome Mirror, coi testi di Esquilino (accompagnati da un’interpretazione dello stesso Pincio) e i disegni di Eugenio Tibaldi.
Ed è sufficiente fare un giro su Facebook per scoprire che lo stesso Esquilino vive effettivamente in Messico, Ottavio Tondi non posta quasi niente che non siano i suoi appunti, e che infine Ligeia Tissot è la classica svampita da social network.

Anche lo screenshot è letteratura

Insomma, se da un lato le varie parti del libro dialogano tra loro (la dicitura Prologo, gli appunti di Tondi — tra cui quello su Hrabal — , la nota finale e, perché no, anche la dedica), da un altro Panorama ha anche un forza centrifuga che spinge la storia fuori dal testo, dall’oggetto che abbiamo tra le mani verso altri libri, inclusi, sia detto per inciso, altre opere uscite a nome di Tommaso Pincio — il quale, sia detto sempre per inciso, è lo pseudonimo del gallerista e pittore Marco Colapietro.

Per di qua! No, per di là!
Cos’è questo Panorama, allora? Si è parlato di romanzo-saggio (il primo, peraltro, in cui un autore italiano si confronta seriamente con i social network senza soccombere), per cui potremmo prenderlo come una riflessione sulle contraddizioni di questa nostra epoca di bufale, deliri digitali e iper-rappresentazione; o perché no, come un semplice gioco di ponti e rimandi tra un libro e i social, senza dimenticare altre opere — che siano o meno di Pincio; ancora, non è da escludersi che la stessa intera opera pinciana si configuri come una critica, neppure troppo velata, al nostro attaccamento all’idea della creazione come atto individuale, non solo in ambito letterario — ma forse dovremmo dire editoriale, con tutto quel che ne consegue in termini di marketing.
Chi può dirlo? Da lettore forte e da persona che a vario titolo sta in mezzo ai libri, posso dire che non di rado ho immaginato che dietro le centinaia di titoli sfornati dall’editoria italiana ogni anno potrebbe celarsi, paradossalmente, un solo autore, data l’omologazione di certe proposte (soprattutto mainstream: si veda questo post dello stesso Pincio su Facebook).
Del resto, il tentativo dello scrittore romano non è il primo, neppure in Italia, di essere più autori (o di non essere se stessi): si pensi a Silvio D’Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni, che in appena trentadue anni di vita dimostrò di essere uno dei massimi scrittori italiani — pubblicando però esclusivamente sotto nom de plume le sue peraltro non numerosissime opere.

Tommaso Pincio

Insomma, il mio istinto da lettore forte (che non crede che la lettura possa davvero estinguersi, quanto, semmai, diventare più critica, selettiva, forse addirittura più intensa) suggerisce di godermi la scrittura di Tommaso Pincio e le sue invenzioni per quello che sono.
Per quanto possa apparire stralunato e naïf, Pincio ha infatti un tono e un approccio classico, non è un cieco devoto dello show-don’t-tell-a-tutti-i-costi e infatti si prende tutto il tempo per spiegare (spoiler!), dire, abbracciare il lettore in una prosa limpida, raffinata, mai ambigua (per quanto ironica) anche quando sta raccontando le inquietudini più intime e più profonde di quello che sembra essere il nostro tempo.
Oltre la verità letteraria, che notoriamente è finta (ma non falsa), non resta che questo, in fondo, tanto più in un’epoca — se proprio vogliamo fare della sociologia spicciola — in cui l’umanità sembra aver spostato la finzione dall’opera d’arte alla realtà, facendola scantonare verso il falso. E non è poco, anzi: se ci pensate bene, è ciò che ci fa continuare a essere dei lettori, più o meno forti; ciò che ci fa sussultare per un attimo e poi continuare a ignorare gli immancabili necrofili che di tanto in tanto si agitano per dirci che la letteratura è morta, il mondo sta finendo e che anche loro non si sentono poi tanto bene.


Marco Montanaro (1982) ha pubblicato la raccolta di racconti Sono un ragazzo fortunato (Lupo) e i romanzi La Passione (Untitl.Ed) e Il corpo estraneo (Caratteri Mobili). Suoi testi sono apparsi su minima&moralia,inutile, Scrittori Precari e altre riviste. Il suo blog è malesangue.com.

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