Olivetti

Icone di un’Italia all’avanguardia

di Christian Fregnan, foto di Martino Pietropoli


Il fatto che non vi serva una macchina da scrivere, o che nemmeno ne abbiate mai usate prima, non importa. Le Olivetti sono belle, ed in quanto tali, le desideriamo.

Se non avete mai sentito parlare di Aldo Magnelli, Marcello Nizzoli e Pier Giorgio Perotto, sicuramente conoscerete Ettore Sottsass.
Già sentito, ma non vi torna.
Presente quel vaso a forma di pene? È suo, e dalla sua mente è nata anche la Olivetti Valentine, esposta nella permanente del MoMA, tanto per darvi un’idea.

Tornando ai primi tre: potremmo tranquillamente definirli i Jony Ive o Marc Newson italiani. Tra i loro progetti per Olivetti che maggiormente mi hanno colpito, ci sono la macchina da scrivere MP1 del ’32, la calcolatrice Summa 15 del ’48 ed il personal computer P101 dell’anno 1964.

La calcolatrice Summa 15

Linee pulite e sempre attuali, tanto da lasciare stupiti quando si leggono le date di produzione.

Le Olivetti sono i pc di un — parallelo — mondo steam punk

Sì, perché a definirle vintage mi pare riduttivo, anzi, bruttino, persino kitsch. Il vintage non riesco ad accostarlo ad un oggetto di design. Vi immaginate a definire vintage un Mac? Io no. Lo diventerà, cioè, sarà vecchio, un modello passato, forse storico, ma non vintage.

Le Olivetti sono come i Mac, icone del design, esposte — come dicevo — al MoMA di New York, ma ricordo che rimasi colpito proprio da una Valentine che vidi al Design Museum di Londra: bellissima e modernissima — sebbene del ’69 — nella sua colorazione rossa. La Ferrari delle macchine da scrivere.

Pier Giorgio Perotto

Un signore con i baffi, non particolarmente stiloso, uno che ad averlo come vicino di casa potrebbe anche starci antipatico, insomma, un tipo qualunque. Un tipo qualunque che cinquant’anni fa ha creato il primo personal computer della storia. E incredibile ma vero, era anche bello, almeno per gli standard dell’epoca.

Prezzo da capogiro, transistor e schede stampate. Il primo pc conquistò l’America dove venne venduto in più di 40.000 esemplari (di cui una quarantina finiti alla Nasa, utilizzati per preparare la missione Apollo 11), portando così Olivetti ad essere ammirata e copiata dalla Hewlett Packard e sfiorando una collaborazione con Steve Jobs di Apple.

Ivrea come Cupertino

Il punto è che noi italiani siamo fighi, da sempre. Non importa se ci lamentiamo sempre (sono certo che ne abbiamo tutti i motivi) quel che conta è che abbiamo lasciato il segno nei più disparati settori.

Olivetti e i suoi prodotti non lo è stata da meno nel settore tecnologico. Se all’epoca le cose fossero andate diversamente, oggi potremmo vedere negozi Olivetti al posto degli Apple store, pieni di commessi in t-shirt colorate, sorridenti e disponibili a farci provare l’ultimo modello di Lettera 32 o di Valentine.

Questo in un mondo parallelo, un mondo fatto di se e di ma. Con i se e con i ma si conclude poco, tantomeno si può raccontare una storia cambiandone i connotati.

A non cambiare è l’icona di design, funzionalità e bellezza che ancora oggi possiamo ammirare, di più perché è l’oggetto che ha preceduto, nei modi, quello che stiamo facendo ora su Medium e che non smetteremo mai di fare: scrivere.


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