Martin Parr New Brighton, England, UK, from ‘The Last Resort’, 1983–85 (source: Instagram)

Una grande foto ne contiene milioni

Ribadisco: Martin Parr è uno dei più grandi fotografi della galassia


Siccome non sono capace di raccontare storie, resto affascinato quando ne sento raccontare da qualcuno che lo sa fare. 
Si possono raccontare le storie a parole o con immagini. Con le canzoni o con i film.

Alcuni le sanno raccontare magistralmente con una singola immagine e vedere questa dell’immenso Martin Parr mi ha fatto capire cosa rende una foto capace di raccontare una storia:

Quando una foto ne contiene allusivamente altre migliaia allora racconta una storia.

Che fai presto a dirlo, ma a farlo?

Una coppia al ristorante

Ci sono un uomo e una donna seduti a un tavolo accostato a un muro in un ristorante. La tavola è apparecchiata e loro attendono di consumare il pasto. Non hanno ancora mangiato dato che non ci sono bottiglie né bicchieri e le posate sono ancora allineate e pulite di fronte a loro. Lei si guarda le unghie o le dita. Presumibilmente controlla la manicure. Lui fuma una sigaretta e il suo sguardo è nella direzione della donna ma la supera. Sta guardando fuori. Sono una coppia, probabilmente marito e moglie. Hanno una vita in comune ma quel giorno non hanno niente in comune. Niente sembra legarli se non l’essere allo stesso tavolo nello stesso giorno. Il linguaggio dei loro corpi è inequivocabile: sono indifferenti l’uno all’altro.

La grandezza di questa foto non è solo contenuta nella composizione in sé o nell’attimo che coglie, ma si esprime soprattutto in quello che non fa vedere ma che lascia intuire: l’intera storia di quella coppia che li ha condotti quel giorno, a quell’ora a quel tavolo di quel ristorante di New Brighton.

È un po’ come vedere un film accelerato e improvvisamente pigiare il tasto stop e la pellicola si ferma su quel fotogramma: anche avendolo visto in forma accelerata, tu sai perfettamente cosa è successo fino a lì. Sai che vita c’è stata prima o puoi intuirla. La vita di una coppia come molte altre ma non uguale a tutte le altre. Una coppia della classe media britannica o forse anche più popolare, che una domenica a pranzo si concede un ristorante.

Siamo alla metà degli anni 80 e l’iconografia di questa coppia non ha quasi niente di quegli anni che hanno ben altri colori: i fluo, i fucsia, i capelli lunghi e dritti in testa, il trucco pesante, Madonna che si contorce sensuale su una gondola sotto i ponti di Venezia. Era il 1984 e questa coppia è arrivata in quel ristorante quel giorno. 
Dove c’era anche Martin Parr.

Spesso Parr è descritto come un critico spietato (alla maniera britannica, quindi civilmente) della società e magari lo si può pure pensare vedendo certe sue foto di party dell’alta società ma in questa foto c’è grande partecipazione umana. Non sta dicendo «Guardate questa coppia: sono legati ma non c’è niente che li lega». Solo raccontando la loro storia dice invece che non sono seduti a quel tavolo quel giorno per un puro caso ed è capace con uno scatto di farti vedere tutti gli altri innumerevoli scatti che l’hanno preceduto. Perché li conosci, anche se non te li fa vedere. Puoi immaginarli perfettamente.

Quando una storia è ben narrata non si allineano solo una buona trama e l’atto e la sapienza del racconto in sé ma anche la capacità di attivare ricordi, identificazione, compassione o rifiuto.

Quando una storia stimola una reazione e non è un puro intrattenimento, quando mette un dubbio o pianta un seme lascia tracce.

Ad alcune storie continui a pensarci giorni dopo averle sentite, come ad alcuni film. Non hai capito cosa ti han detto esattamente ma senti che ti hanno parlato.

A questa coppia continui a pensarci. 
Chissà se poi han parlato.
Chissà se erano arrabbiati l’uno con l’altra.
Chissà se era il loro modo di stare assieme e se stavano bene così. 
Chissà. 
Ci penso ancora un po’.