Andrea, Damiano e il team.

3DNextech: la startup livornese che rivoluziona la manifattura additiva

Intervista con Andrea Arienti, inventore di un processo innovativo di trasformazione chimica di oggetti polimerici realizzati tramite processi di manifattura additiva.


Andrea Arienti rientra perfettamente nella definizione di imprenditore moderno coniata da Irene Cassarino, ingegnere esperta di acceleratori di startup.

“L’imprenditore odierno è colui o colei che trova una nuova ragione di esistere nella società, risolvendo problemi importanti in modo trasformativo.”

Innanzitutto per il senso di responsabilità sociale che attribuisce al suo essere imprenditore consapevole della funzione del lavoro nella vita di ciascuno. Il lavoro è strumento di espressione, sviluppo e crescita delle capacità, aspirazioni e potenzialità della persona che non si inquadra sempre più difficilmente in un rapporto di mero scambio “tempo-denaro” tra azienda e dipendente.

Non a caso Andrea ha scelto di stabilire la sua azienda a Livorno. È una scelta precisa che risponde all’esigenza di restituire al territorio quanto ricevuto nel corso dei lunghi anni di studio e preparazione. Perché fare impresa all’estero per Andrea non è la scelta più difficile. Forse dal punto di vista della lontananza dagli affetti può esserlo, ma dal punto di vista imprenditoriale la scelta più difficile è restare qui, affrontare le difficoltà una ad una, giorno dopo giorno in trincea.

Inoltre, al di là del fatto che fare impresa all’estero è immensamente più facile che in Italia, è anche un fattore che impoverisce il nostro paese ed al tempo stesso regala un vantaggio competitivo a un paese “concorrente”. Per questo Andrea ricorda che “senza i cervelli europei, gli Stati Uniti sarebbero un paese del terzo mondo!” È una bella battuta che fa riflettere.

Infine ammiro l’ampiezza dello scopo trasformativo che lo ha motivato a creare l’azienda: grazie al suo primo prodotto innovativo 3DNextech crea un vantaggio competitivo soprattutto per le micro e piccole imprese (che rappresentano la colonna portante della nostra economia). Il problema che risolve questa tecnologia, consente a circa quattro milioni di micro imprese italiane, di affrontare le sfide della competizione mondiale con maggiore sicurezza.

Per questo motivo in particolare, per quelli citati sopra e per tutti gli altri che per evidenti motivi di spazio non posso riportare in questo articolo, definisco Andrea, come lo Steve Jobs livornese. Non è la solita esagerazione e non temo smentita: ci vediamo tra vent’anni e ne riparliamo.


Quali studi hai fatto e che lavoro fai?

Ho frequentato l’Istituto Tecnico Industriale Galileo Galilei di Livorno, mi sono diplomato come Perito meccanico e ho frequentato il corso di ingegneria meccanica presso l’Università di Pisa, sostenendo tutti gli esami senza tuttavia laurearmi in quanto durante la tesi entrai nel laboratorio di robotica dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna e lì, rapito dal turbine affascinante della ricerca sono rimasto a progettare robot per sette anni lavorando con menti aperte, giovani, coraggiose e innovative.

Penso di fare l’imprenditore, anche se la prima volta che l’ho sentito dire è stato da mia moglie dal pediatra di mio figlio quando ci chiese le rispettive attività. Vedendomi in difficoltà, anticipò la mia risposta dicendo “lui fa l’imprenditore”. Fui sorpreso, e per la prima volta mi resi conto che in effetti era la definizione più corretta.

Nel 2015 insieme al mio socio Damiano ho fondato 3DNextech, una startup innovativa che si occupa dei nuovi concetti di manifattura, dove con la nostra prima tecnologia ci concentriamo sulla finitura superficiale e l’aumento delle performance meccaniche di oggetti polimerici realizzati tramite processi di Manifattura Additiva e anche con tecnologie più tradizionali. Dopo tre anni di accurata preparazione porteremo sul mercato il nostro primo prodotto all’inizio dell’anno nuovo.

Cos’è che ti ha sempre appassionato da piccolo?

Sin da quando sono piccolo la natura mi emoziona e mi riempie in ogni sua sfaccettatura: animali, piante, minerali. Pensare di tenere in mano un cristallo formatosi in milioni di anni, mi emozionava tantissimo quando ero bambino e lo fa anche ora.

