Alina Trifan

Delle fotografie e delle storie

di Martino Pietropoli


Difficilmente mi piacciono le foto di posti che conosco. Li conosco bene e ogni foto che li ritrae me li rende o banali o irriconoscibili. Banali perché la loro immagine fotografica non aggiunge niente alla conoscenza che ne ho, irriconoscibili perché me ne danno una falsata, che so non essere reale.

Ricordo delle foto di Steve McCurry fatte in qualche parte d’Italia. Non mi erano piaciute perché vi riconobbi un’immagine artefatta di luoghi che conoscevo: non nuova, ma semplicemente non reale. Ci sono veli di significato e di realtà che non vediamo ma che sono reali. Ce ne sono altri che sono irreali. La fotografia deve sempre avere uno strato reale, o almeno certa fotografia.


La Padova che si vede nelle foto di Alina Trifan è riconoscibile: è Prato della Valle, sono certi ponti lungo il Piovego, sono alcuni portici. Altre volte sono le calli veneziane, altre alcune montagne. Sono posti che conosco bene. Padova. Venezia, l’ormai infotografabile Venezia. Oppure sono gli interni di casa sua (o di quella che immagino sia casa sua, o di un’amica, ma non ha importanza) o i condomini attorno. Luoghi che non conosco di prima persona ma che sono familiari. Eppure appaiono sotto una luce diversa. A volte raccontano una storia, a volte dicono solo un punto di vista.

Di alina trifan so pochissimo. Vedo le sue foto da qualche anno. L’ho contattata per scrivere questo pezzo ma non ho voluto sapere molto. Ora so che è moldava e che ha incominciato a fotografare quando è arrivata in Italia 9 anni fa. Non volevo sapere altro perché in un certo senso so già molto dalle sue foto. Ma intendiamoci: non è detto che sappia come è realmente la sua vita. Non c’è molto realismo nei suoi scatti (non credo nemmeno le interessi che ci sia) ma ci sono dei fili che si intravedono, delle storie appunto che affiorano e si lasciano immaginare.

Quel che so è che quando non capisco una fotografia a prima vista voglio continuare a guardarla e capire perché. È il problema delle foto belle: dicono tutto e subito e non hanno poi molto altro da dire. Sono oggettivamente belle. Sono noiose.

Le sue foto invece vibrano in un tempo un po’ più ampio del qui e ora. Non si esauriscono immediatamente ma ti fanno chiedere “Cosa è successo prima? E dopo?”.

È la qualità delle storia e delle fotografie che raccontano storie: che dicono molto di più di quanto facciano vedere. Basta saperle ascoltare. Sempre che le abbia fatte chi le sa raccontare.

Quindi non ho voluto sapere niente di lei. Per un preciso proposito: non volevo esserne influenzato o forse non volevo incrinare l’idea che me ne ero fatta. L’idea di bellezza — di quella certa bellezza oggettiva — è universale e premasticata. Un’idea di bellezza o un certo significato che qualcosa suscita in noi è molto più personale. Diventiamo più gelosi e protettivi nei suoi riguardi.

O forse è solo un’allineamento che si crea fra chi scatta e chi osserva. Cosa che può succedere in grande numero quando l’immagine è bella (ma vuota), ma che accade più raramente quando chi scatta e chi guarda lo scatto devono condividere una stessa sensibilità: saper raccontare una storia e saperla ascoltare. Non sempre capita, soprattutto quando la storia è narrata sottovoce.

Quindi Alina non fa niente di eclatante. Non frequenta persone famose, non visita luoghi memorabili o se li visita non li fotografa mai iconograficamente. Ha sempre uno sguardo obliquo che cerca il surreale in ogni immagine, come un ombrello appeso a testa in giù e illuminato da un sole che lo accende come una lampadina.

O forse mi piace guardare le sue foto perché mi portano a chiedermi perché mi piace guardarle. Credo che si tratti di un meccanismo di disvelamento. Mi piace essere spinto a chiedermi cosa sia successo in quel momento, o prima o dopo, e cosa abbia generato quella foto.

Forse perché sono foto familiari ma che svelano un aspetto della familiarità poco visibile.

O forse perché non ritraggono il reale, ma suggeriscono il surreale. Uno strato in più, impalpabile.

Il surreale è qualcosa che c’è sempre. Bisogna saperlo vedere però. E saperlo fotografare.

La fotografia diventa materiale nella macchina fotografica, dopo lo scatto. Ma si è formata prima, dietro l’occhio del fotografo, proprio lì, nella mente. Le migliori foto sono delle meditazioni.
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