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Sogno

Non si può decidere cosa sognare (e poi qualcosa su “Severance”)

Un pensiero autonomo

In un certo senso — in molti sensi — il sogno è il primo pensiero che facciamo sin da quando nasciamo, o “siamo”.

Si tratta di una categoria di pensiero particolare in quanto autonoma, o autogenerata. Non si può decidere cosa sognare e l’unica cosa che si può fare con i propri sogni — a patto di ricordarseli — è interpretarli.

La loro natura autogenerante è interessante perché, in quanto tali, i sogni sono dei pensieri in purezza. Vengono prodotti dalla mente senza un intervento cosciente e razionale, non sono organizzati, spesso ci stupiscono anzi per la loro incoerenza e irrazionalità.

Chi ha provato a interpretare i propri sogni ha però potuto apprezzare quanto sia elevato il loro contenuto metaforico. Se si assume insomma che i sogni abbiano un significato (e una funzione), è evidente che questo non è mai letterario ma sempre traslato. Un modo per interpretare un significato traslato è decifrare il significato dell’immagine, che pertanto rappresenta qualcosa ma non è mai quella cosa.

C’è anche un curioso cortocircuito che riguarda i sogni e i loro meccanismi: sono sì dei pensieri in purezza, ma sono pensieri che si manifestano per immagini e metafore, cioè in una forma di elaborazione mentale per niente semplice e pura (nel senso di “grezza”): una metafora deve essere interpretata e il suo significato non risiede solo nella metafora stessa ma in ciò di più ampio a cui rimanda. Sognare di perdere i denti ha una forza evocativa primigenia e tremenda ma il suo significato non si limita all’immagine o all’azione in se stesse, ma a un contesto emotivo e psicologico molto più ampio e profondo (il timore di perdere o di avere già perso la capacità di governare la propria vita, la paura di non essere abbastanza aggressivi o determinati nelle scelte personali ecc.). I sogni insomma sono per loro natura dei pensieri in purezza ma la loro interpretazione attinge a un livello mentale più complesso.

Il fatto di sognare per immagini e metafore getta del resto luce sui meccanismi di funzionamento di base della mente che, una volta disattivata la sorveglianza razionale diurna, ritorna a esprimersi nel suo linguaggio base: immagini, figure, simboli e metafore.

Ho ripensato spesso ultimamente ai sogni per due motivi: perché mi piace dormire e sognare e perché ho visto Severance, una serie disponibile su Apple TV+ che, in parole semplici, racconta di un gruppo di persone che lavorano in una corporation americana. Non si capisce bene di cosa si occupino, si sa solo che si sono volontariamente sottoposti a un procedimento chirurgico di inserimento nel cervello di un dispositivo che permette loro di distinguere nettamente la vita privata e quella lavorativa. Quando lavorano non ricordano niente della loro vita privata e viceversa. Il loro Io Privato non ricorda quello professionale e questo non ricorda quello privato.

Nell’ascensore dove i protagonisti “dimenticano” una delle due fasi della loro vita

Cosa c’entra il sogno con questa serie? In fondo quasi chiunque ne ha parlato come di una denuncia dei metodi delle grandi aziende che spersonalizzano i propri dipendenti togliendo loro ogni autonomia di giudizio per meglio sfruttarli. Ci sta, è un’interpretazione legittima ma che, più la guardavo, meno trovavo corretta o calzante. O meglio: sì, Severance può anche essere quella cosa lì ma la visione di ogni puntata lasciava nella mia mente sedimenti un po’ più misteriosi e irrisolti, di certo non soddisfatti da quella lettura un po’ troppo superficiale.

Finché ho immaginato o intuito che il contesto in cui si svolgeva non fosse altro che un pretesto: il significato era traslato e stava da tutt’altra parte.

Per me il significato di Severance è questo: se i sogni sono composti di metafore, Severance è una metafora del sogno.

I suoi protagonisti subiscono quotidianamente la procedura di scissione dal loro Io Privato in un ascensore con il quale scendono nel ventre dell’azienda, verso il loro luogo di lavoro. Esattamente come addormentarsi significa “cadere in un sogno”.

Il loro Io Privato non sa niente di quello Professionale e viceversa, esattamente come noi non sappiamo niente dei sogni che facciamo, che vengono quasi sempre cancellati al momento del risveglio. Il nostro Io Sognante non sa niente di quello Vigile, ma sa che esiste (siamo coscienti di essere noi i protagonisti dei nostri sogni, cioè l’Io Vigile sa di essere la stessa persona dell’Io Sognante) e l’Io Vigile ricorda frammenti di sogni fatti dall’Io Sognante ma solo sotto forma di immagini poco definite, quando anche le ricorda. E queste immagini — per tornare all’inizio — non rappresentano mai se stesse ma sempre qualcosa di diverso e metaforico.

Non esiste una scissione netta fra Io Sognante e Io Vigile: entrambi ricordano o sanno qualcosa l’uno dell’altro ma anche i personaggi di Severance — pur non nel dettaglio — sanno di esistere in un’altra dimensione.

Questi sono i miei 2 cent sul Severance, che può essere del resto apprezzata anche solo per la storia o le interpretazioni o l’estetica.

Mentre a me resta il dubbio che, come detto, la storia sia una metafora di qualcosa di più grande e primordiale, come il sogno.

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Martino Pietropoli

Martino Pietropoli

Architect, photographer, illustrator, writer. L’Indice Totale, The Fluxus and I Love Podcasts, co-founder @ RunLovers | -> http://www.martinopietropoli.com

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