Una voce che giunge da Aleppo

©FreedomHouse Salaheddin

Aleppo. Siria. Una città antica che nel corso dei secoli ha saputo attirare migliaia di persone di etnie diverse. Oggi è uno dei simboli della guerra siriana, una delle città più martoriate dal conflitto iniziato 5 anni fa. Il 26 aprile di quest’anno è stato organizzato l’incontro Siria, la terra contesa. La speranza che vive ad Aleppo con il vicario apostolico dei Latini di Aleppo, mons. Georges Abou Khazen all’auditorium Giorgio Gaber a Milano a cui hanno partecipato anche le autorità del consiglio della regione Lombardia. Una voce diretta la sua, che ha chiarito tante dinamiche che spesso si rischia di dare per scontate.

Sembra l’apocalisse. La metà della popolazione è profuga. Le minoranze cristiana, yazida, assira, caldea, alawita, sciita e musulmana moderata stanno soffrendo. Dove è arrivato l’Isis sono scomparse le minoranze

Dice il prelato durante il suo intervento sia in pubblico, che nel pomeriggio, in un incontro informale a Palazzo Pirelli davanti al consiglio regionale riunito.

La Siria è composta da 23 gruppi etnici e religiosi differenti. Un bel mosaico che vogliono distruggere e ridurre tutto a un colore solo, il colore nero

Continua Khazen che poi, un po’ a sorpresa, parla di Bashar al Assad, descrivendolo non come un santo (le parole esatte sono state “non sarà la Regina Elisabetta”), ma come un uomo che ha saputo mantenere viva la tradizione laica e pluralista della Siria.

Assad non è l’unico dittatore al mondo, sempre che lo sia. Ci conveniva. La Siria è l’unico Paese nel mondo musulmano che è laico, molto aperto, moderato dove tutti ci trovavamo a nostro agio. Nessuno chiedeva all’altra minoranza “chi sei”. L’insegnamento era gratis. Era aperto a tutti senza distinzione.

Insomma Assad non è poi così male secondo lui, ammettendo poi che i raid russi (pro Assad), abbiano aiutato a sconfiggere l’Isis e favorito i negoziati di pace di Ginevra. La descrizione della situazione ad Aleppo è tragica e la sua testimonianza diretta risulta davvero molto interessante:

Fino all’anno scorso 35 mila medici hanno lasciato la Siria. Non è un numero da poco. Siamo stati due anni sotto assedio. Mancava tutto. L’esercito regolare ha aperto un varco, una strada militare da cui arrivano ora i rifornimenti. La gente può entrare e uscire. La città è ancora divisa a metà. Metà dei quartieri parteggia per i ribelli e l’altra metà al fianco dell’esercito regolare. I bombardamenti sono continui. Le bombe artigianali imbottite di chiodi che spesso esplodono in città noi le chiamiamo “il cannone dell’inferno”. Siamo da sette mesi senza elettricità. Ci sono i generatori per strada e la gente può fare l’abbonamento e avere la luce a casa. Tagliano l’acqua. Più di due mesi senza. E meno male che ci sono dei pozzi nelle chiese e nelle moschee. Aleppo era paragonata a Milano. Era la prima città industriale del Paese. I macchinari delle aziende sono stati rubati e venduti in Turchia come hanno fatto con il grano. Abbiamo subito una crisi di pane per mesi e mesi. C’è disoccupazione, non c’è lavoro e commercio. E c’è l’inflazione. Il dollaro valeva 50 lire siriane, ora ne vale 550.

La Chiesa e la Mezzaluna Rossa fanno quello che possono per lenire le sofferenze della popolazione. Portano acqua agli ammalati e agli anziani, preparano pasti caldi, sostengono le famiglie in difficoltà economica, sostenendo i debiti con le banche. Donano anche dei vestiti. Aleppo è una città freddissima; quest’inverno le temperature sono scese fino a 15 gradi sotto zero.

Qualche frecciatina se la prende anche l’Europa.

Pensavamo ad un’Europa diversa. Più attiva nel processo di pace. Siamo vicini di casa e non solo questo ci lega. Abbiamo legami culturali e noi ci sentiamo europei negli ideali. Sta avvenendo un genocidio sotto gli occhi di tutti.

Poi una questione spinosa. Si può risolvere la crisi siriana con la creazione di staterelli confessionali? L’idea fa balzare la memoria indietro nel tempo; la conferenza di Berlino del 1884 che ha deciso a tavolino la spartizione dell’Africa. Sarebbe l’ennesimo errore. Mettere insieme etnie diverse o dividerle su base territoriale. Non è ad esempio possibile mettere insieme i Curdi solo perché sono Curdi. I Peshmerga iracheni e i Siriani del Rojava non sono amici per la pelle, seppur appartenenti alla stessa etnia. Punti di vista politici differenti…che contano. Restare uniti? Una possibilità, ma anche nell’unità ci sono elementi diversi da gestire. E gli interessi in Siria, si sa, sono tanti.

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