Raccontare in video è nostra responsabilità

Non si parla mai tanto del nodo allo stomaco che proviamo quando vogliamo creare, come in quelle notti di flusso creativo che non sappiamo come sfogare. Quando riusciamo a emettere quella che per noi è arte, creatività, quel nodo e quella sensazione d’ansia improvvisamente svaniscono, no? In quell’esatto momento proviamo una sensazione di estasi cognitiva, un piacere intellettuale. E’ il rilascio di dopamina che ci dice che si, abbiamo contribuito all’umanità con una nostra creazione. Riuscire a tirare fuori questo è mandare un dritto segnale a tutto ciò che ci circonda, in quell’istante di creazione trascendiamo l’ego ed esistiamo solo noi e l’universo. La tecnologia ci ha permesso di alzarci a un livello superiore, condividere il momento e la soggettività del nostro punto di vista, mostrare su uno schermo la nostra esplosione di creatività. E non è forse a questo che davvero abbiamo sempre sperato che la tecnologia servisse? Attraversare uno schermo per arrivare all’altro, per creare una connessione artistica tra persone, raccontarla, emozionarci, condividere la nostra estasi e lasciare un’impronta che si sviluppa nello spazio come una fotografia o un dipinto, e nello spazio e nel tempo come un film, come un video.

Cinema can no longer be clearly distinguished from animation. It is no longer an indexical media technology but, rather, a subgenre of painting. Cinema becomes a particular branch of painting — painting in time.

Questa grande frase di Lev Manovich ci dice che il cinema è essenzialmente una branca della pittura, una pittura temporale. Pensandoci, nessun’altra tecnologia che l’ha preceduto ha permesso di catturare degli istanti che si sviluppano ed evolvono momento dopo momento, nella quarta dimensione del tempo. Se pensiamo alla fotografia che ci permette di rappresentare un solo preciso istante o a un quadro con le sue teoriche mille dimensioni artistiche, entrambe rappresentano un’effimera esperienza. Il cinema è invece come un quadro che si rivela nel tempo. Ma non è questa la meravaglia! Possiamo guardare il tutto da una prospettiva diversa: ad un tratto abbiamo avuto uno spazio onirico mediato dalla tecnologia, una via d’accesso ad un modo per rappresentare le nostre idee viaggiando attraverso spazio e tempo, dominandoli. Questo è più incredibile della realtà virtuale, è come avere un mondo virtuale che diviene realtà, è proprio come nel film Inception: il regista è in grado di progettare quello che essenzialmente è uno spazio onirico che l’audience può riempire con il proprio subconscio.
 Linkletter va pure oltre. Egli dice che gli esseri umani conoscono da sempre come si guarda un film perchè lo fanno già da centinaia di migliaia di anni sognando. Quindi la ragione per cui sia stato così naturale, così intuitivo e innato per noi capire come si guarda un film è perchè già lo facevamo ogni notte, da sempre.

Dunque quello che facciamo con il cinema è far incontrare l’avanzamento tecnologico con la nostra coscienza per dare vita a una nuova arte. Sento davvero mio questo concetto perchè sono arrivato ad amare e a comprendere profondamente questa capacità trasformativa del cinema come mezzo definitivo di espressione, di esplorazione soggettiva, di spazi personali, e di coinvolgimento. Il cinema è rimasto l’ultimo mezzo che ci da una possibilità per comprendere noi stessi e gli altri, superando le barriere umane terrene dell’apparire, l’unico che crei davvero un impatto interpersonale.

Photography is truth. The cinema is truth twenty-four times per second.

Il cinema, il video, possono trasformare come noi interpretiamo l’altro, gli altri esseri umani, può alterare ciò che noi e il nostro subconscio elaboriamo, e cambiare dunque realmente la nostra coscienza e la nostra visione del mondo, connettendoci all’altro empaticamente perchè è quella realtà trasformata, mediata dal cinema, che diventa la nostra realtà. Penso al cineasta francese Godard che disse che il cinema è “verità” 24 volte per secondo. Gene Youngblood ha esteso questo stesso pensiero nel suo libro “expanded cinema“. In questo testo illustra come il cinema rifletta l’assoluta necessità dell’umanià di manifestare la propria coscienza, nell’esternare la propria interiorità e averla davanti ai propri occhi. Dunque il cinema come specchio per rivelarci a noi stessi, è come una tecnologia per sogni condivisi che ci fa esplorare lo spazio della realtà qui e ora, e una millesima frazione di secondo dopo a migliaia di chilometri di distanza. Il libro “Cartographic cinema” va pure oltre! Ci dice che il cinema è come una cartografia per la mente, una mappa per la coscienza che si offre come mezzo d’orientamento per rapportare la realtà ai nostri sogni. Questo a parer mio è un potere enorme. Abbiamo tra le mani uno strumento che ci permette di esternare e spargere nel mondo la nostra creatività, la nostra visione e il nostro sogno, interconnettendola all’altro individuo e a tutta l’umanità. Abbiamo una grande responsabilità nell’utilizzo di questo strumento! Possedere il cinema tra le mani, nel mondo del network e dei social media plasmato nel format del video, significa avere uno strumento di “illuminazione” a disposizione e questo ci fa comprendere che abbiamo un’enorme responsabilità. Abbiamo un grandissimo bisogno di espandere la coscienza di noi stessi e della società e oggi abbiamo questo potere di creare contenuti che smuovono le persone, che dissolvono le barriere, che ispirano, e come filmmaker, come artisti della luce, questa è davvero la nostra responsabilità.

Originally published at www.lsco.it on June 21, 2016.