Song to song di Terrence Malick

Non ho finito di vederlo


Non ce l’ho fatta a vedere tutto “Song to song” di Terrence Malick perché dopo un’ora e sapendo che ne mancava ancora un’altra e dopo aver atteso invano che succedesse qualcosa diomio ti prego solo qualcosa che una storia ha bisogno di punti nodali e crisi e cambi di rotta e invece non succedeva niente ho desistito. Posso scommettere che andasse avanti così per un’altra ora e allora questa recensione va bene lo stesso oppure magari diventava finalmente un film intelliggibile. Chissà, non lo saprò mai.

La vicenda è quella di una ragazza (anche la voce narrante, che cerca ovviamente sé stessa e il senso della vita o cose semplici così) che sta con uno (non vengono mai citati i nomi dei protagonisti — non hanno nomi forse o non importa) che è Ryan Gosling e che fa il musicista e poi lo tradisce con il produttore discografico (Michael Fassbender) e loro sono amici — Gosling e Fassbender che fanno personaggi senza nomi — ma poi litigano ma non per il tradimento ma per problemi legali. Poi in mezzo c’è Natalie Portman che fa la cameriera ma sarebbe una maestra di asilo ma non c’è lavoro e Fassbender si intorta pure lei perché è un piacione ecc. ecc. Intanto questo gruppuscolo di persone passa da case stratosferiche (quelle belle davvero) a concerti polverosi e chiassosi, al Messico a parcheggi e cavalcavia rincorrendosi e acchiappandosi e giocando come bambini a farsi gli scherzi o a simulare la battaglia e soprattutto a dirsi frasi idiote. Non c’è molta altra costruzione nel frattempo. La storia è intuibile perché succedono cose ma sono quasi marginali e appaiono fra una bella ripresa di tramonti che si riflettono su specchi d’acqua calma e foglie mosse dal vento.

Sembra un film montato con un frullatore. A tratti ho pensato che l’avessero montato coerentemente una volta poi il montatore ha fatto casino ed è uscita sta cosa e avrà pensato “Ma sai che è meglio così? Più misteriosa. Lascia così”

Oppure sembra un trailer lungo due ore, o almeno lo è per quell’ora alla fine della quale ho pensato “può bastare, grazie”. Quei trailer in cui vedi solo scene di pochi secondi, quelle che bastano a dire una frase che spiega il senso del film ma lo lascia anche abbastanza oscuro in modo che tu lo vada a vedere. Solo che questo trailer dura 2 ore, cioè 60 o 120 volte un trailer normale. 240 se consideri un trailer da 30 secondi che va in radio o in tv. Insomma: troppo.

A un certo punto ho sinceramente creduto che la sceneggiatura fosse scritta usando dei tweet di gente a caso. Quando la protagonista ti dice “Amo il dolore [pausa] Sono un’ipocrita” e altre cose senza senso pensi davvero che sulla scrittura non hanno perso molto tempo. Perché è apparentemente intelligente ma in realtà è vuota e irritante e basta. Il problema è che questa è la scrittura di questo film, sempre e comunque. Che, come twitter, ti dà l’idea di capire qualcosa di chi ha scritto quella cosa mentre non hai capito niente. E infatti di questi personaggi non sai che fartene: non li capisci e non riesci neppure a empatizzare. Fanno cose senza senso e dicono cose ancora più vacue. E alla fine ne pensi quel che è giusto: vivete in case stupende, fate cose senza senso e ne dite di peggio.

Non mi interessate. Comunque bella casa. L’ho già detto? Bella casa.

E potrebbe essere un film sulla superficialità dei rapporti sociali e sul non detto o sul detto in maniera ieratica e forse poetica ma magari nel modo sbagliato.

“È un film che divide”, se ne dice. Che è il genere di cosa che si dice quando un film davvero divide o quando nessuno ci ha capito niente ma perdio è di Malick, deve essere bello per forza. O dire qualcosa. Alla fine dice che Malick aveva del girato di cose interessanti in sé ma senza personaggi a legarle: belle foto in movimento legate da personaggi che fanno cose in mezzo, belle case disprezzate da Fassbender (“Non sono niente. Sono un palcoscenico”), frasi, mozziconi, crisi alluse, sesso alluso, allusioni. Noia.


Puoi seguire L’Indice Totale anche su Twitter e Facebook

Like what you read? Give Martino Pietropoli a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.