Master of None S02

Il fatto che sia una storia leggera e divertente la dovrebbe forse squalificare? Non credo proprio


Nella seconda puntata della seconda stagione di Master of None, Dev e Arnold vanno al matrimonio di una ex di quest’ultimo. Arnold è il migliore amico di Dev e ne è l’opposto: grande il doppio, consumato da dubbi e ignavo. Alla vista del novello sposo si rende conto che fisiognomicamente è molto simile a lui. Non manca ovviamente di farlo notare alla ex.

-È il mio doppelganger. È una parola tedesca che significa copia, gemello.
- Lo so cosa significa.

Due battute che spiegano perché lo sposo è l’altro e non lui.
Anche questa è qualità di scrittura.

Master of None è una serie televisiva prodotta da Netflix: è divertente ma non vacua. Parla di 30enni newyorkesi figli di immigrati o appartenenti a minoranze: Dev è di famiglia indiana, l’amica Denise è lesbica. Le tematiche che affronta sono socialmente importanti ma il tono in cui lo fa è sempre ottimista. E aggiungo “Finalmente” perché la forza di Master of None è sia la qualità della scrittura che la visione del mondo di Aziz Ansari, che interpreta Dev ma che è anche autore assieme ad Alan Young. Ansari/Dev non finge che non esistano i contrasti e gli attriti nella società americana, ma li affronta con un atteggiamento ironico e conciliante.

Forse Master of None è anche arrivato in un momento storico in cui c’era bisogno che il cinema e la televisione raccontassero una realtà possibile più che quella esistente. Forse non se ne poteva davvero più della narrazione iperrealista perché la realtà non deve nemmeno essere raccontata, è in casa di ognuno, è a scuola, è per strada. Suggerire invece che può esistere un piano diverso di lettura delle dinamiche della società è forse il pregio più grande di Master of None. Non si tratta infatti di un racconto surreale ma di un lievissimo “What if”: cosa succederebbe se invece di guardare con i soliti occhi il diverso lo conoscessimo e ci parlassimo?

Del resto tutta questa seconda stagione è costruita sull’incontro di culture diverse: inizia addirittura in Italia, a Modena, dove Dev è andato per realizzare il suo sogno di imparare a fare la pasta a mano (ok, un po’ tirata come idea, ma perché no? Sospendere l’incredulità non guasta ogni tanto). La cultura americana mette letteralmente le mani in pasta in quella italiana e se ne innamora, amore che noi da decenni ricambiamo. Qui conosce Francesca (una bravissima Alessandra Mastronardi, che parla anche stupendamente in inglese), innamorata di Pino (un Riccardo Scamarcio che fa Riccardo Scamarcio) e ovviamente se ne innamora.

Senza svelare altro, basterebbe citare il sesto episodio “New York, I love you”: un racconto corale di diversi personaggi che non c’entrano niente con la vicenda principale ma che raccontano le mille anime di New York. Dalla coppia sordomuta che discute di sesso (a gesti, ovviamente) in un negozio, al marito adultero che chiede al concierge di coprirlo con la moglie mentre è con l’amante in casa. Storie reali o realistiche che raccontano una città e i suoi abitanti, avvicinandoli alla fine, quando si trovano tutti seduti nello stesso cinema. Casualmente, mentre Dev appare solo negli ultimi secondi dell’episodio.

Cosa mette tutti assieme? Il racconto, la parola. In fondo Anzari suggerisce con la sua scrittura che solo la comunicazione ci può avvicinare facendoci capire le differenze fra le nostre culture ma soprattutto i punti di contatto. Come quando si scopre che anche una coppia sordomuta parla — naturalmente — della propria vita sessuale. Non ci avevo mai pensato eppure anche loro ne hanno una, no? Ora lo so e curiosamente Anzari ha scelto il modo più potente per raccontarlo: azzerando l’audio. Per diversi minuti non si sente niente, il vuoto, il nulla. Vedi solo quello che la coppia vede e non senti giustamente niente. Comunicare con l’assenza non solo delle parole ma anche dei suoni. Una manciata di minuti che sono un’invenzione cinematografica perfetta che da sola vale la serie intera. Assieme al sesto episodio. E alla Mastronardi (che è bravissima, l’ho già detto?). E a New York in autunno. E alla storia di come Denise rivela la sua omosessualità alla sua famiglia. E a tutto il resto insomma.


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