“Edito anch’io”. “No, tu no”.

In rete è di tendenza definirsi “editor”. Ma che significa, esattamente? Molti confondono l’editor con l’italiano “editore”, ma si tratta di figure distinte. L’editore (“publisher”) è il “boss”, colui che ha l’ultima parola sulla linea editoriale, i contenuti da pubblicare e le scelte economiche di lungo periodo di una casa editrice. In italiano l’“editor” è, in mancanza di un termine più appropriato, una figura professionale simile al redattore, che opera in una realtà editoriale o in proprio lavorando sui testi degli altri allo scopo di migliorarne la forma e/o il contenuto. Se assurto al rango di direttore editoriale o di collana, l’editor è incaricato anche della selezione dei testi da pubblicare.
Ma come si fa a diventare un buon editor? Fondamentale la conoscenza della lingua in cui è scritto il testo (di entrambe le lingue in caso di revisione di un testo tradotto) e il possesso di un certo grado di cultura o, quanto meno, una discreta esperienza da lettore alle spalle. E, last but not least, tanta, tanta pratica. Pur non occupandomi di editing, opero nel settore editoriale, e lo faccio perché ho scelto un percorso di studi idoneo, comprensivo di una laurea, un master in editoria e un tesserino da giornalista.
Conosco parecchi editor, alcuni alle prime armi, altri con una certa esperienza. Capisco quindi che per svolgere questa professione, e soprattutto per svolgerla bene, è necessario possedere le qualità sopra indicate. Altrimenti, non solo si rischia di peggiorare la qualità dei testi su cui si lavora, ma anche di compromettere la professionalità generale del lavoro dell’editor. Penso a un certo tipo di clientela inesperta che, non sapendo cosa aspettarsi, lavora con sedicenti editor che non hanno idea di come affinare un testo e nemmeno di quanto valga, in termini economici, il proprio lavoro.

Di editor ce ne sono a bizzeffe, e ad alcuni di loro non mi rivolgerei mai.
- Chi non rende pubblico e consultabile il proprio curriculum. Quando ci si propone per un lavoro è buona norma inviare un CV aggiornato, che racconti esperienze, studi e interessi di una persona. Un editor privo dell’abilità di raccontarsi o della preparazione necessaria a svolgere il suo lavoro di norma non è un buon editor.
- Chi si fa pagare troppo, o troppo poco. Farsi un’idea dei prezzi medi per un lavoro di revisione non è impossibile: alcuni editor optano per la formula “preventivo su richiesta”, ma molti hanno un “tariffario” pubblico, differenziato in base al servizio richiesto (se si tratta di una correzione di bozze o di editing sostanziale o vero e proprio affiancamento). Però, come regola generale, diffiderei di chi si fa pagare anche solo per leggere un testo.
- Chi parla male dei suoi clienti. Alcuni clienti possono essere oggettivamente difficili. Ma vi fidereste di uno psicologo che racconta i fatti vostri ai suoi amici? Ecco.
- Chi dimostra di non conoscere la lingua italiana. Una volta su Twitter mi sono imbattuta nel profilo di un aspirante scrittrice ed editor. Proprio così. Un aspirante scrittrice.
- Chi non ha ancora finito le scuole superiori. Non credo ci sia altro da aggiungere.
Esperienza, trasparenza e preparazione sono i criteri in base ai quali scegliere l’editor a cui affidare il proprio lavoro.
Infine, un consiglio agli aspiranti editor: se, in tutta coscienza, sapete di non potervi definire editor, non fatelo. Non nascondete le vostre ambizioni, fate capire cosa vi piacerebbe fare, chi volete essere. Ma, almeno in campo lavorativo, fake it ‘til you make it non è la strada migliore.