The Hateful Eight

L’ottavo film di Tarantino ha in realtà più di otto personaggi. E quindi?

di Martino Pietropoli


Di un uomo si può dire che ha stile. Di un regista si può dire che ha il suo stile. Tarantino ha il suo stile. Se si analizzassero in laboratorio i suoi film se ne potrebbero isolare alcuni caratteri ricorrenti, delle invarianti insomma che ti fan capire che un film è un film di Tarantino anche se hai perso i titoli di testa. Il che è rassicurante, s’intende. Ma toglie anche qualcosa alla sorpresa di farsi sorprendere da qualcosa di inaspettato. Tarantino non è mai inaspettato: si muove all’interno di un campo preciso, con regole precise, in una partitura di cui lui ha il controllo totale: dalla direzione degli attori — ovviamente — alla scrittura di ciò che dicono. Tarantino scrive e dirige i suoi film, you can’t fuck with Tarantino.

Vedendo The Hateful Eight pensi continuamente che potresti recitarlo anche a teatro: la scena è sempre quella, l’emporio di Minnie, in qualche montagna del Wyoming, durante una tormenta di neve che costringe 8 sconosciuti a convivere sotto lo stesso tetto sospettando l’uno dell’altro.

Le storie che si intrecciano e collidono in quel fatidico giorno sono in realtà un pretesto per mettere in scena una pièce teatrale. Il formato 70 mm Ultra Panavision in cui è girato permette infatti a Tarantino di riprendere tutti gli otto contemporaneamente e l’esperienza è quella di vederli muoversi su un palcoscenico. L’emporio di Minnie stesso ha le dimensioni di un palcoscenico e il suo pavimento è di assi di legno. Tutto è in legno anzi, e tutto scricchiola come se si fosse a teatro. 
Una simile messinscena è basata sui dialoghi e riduce al minimo l’azione se non per alcuni necessari snodi narrativi. È la scena di Tarantino, quella che gli permette di raccontare in immagini la sua ossessione per il linguaggio e la parola. In Tarantino tutti i killer non ammazzano semplicemente: anticipano l’uccisione efferata e grondante sangue con lunghi e verbosi monologhi che spiegano cosmogonie ed enunciano opinioni non richieste. Di realistico, per fortuna, Tarantino non ha niente. Nessun killer monologherebbe per minuti e minuti prima di tirare il grilletto. Ma quelli di Tarantino sì, ed è quello che li rende inconfondibili.

Perché Tarantino è soprattutto sempre stato teatrale e a teatro sono fondamentali le azioni iperboliche (teste che esplodono, gesti esagerati ed evidenti) e i dialoghi.

I suoi dialoghi non spiegano nemmeno. A volte sono esercizi di stile (che spesso restano poi nell’immaginario collettivo, vedi Ezechiele), a volte caratterizzano un personaggio ma non sono funzionali all’azione perché quella potrebbe risolversi in una revolverata e basta.

Ma Tarantino li usa per spiazzare e creare un effetto straniante: perché parla così tanto quel killer prima di uccidere l’altro cattivo? L’attenzione dello spettatore viene deviata su altri ragionamenti, finché si raggiunge il climax: BANG. È una tecnica narrativa efficace che forse perde un po’ forza quando nello stesso film è ripetuta 10–15 volte. Alla fine capisci che a ogni dialogo o monologo seguirà un’uccisione.

Sino alla fine, perché Tarantino lascia sempre questo gusto in bocca: che non ci sia scampo, che tutto sia inutile, che l’ironia e l’arguzia rendono più lieve il passaggio su questo pianeta, che niente in fondo ha senso. A parte la parola, a parte i dialoghi. La parola è la rappresentazione tangibile del pensiero e il cinema o il teatro la celebrano, animandola ogni volta che si ripete la pièce.

Detto questo, Tarantino sa come raccontare, sa come girare, sa.
You can’t fuck with Tarantino.


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