Inoltre da piccolo avevo un’irrefrenabile curiosità che mi portava a smontare e rimontare tutto per capire come funzionavano le cose e devo dire di non essere mai stato sgridato dai miei genitori per questa mia passione. Vuol dire che sapevo rimontare senza rompere nulla. In questo credo di essere stato influenzato da mio padre che sapeva fare tutto in casa.

Ora purtroppo non riesco a dedicare molto tempo alla lettura, ma leggere tanti libri mi ha sempre appassionato. Inoltre mi piaceva tanto viaggiare, anche se il primo aereo l’ho preso che ero già grande. Soprattutto mi ha sempre appassionato la fotografia: scattare, sviluppare e stampare le foto con il processo tradizionale di sviluppo analogico mi da una soddisfazione che non riesco a provare con la fotografia digitale.

Il nesso tra queste passioni e la tua attività attuale non sembra casuale.

È un collegamento che si è ristabilito di recente: scelsi la meccanica perché attraverso di essa si riesce a prevedere il comportamento degli oggetti e questo, soprattutto quando sei piccolo, sembra quasi un super potere.

Come sei diventato imprenditore, da dove ha preso il via la tua avventura?

Credo che la vocazione imprenditoriale sia sempre esistita dentro di me, ma non sono mai stato capace di identificarla almeno sino ad un certo punto ben preciso della mia vita. Per la precisione fu nei primi mesi del 2009. Al tempo durante l’inaugurazione dei laboratori del Sant’Anna allo Scoglio della Regina, ascoltai il professor Dario, che rispondeva ai giornalisti rivolto verso i dottorandi: “progettare questi robot serve a dare sfide impossibili a questi ragazzi, perché se non loro, chi deve creare nuovi posti di lavoro in questo paese?”

Mi si accese una scintilla, perché sino a quel momento vedevo il lavoro come qualcosa da cercare, non da creare: sentii che quella era la mia strada. Entrai in TechnoDeal, una spinoff del Sant’Anna per provare le mie capacità di imprenditore fino a quando mi venne l’idea che ha poi portato alla nascita di 3DNextech.

Dopo aver fatto le opportune valutazioni tecniche, ma soprattutto economiche e finanziarie con il mio attuale socio Damiano, decidemmo di creare l’attuale società la quale nel giro di poco iniziò l’attività, grazie anche all’arrivo di un Business Angel.

Potresti illustrare le attività di 3DNextech ed il vostro obiettivo.

In questo momento il team operativo è composto da due soci e quattro dipendenti a tempo indeterminato che, sottolineo con orgoglio, ricevono un trattamento superiore alla media nazionale nonostante siamo ancora una piccola società.

Abbiamo inventato una tecnologia inedita per la lavorazione delle materie plastiche che offre notevoli vantaggi per prodotti realizzati con polimeri come ad esempio: ABS, NYLON o Acetato di Cellulosa. È un trattamento chimico fisico attraverso il quale, all’interno di una vasca, viene vaporizzata una miscela di sostanze contenuta in una capsula simile a quelle delle macchinette del caffè, che lambisce la superficie dell’oggetto in qualsiasi punto. La lavorazione conferisce alla superficie dell’oggetto uniformità, compattezza, lucidità, durezza, impermeabilità, resistenza all’urto, alla pressione, alle sollecitazioni meccaniche: in pratica trasforma l’oggetto da grezzo a finito in modo duraturo.

Questa tecnologia nasce in risposta ad un problema che avevo individuato durante il mio periodo alla Sant’Anna dovendo ottimizzare il design di robot che altrimenti risultavano alquanto difettosi per via delle tecnologie e dei materiali allora disponibili sul mercato. Come accennavo, trovare la soluzione di un problema è una delle peculiarità del mio carattere. Non riesco a capire chi si ferma o si arrende solo perché “è troppo difficile” o perché “ci vuole troppo tempo”, spesso magari senza neppure provarci sul serio. Sono assurdità. Non mi capita mai di pensare ai mesi da investire per trovare la soluzione, penso piuttosto agli anni in cui posso accumulare i vantaggi di questa soluzione. Dopo lunghe ricerche ho trovato la soluzione quasi per caso, e la cosa curiosa è che la nostra principale invenzione è di natura chimica anche se io non sono un chimico.

