Giuseppe Pepe, #LoosingMyMind

Where is my mind

Perdere la testa vuol dire non riconoscersi più, come nei lavori di Giuseppe Pepe

Un giorno Giuseppe Pepe mi contattò e mi chiese un mio ritratto o comunque una mia foto in cui fosse visibile il volto. Gli interessava perché lo voleva cancellare. Voleva decapitarmi artisticamente per vedere l’effetto che faceva. Ovviamente accettai. Il risultato fu questo, ed è con un certo orgoglio che appaio sotto le spoglie di Batman.

Il volto di una persona è, a ben pensarci, l’unico dettaglio (o insieme di dettagli) che lo identificano inequivocabilmente. Cancellarlo significa renderlo irriconoscibile perché i corpi si confondono e i vestiti li fanno sembrare altri corpi. Senza volto perdiamo la nostra indentità.

Come cantavano i Pixies:

Se metti i piedi in aria e la testa in giù e giri collasserà
se non c’è niente dentro
e ti chiederai
“Dov’è la mia mente?”

Giuseppe ha creato una serie di foto rielaborando lavori di altri fotografi chiamata #LoosingMyMind. Mi piace pensare che sia velatamente una denuncia dei selfie, ossia dell’ossessione contemporanea (ma che ormai ha annoiato oltremodo) per l’autoritratto.
Il selfie è ormai una forma di comunicazione istituzionalizzata — quasi secolarizzata, direi. L’uomo contemporaneo afferma la sua esistenza non più e non solo con la parola e il pensiero ma con l’immagine del suo volto. Che il più delle volte è talmente mistificata dai limiti della tecnica e dell’elaborazione informatica da non avere quasi più niente di reale.

Meglio resettare tutto e farsi un selfie in cui il punctum fotografico non esiste più: il volto scompare, l’identità che il selfie doveva certificare è venuta meno.

A me le immagini di Pepe piacciono. Sono scatti di altri, spesso già molto belli in origine ma il paradosso sta nel fatto che togliendo qualcosa acquistano un significato in più, o almeno un significato diverso.
Disorientano e disturbano, o altre volte sono semplicemente ironiche e divertenti. Tra l’altro, rimuovendo il fuoco dell’attenzione, portano lo sguardo sul contesto, che spesso è pure più interessante o comunicativo. I selfie sono odiosi perché sono troppo semplici: fotograficamente stanno tutti lì, nel centro. Invece quello che succede ai margini spesso è molto più descrittivo del soggetto.

Siccome non siamo descritti solo dal nostro volto ma da come ci vestiamo e dall’ambiente in cui viviamo, Pepe riporta l’attenzione dove meno indugia. Ma che c’è, sempre.
Io dei selfie guardo solo le piastrelle del bagno (il 99,99% dei selfie sono fatti in bagno, perché è giusto vergognarsi di praticare una simile e idiota forma di fotografia) e mi diverto a immaginarmi il resto, quel che non si vede.

Pepe lo porta alla luce, mostrando ciò che definisce la nostra identità — cioè il nostro volto — rimuovendolo.

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