Velcro, sembra innocuo ma non è


Tra le cose che l’uomo copia dalla natura pensando di fare una genialata c’è lui: il velcro.
Inizialmente utilizzato per tendaggi e similari, se ne stava buono buono e non disturbava nessuno. Poi ha cominciato a uscire allo scoperto, sulle scarpe dei nostri fratelli più piccoli (intere generazioni che non impareranno a fare un laccio fino ai 10 anni, a meno di non frequentare una scuola Montessori o essere arruolati negli scout), conquistando rapidamente terreno e oramai si trova ovunque.
Borselli, zaini, giubbotti, custodie, valige, divani, pecorelle di pasqua con gli ovetti dentro.

Può sembrare una presenza innocua ma anche la più piccola fettuccina di velcro è lì pronta a rovinare il maglione nuovo, appendersi alla sciarpa di seta appena regalata dalla fidanzata, smagliare la calza, graffiare lo smalto. Anche tutto contemporaneamente. Lasciandovi increduli a imprecare.
Cosa vi aspettavate? Siete mai caduti in un cespuglio di cardi? Quello è.
Vi sareste mai sognati di spargere “ricci di aculei uncinati persistenti” nella vostra esistenza di persone civilizzate e tecnologiche?
Ci ha pensato George de Mestral, ingegnere svizzero e inventore, dimenticando che, come per il suo antenato naturale, la missione del velcro non è “chiudere garbatamente” ma attaccarsi. Spesso ignorando la gemella lanugine morbidina. Attaccarsi dove capita, a caso, meglio se facendo danni.

Considerato pratico e moderno nasconde un caratteraccio che vi farà rimpiangere bottoni, fibbie, automatici, cerniere. Inspiegabilmente infinite le sue applicazioni, è utilizzato persino dagli astronauti. Chissà se anche la Cristoforetti si troverà a maledire il famoso nastro a strappo americano.

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