Lavoravo seguendo ipotesi ed applicando in maniera rigorosa il metodo scientifico utilizzando i prototipi come se fossero delle “black box”: sapevo da dove partire e quale obiettivo raggiungere, muovendo dei parametri nel mezzo.

La nostra tecnologia è stata ideata in particolare per le micro e piccole imprese, colonna portante dell’economia italiana: ne esistono 4 milioni, in Europa siamo secondi solo alla Germania e siamo settimi nel mondo, pur avendo circa il 30% di tasse in più e il 20% di incentivi in meno.

Offrire una soluzione vantaggiosa che non comporta nessun tipo di investimento infrastrutturale a questo tipo di realtà, per noi significa aiutarle ad essere ancora più competitive e a superare le sfide del mercato attuale, ma soprattutto dargli la possibilità di proiettarsi negli scenari futuri.

Quali sono i vantaggi della mentalità livornese quando ti confronti all’estero con culture diverse?

Premetto che sono originario dell’isola del Giglio ma sono nato, cresciuto a Livorno. Forse anche per questo mi sento un livornese un po’ anomalo. Sono innamorato di Livorno, l’amo esageratamente e questo forse mi porta a vedere più pregi che difetti del nostro carattere.

Penso ai valori che hanno fatto nascere Livorno, penso ai livornesi del Cinquecento o anche dell’Ottocento. Quando guardi fotografie ottocentesche di Livorno, scopri una città stupenda di una modernità sconvolgente fatta, come diremmo oggi, da migliaia di imprenditori di sé stessi, da persone che hanno avuto il coraggio di mettersi sempre in gioco. Non per nulla lo slogan dei tifosi amaranto “non un passo indietro” riflette alla perfezione l’anima piratesca coraggiosa e mai doma del nostro carattere.

Il livornese, refrattario alle regole più di chiunque altro, creativo e geniale sempre pronto a inventarsi le sue regole, ha delle caratteristiche micidiali che altri non hanno, caratteristiche che se ben convogliate oggi sono preziosissime e ricercate.

Pensa anche solamente alla genialità delle scritte sui muri livornesi: “Boia cosa vi siete persi!” davanti ai muri dei cimiteri la sera della promozione in serie A dopo più di 30 anni di digiuno, oppure “C’è crisi si vede dai visi” sono due esempi meravigliosi che esprimono in poche parole tutta l’anima della città e la sua creatività.

Rimasi colpito anni fa da una classifica stilata dalla rivista musicale “Rolling Stone” delle città nel mondo con il maggior numero di band in relazione al numero di abitanti. Livorno era al secondo posto dietro Chicago!

Ad esempio se andiamo a prendere un medagliere olimpico o a qualsiasi tipo di sport: noi siamo sempre lì, tra i migliori.

Abbiamo artisti in svariate discipline, sono nati, vivono o hanno scelto di vivere in città. Il punto poi è ricordarsene, e da lì farne un tesoro.

Negli anni della ripresa economica, avere un lavoratore livornese era un dramma perché la fabbrica richiedeva degli “automi” che eseguivano senza pensare, mentre oggi il mercato valorizza lo spirito d’iniziativa, la creatività e la ricerca di soluzioni alternative, migliorative. Questa caratteristica intrinseca dello spirito livornese, del pensiero divergente, è oro e le aziende tecnologiche e innovative sono a caccia della “scintilla” negli occhi delle persone che si appassionano ad un problema, lo fanno proprio e lo risolvono nel migliore dei modi.

Inoltre siamo schietti e sinceri come pochi in Italia (e nel mondo) sanno esserlo: per chi viene dall’estero in visita o per trasferirsi in città, questa caratteristica agevola enormemente l’inserimento ed è un aspetto che fa innamorare gli stranieri della nostra città perché a Livorno abbattono molte delle proprie infrastrutture sociale ed è come se si sentissero più liberi.

Cosa può aiutarci a ritrovare la livornesità delle radici di cui parlavi prima?

Ho pensato molto a questa cosa e credo proprio che l’unico modo per sbloccare la situazione e ritrovare l’orgoglio delle nostre radici sia di fare conoscere e di veicolare esempi positivi, mostrare chi si impegna in vari ambiti mettendo in ombra chi si lamenta sempre.

