Inside out

I meccanismi della mente in forma di animazione cinematografica

di Martino Pietropoli


Avrei voluto assistere alla prima riunione tra il regista Pete Docter e quelli della Disney.

“Ho in mente questo film: una storia che racconta i processi mentali che formano il carattere e spiegano come ci sviluppiamo e perché prendiamo certe decisioni”

“Ma sei impazzito o cosa?”

Inside Out ha una storia semplicissima, perfino banale. Se fosse stata raccontata solo la parte “out” cioè la vicenda fisica della undicenne Riley che vive con i genitori nel Minnesota e un giorno trasloca a San Francisco per via del lavoro del padre, il film sarebbe stato perfino noioso. Non c’era storia.

La storia l’ha trovata però dentro la testa della bambina, perché i veri protagonisti sono “inside”: sono le sue emozioni che informano le sue decisioni e le sue reazioni a quanto le accade. Cose non di per sé particolarmente traumatiche ma vissute da una bambina e per la prima volta.

Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto sono la semplificazione delle emozioni che una bambina può provare e la loro alchimia decide la reazione di Riley a quanto le accade.

La cosa stupefacente è che non si tratta di una semplificazione o di un’approssimazione che non rende giustizia alla psicologia: parte della psicologia contemporanea spiega anzi che i processi decisionali si formano così e che così memorizziamo quanto ci è accaduto e riviviamo i tempi passati.

Il film è tecnicamente un lungometraggio di animazione perché tutti i protagonisti — comprese le emozioni — sono personificate. La chiave comunicativa (ma non semplificativa, o semplicizzatrice, coniando un orrendo neologismo) consiste infatti nel rendere personaggi le emozioni e quindi familiari e — ovviamente — divertenti.

Ma la base è estremamente seria: così agiamo, decidendo o non decidendo in base a quello che l’umore ci spinge a fare: se abbiamo paura, se siamo felici, se siamo tristi.

Non c’è molta altra storia se non quella che si genera quando il trasloco si rivela più difficilmente gestibile di quanto previsto: la macchina della narrazione subisce un’accelerazione che non svelo perché dovrei usare un’emozione che si sviluppa in età adulta e che sarebbe odioso usare, cioè la perfidia. Non spoilero, ok.

Il film è divertente per i bambini, anche se credo che difficilmente possano cogliere la complessità di certi passaggi. O meglio: la colgono come un racconto divertente, mentre gli adulti la guardano con attenzione, capendo cose che non gli erano chiare fino a quel punto. Almeno per me.

Giudizio finale: bello, intellettualmente bello e raffinato..

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