Stranger Things

Perché ci piace così tanto (contiene spoiler, ma molto vaghi)


Sarebbe interessante far vedere Stranger Things a un 20enne di oggi. Perché il sospetto è che certe sottigliezze della serie Netflix che ha riscosso così tanto successo negli ultimi tempi siano apprezzabili solo da chi oggi è quarantenne o circa. Chi insomma da adolescente ha visto E.T., i Goonies, Poltergeist ecc. Chi, in definitiva, ritrova citazioni o atmosfere di quei film. Quella era la nostra adolescenza e ora sullo schermo vediamo una storia perfettamente ambientata e ricostruita in quegli anni, con quell’estetica e quel modo di essere raccontata. Con quegli oggetti (le biciclette di E.T., le auto della polizia squadrate, le ricetrasmittenti, le case isolate in legno, i vestiti, le acconciature, la campagna americana, la stazione di polizia, la tipica scuola americana) e soprattutto lo spirito di quegli anni.

La storia raccontata l’abbiamo già sentita mille volte: presenze inquietanti, un ragazzino che scompare, la madre che lo percepisce vivo da qualche parte, il poliziotto che non si convince che sia morto, la bambina con poteri paranormali, gli amici che lo cercano. 
Il mostro. Il mostro è ovviamente il protagonista negativo e in negativo della serie, perché poco appare ma fa sentire la sua presenza, almeno nella prima metà della serie.


Molti hanno individuato nella familiarità della storia il fatto che la rende piacevole: di storie così non ne sentivamo da tempo. Ci siamo appassionati a storie contemporanee che narrano i tempi che conosciamo ma avevamo dimenticato da dove provenivamo. Da tempi in cui i computer ce li avevano solo le scuole e i telefoni erano attaccati ai muri ma non in tasca. Per i ventenni di oggi essere connessi ad altri attraverso un oggetto è normale, ma noi quarantenni veniamo da tempi in cui la prossimità era fisica e non se ne conosceva altra forma.
Erano tempi in cui le connessioni fra le persone erano qualcosa non dico di più profondo di oggi ma semplicemente diverso. Tempi in cui la prossimità con le persone era fisica e non mentale o mediata dalla tecnologia.

Erano tempi in cui avevamo un concetto diverso della morte. Non solo noi adolescenti di allora, ma tutta la società.

Ciò che ci attrae in Stranger Things non è solo la ricostruzione puntigliosa e la storia appassionante (che abbiamo già sentito mille volte), ma un elemento più profondo: la nostalgia.

Non proprio la nostalgia per quegli anni: erano anni in cui eravamo più giovani, ok, ma in cui non c’erano internet e i cellulari e i voli aerei costavano 2 stipendi. Abbiamo (ho) invece nostalgia per come concepivamo la morte allora.

La storia di Stranger Things è infatti basata su un assunto: ci sono uomini buoni e cattivi ma la morte e il dolore non sono dovuti a loro. Si muore in maniera atroce perché c’è un mostro che arriva da un’altra dimensione che ci ruba i bambini. L’elemento irrazionale, primitivo, bestiale è fuori dall’uomo perché l’uomo è fondamentalmente buono.


Oggi sappiamo che non è affatto così: solo l’uomo sa essere disumano in misura estrema. Solo l’uomo è capace di barbarie indicibili, peggiori di quelle di cui sarebbe stato capace un mostro.

E le fa sul serio, non in una storia o in una realtà immaginata e traslata. La realtà ha superato la fantasia, come spesso accade.

Ci piace Stranger Things perché ci riporta indietro a quel tempo in cui eravamo ingenui e pensavamo che le cose brutte le facesse una creatura bestiale che viveva nella nostra fantasia. Poi quella creatura è diventata reale ed eravamo noi stessi.


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