Lamentarsi è lecito solo quando, dopo avere provato 4.000 combinazioni diverse per risolvere un problema, non si trova nessuna soluzione. Non quando ci si ferma alla seconda perché “costa troppo” o “ci si deve lavorare un po’ di più”.

Cosa serve quindi per tornare ad essere la Livorno di un tempo?

Servono esempi positivi ed è necessario esaltare chi si impegna e riesce a farcela. 
A tal proposito mi viene in mente il famoso detto “meglio disoccupato a Livorno che impiegato a Milano”. Ecco andrebbe modificato in “meglio risolvere i problemi da livornese, pensando fuori dagli schemi per poi andarsene al mare, che lavorare da automa in una grande città.” Certamente fa meno effetto, ma rende bene l’idea.

Come auspichi che sia Livorno in futuro?

Mi auspico che sia la città più bella del mondo, capace di rilanciarsi come città moderna come ha saputo fare in tutte le epoche storiche che ha attraversato. Mi rifiuto di rassegnarmi all’idea che oggi non siamo più una città moderna.

Non dobbiamo limitarci a fare come le grandi città, senza imitarle dobbiamo sapere andare oltre e lo possiamo fare solo se creiamo cultura, anche se sono consapevole che si tratta di un percorso a lungo termine. Dobbiamo smettere di piangerci addosso e rimboccarci le maniche. Il futuro è nostro, costruiamocelo.

Vorrei che in futuro, guardando un’immagine di Livorno si percepisse gli stessi sentimenti che provo quando guardo una foto della Livorno ottocentesca: bellezza, modernità, ricchezza di cultura.

Mi piacerebbe che mio figlio crescesse a Livorno e decidesse di viverci, ma desidero che possa usufruire di un contesto qualitativamente migliore e superiore rispetto a quello nel quale sono cresciuto.

Quale consiglio daresti a un giovane diplomando o appena diplomato?

Il mio primo consiglio è di non ascoltare consigli. In passato sono stati fatti danni enormi incoraggiando ragazzi e ragazze a laurearsi solo sulla base delle statistiche di sbocco sul mercato. I risultati non pagano da ogni punto di vista. Considera che nel 2013 l’Italia ha prodotto circa 13.000 dottori di ricerca di cui solo 250 hanno trovato lavoro come dottori di ricerca sul territorio nazionale.

In realtà il consiglio andrebbe indirizzato ai ragazzi quando sono ancora alle medie, invitandoli a seguire senza indugio quello che li appassiona, ciò che in loro accende la scintilla per qualsiasi interesse. Anche se sono consapevole che seguire le proprie passioni apre una questione non da poco: capire quali sono queste passioni.

Credo che per farlo bene, anziché studiare i trend di inserimento sul mercato, sia più opportuno raccontare a questi ragazzi gli esempi di chi li ha preceduti, affinché possano trarne spunto e ispirazione per fare leva sulle loro specificità individuali.

Un altro consiglio che voglio dare è di essere coraggiosi, curiosi, di osare, di non appiattirsi sulla media continuando a espandere continuamente la conoscenza per migliorarsi, innanzitutto come persone.

L’ultimo consiglio è che la vita è una, e dato che può capitare di morire anche giovani, fare qualcosa che ci fa schifo lo trovo veramente ingiusto.

Qual è il tuo rapporto con il territorio nel quale operate?

I luoghi non sono fatti di strade e monumenti, bensì di persone, per cui se nasci e vivi in un luogo, ne fai parte, anzi sei quello stesso luogo.

Quando abbiamo avviato la nostra società non immaginavo altri luoghi possibili al di fuori di Livorno, perché credo che per migliorare le cose occorra il contributo di ciascuno e questo lo si può dare solo vivendoci e rimboccandosi le maniche.

Abbiamo deciso di stabilire la nostra sede a Livorno perché avvertiamo l’esigenza di restituire ciò che abbiamo ricevuto, aiutando il territorio a crescere attraverso la nostra attività, anche se con la nostra società siamo agli inizi e dobbiamo ancora dare prova di noi stessi al mondo.

In qualche modo vogliamo diventare un esempio anche per quei giovani che si chiedono cosa faranno da grandi, e poter dire loro che “non serve andare via a cercare fortuna, puoi vincere anche qui.”