Mad Max: Fury Road è una figata pazzesca

Non mi aspettavo niente di che. Sono uscito dalla sala con tutto di più.

di Martino Pietropoli

Ad un certo punto di Mad Max Fury Road ho avuto la precisa sensazione che potesse essere un musical. E che se da quel punto in poi si fosse trasformato in un musical non ci avrei trovato niente di strano.

E non è strano averlo pensato, col senno di poi: un musical ha una precisione nei tempi e un lessico che lo rende un genere a parte, capace di adattarsi a qualsiasi vicenda narrata, e quindi anche ad uno degli inseguimenti più esaltanti e perfetti della storia del cinema.

Il film dura 2 ore — a occhio — e per un’ora e mezza è un continuo inseguimento girato in maniera più che magistrale: perfetta, spettacolare, superlativa.

Tipo l’inseguimento dei Blues Brothers per le strade di Chicago moltiplicato per un film intero: ecco un’idea approssimativa di Mad Max: Fury Road.

Ma non è solo spettacolare (il che non sarebbe già poco, rendendolo puro, sano, preciso, ottimamente fatto intrattenimento). Mad Max è pensato, girato, voluto da chi ha acquisito una sapienza visiva ed esistenziale che forse solo la maturità ti può dare.

Potresti raccontarlo e parlarne solo attraverso la fotografia: non è solo perfetta, o è perfetta perché ogni scelta visiva è funzionale alla narrazione e non è bella in sé, come dire “compiaciuta” e autoreferenziale.

Babe va in città

Incredibilmente il regista George Miller, che aveva già firmato il Mad Max The Interceptor con Mel Gibson, è anche il regista di Babe va in città. Forse doveva pagarsi il mutuo in quel periodo o aveva i nipoti piccoli. Comunque nel frattempo continuava a pensare a Mad Max, aspettando tempi migliori o effetti speciali adeguati. Perché queste scene di inseguimento non sono solo spettacolari: sono il Matrix delle scene d’inseguimento. Da queste in poi non puoi più girare un film e non averle in mente o pensare che devi sfidarle e inventarti qualcosa di meglio. Dalle inquadrature ai movimenti di camera, tutto è qualcosa di già visto ma da un punto di vista inedito. E fatto sul serio, con stunt veri ed effetti aggiunti in post produzione ma con gran parte del lavoro fatto sul serio. Con macchine che esplodono davvero e camion che capottano davvero.

Verso il destino dell’umanità ai 200 all’ora

Come molti film catastrofici sulla fine del mondo e sulla sopravvivenza dell’umanità ad un cataclisma devastante, Mad Max non indaga le cause ma le conseguenze: delle scelte che compiamo oggi, delle guerre latenti, dei conflitti accennati. Che nel film sono già un passato che ha prodotto quel presente fatto di popoli sfruttati, di tiranni spietati, di gente che cerca di sopravvivere. È, per molti versi, una speculazione filosofica su quel che resterà dell’umanità. Ma fatta a velocità folli, fra brandelli di teologie vichinghe che affiorano (i guerrieri di Immortan Joe si spruzzano vernice argentata sulla bocca che essere pronti a morire e a passare finalmente i cancelli di Walhalla, il luogo che accoglierà gli eroi morti in guerra).

Non hai tempo di riflettere così come non ce l’hanno quegli esseri umani: devono sopravvivere ad un mondo inospitale e ai propri inospitali prossimi vicini. Non c’è tempo per le teorie, per le speculazioni filosofiche. Si corre, sperando di essere più veloci di chi ti insegue, o più intelligente e scaltro.
Si parla pochissimo: per dire solo verso dove si va (una fantastica e non si sa quanto immaginata “Zona verde”, un sogno ecologico che si sposta sempre più oltre) e per scambiarsi ordini o suppliche. Non ci sono sentimenti perché non c’è tempo: c’è solo un riconoscimento primordiale del valore dell’uomo e della donna (Tom Hardy come Max e Charlize Theron come Imperatrice Furiosa, che hanno un rapporto quasi militare, di riconoscimento reciproco del valore, non del sentimento mentre tentano di mettere in salvo le cinque mogli di Immortan Joe, destinate in quanto sane a fondare una nuova dinastia di guerrieri invincibili).

Il tempo ai tempi di Mad Max

È un tempo estremamente dilatato: così importante in ogni attimo che può decidere la vita e la morte da essere infinito: non ci sono giorno e notte ma solo deserti e assenza di vita, e il sole a cuocere una terra riarsa illuminata sempre allo stesso modo, come se fosse sempre la stessa ora del giorno, un eterno rovente mezzogiorno.
Bisogna salvare la propria pelle e quella delle giovani mogli. Salvare la vita e la continuità della vita (cioè la fertilità del grembo materno) per ricominciare a dare un senso al tempo. Nella sua ciclicità di vita e morte, nelle manifestazioni delle stagioni, dei raccolti, della terra come Grande Madre. Per interrompere questo eterno e spietato giorno infinito e far calare la notte. E finalmente un nuovo giorno.

Giudizio finale: non ho mai tirato coca ma vedersi Mad Max: Fury Road è tipo come tirare un paio di etti di roba.

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