Pietro Donzelli, non un’agiografia

Una bellissima mostra fotografica sul Delta del Po negli anni ’50 e ’60 a Palazzo Roverella a Rovigo


Nel Delta del Po c’è molto silenzio e terra piatta e mare. Ci vuole un certo esercizio per cogliere i diversi suoni che la sua natura produce: il fruscio di un cespuglio, un pesce che affiora in superficie, il mare in lontananza. È una terra piatta e apparentemente uguale. Uniforme e dai colori stemprati: quelli invernali lattei e quelli estivi cotti dal sole. Ci sono poche ombre, pochi alberi, poche persone anche. Non credo sia cambiato molto in mezzo secolo, da quando cioè il milanese Pietro Donzelli si innamorò di queste zone quando ci venne da soldato nel ’45, decidendo di tornarci anche negli anni successivi.

Fece delle foto straordinarie: di persone, di esseri umani anzi: al lavoro, a pesca, in bicicletta per le strade bianche fra un campo e l’altro, su una sponda del Grande Fiume Po, a guardare cosa c’era dall’altra parte, quella sponda speculare, terra uguale di qui e di là eppure separata dal fiume, tagliata in due: una civiltà da una parte, una dall’altra.

Nel dopoguerra queste erano terre di povertà assoluta e doveva ancora arrivare l’alluvione del ’51. Eppure vi era anche una grande dignità: c’erano i caffè frequentati da persone col vestito buono, c’erano i cinema all’aperto sulla terra battuta, c’erano insomma una civiltà umile ma consapevole, che aveva un rapporto con la propria terra molto preciso e carnale: la terra dava loro da mangiare, il mare e il fiume potevano mangiargli il campo e la casa così, in una notte sola.

Donzelli colse con occhio incredibilmente moderno ognuna di queste immagini di luoghi e architetture e persone che sono state sostituite oggi da certe case unifamiliari più moderne e ricche ma sicuramente più anonime. Di quel Delta restano i paesaggi, molto meno le opere dell’uomo. L’immutata forza di quella terra piatta e indistinta lui la colse perfettamente: forse perché vi si addentrò con lo stesso silenzio che serve a sentire i suoni che la natura produce quando non c’è voce umana a coprirli. Ci vuole concentrazione e capacità di dimenticarsi di sé.


L’iconografia del Delta è molto spesso stucchevole: tramonti che si riflettono sul mare, lune rotonde e grandi, acque piatte e barche all’orizzonte. Non nego che anche questo sia il Delta ma ho trovato confortante vedere che ci furono pure degli occhi che lo seppero vedere per quel che è, che molto spesso è persino meglio e più interessante e umano di una bella foto delle valli da pesca infuocate dal sole al tramonto.

Esistono le agiografie fotografiche: foto belle, esteticamente appaganti e tremendamente noiose. Esistono delle biografie fotografiche come quelle di Donzelli: storie di uomini raccontate con le loro parole, con i segni della loro terra e, alla fine, con più rispetto e verità.

Pietro Donzelli. Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta a cura di Roberta Valtorta e Renate Siebenhaar. Fino al 2 luglio 2017

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