Geostudi Astier di Livorno: un’azienda di geofisica applicata alla geologia e all’ingegneria

Intervista con il fondatore di una realtà tecnologica e scientifica livornese leader di settore

L’aspetto che mi ha colpito di più sin dal primo incontro con Gianfranco è la semplicità e la spontaneità con cui mi ha accolto e raccontato la storia della sua azienda e di alcune ricerche alle quali ha partecipato in tutto il mondo. In particolare quelle recenti a Pechino nella “Città Proibita” e a Luxor nella Valle dei Re e nella tomba di Tutankhamon, che hanno attirato l’attenzione dei principali media nazionali e non.

Mi sono trovato davanti ad una bella persona con uno spirito libero e aperto, tipico livornese, che ha creato una realtà aziendale caratteristica per le attività di ricerca scientifica e di sviluppo tecnologico che svolge ispirata da un approccio molto pragmatico: “non possiamo vivere di rendita per quello che facciamo.” In un contesto come quello attuale è fondamentale sapersi reinventare continuamente per essere all’altezza delle richieste e delle nuove sfide del mercato. Un approccio vincente che ha permesso alla sua azienda di operare da protagonista in Italia e all’estero in un settore di nicchia trascurato dalle grandi realtà.

Gianfranco Morelli è un ingegnere delle telecomunicazioni laureato all’università di Pisa che dopo la laurea ha vinto una borsa di studi negli Stati Uniti per un progetto di tomografia elettrica di resistività 3D presso l’università dell’Arizona, dove è rimasto per oltre due anni. Al rientro lavora come assistente del famoso geofisico Jean Louis Astier con il quale ha collaborato per due anni ed al quale ha dedicato il nome della società di cui è fondatore e socio. La “Geostudi Astier Srl” azienda livornese è composta da esperti in geofisica applicata alla geologia, all’ingegneria e all’ambiente finalizzata allo studio del sottosuolo.

Le attività di Geostudi Astier Srl includono la vendita e il noleggio di strumentazione per l’indagine geofisica del sottosuolo, lo sviluppo e la commercializzazione di software per l’interpretazione avanzata dei rilevamenti effettuati.

Oltre a svolgere numerose partecipazioni in progetti di ricerca in tutto il mondo, l’azienda si occupa anche degli aspetti legati alla consulenza nella progettazione, rilevazione, elaborazione e analisi di misure geofisiche e di corsi di formazione sull’uso della strumentazione e del software.


Puoi raccontare un po’ il vostro percorso di crescita?

All’inizio dell’attività eravamo solo io e il mio socio principale Stefano nel garage di mia nonna a Stagno, dove avevamo installato due computer collegati a internet. Oggi nella nostra sede siamo una dozzina di persone tra soci, dipendenti e collaboratori, incluso un tirocinante.

Il modello del tirocinio da noi funziona bene perché la nostra attività non si impara a scuola e molti giovani dopo la laurea o il dottorato di ricerca restano volentieri con noi anche dopo il periodo previsto perché si trovano bene.

Ora a Pisa esiste una laurea specialistica di due anni in “Geofisica per l’Esplorazione”, aperta nello stesso palazzo dove si trova la facoltà di Scienze della Terra, che tende a formare persone più vicine alle nostre esigenze.

È corretto dire che lavorate in un mercato di nicchia che vi siete ritagliato?

In realtà no, perché se vai in altri paesi trovi molte ditte piccole che svolgono questa attività che tuttavia non fanno grandi numeri. In un paese come l’Italia questo non dovrebbe essere un lavoro di nicchia (viste le necessità del territorio e delle infrastrutture…), ma un lavoro molto diffuso.

La particolarità in Italia è che non esiste la figura professionale del geofisico come negli altri paesi, per cui sul mercato trovi studi di geologi che fanno anche un po’ di tecnologia oppure aziende che fanno perforazioni che propongono anche questo tipo di servizio tecnologico.

Per fare un esempio, in Francia, dove la figura professionale del geofisico è riconosciuta, il fondatore inventore delle misure elettriche in geofisica (Schlumberger) che iniziò con le esplorazioni petrolifere in Africa creò una società che oggi impiega non so quante migliaia di persone.

Negli ultimi decenni grazie al progresso della tecnologia si è sviluppata una parte di geofisica cosiddetta “di superficie” : nei primi 10–20 metri di profondità del sottosuolo infatti troviamo tubazioni, condutture, resti archeologici, criticità dovute a cavità o cedimenti nel terreno che possono causare il crollo di strade o edifici. Inoltre si è sviluppata anche la parte di geofisica che riguarda le infrastrutture: ad esempio studiare se le fondamenta del ponte sono fatte bene, se presenta fenomeni di corrosione nelle strutture non visibili.

Avete trovato una soluzione unica ad un problema molto diffuso, che non era ancora stato risolto. Ne puoi parlare?

Circa dodici anni fa ci contattò la Geosec che si occupa iniezioni di resina poliuretanica sotto gli edifici. Ci chiesero di studiare dove la resina doveva essere iniettata sotto l’edificio: con la tomografia elettrica 3D avevamo lo strumento che attraverso sensori installati intorno agli edifici ci consentiva di compiere rilevamenti di dati per vedere cosa si trova sotto le fondazioni e di capire dove iniettare la resina. Dopo una breve fase di sperimentazione iniziale la Geosec, intuito il valore dell’idea, si adoperò per depositare il brevetto europeo di cui detiene tutt’ora i diritti.

Il vantaggio di questo approccio è costituito dalla novità dell’intervento sotto piccoli edifici che vanno dalla villetta, al condominio, al capannone che in Europa rappresentano comunque la maggior parte delle costruzioni esistenti. Un approccio vincente che in circa dieci anni, ha permesso loro di raggiungere un giro d’affari veramente importante, quattro sedi in Europa e di impiegare oltre cento persone. Ancora oggi sono uno dei nostri principali clienti.

Come puoi immaginare questo tipo di attività esplorativa del terreno, non riguarda solo lo studio delle fondamenta o delle strutture civili e industriali. Per questo siamo stati invitati dall’Università di Pechino a fare dei rilevamenti nella Città proibita alla ricerca di tracce di costruzioni storiche pre-esistenti sopra quali fu eretta la Città. Siamo stati chiamati dal Politecnico di Torino e dai tecnici dell’Ambasciata Italiana al Cairo per una collaborazione sulla ricerca di eventuali camere segrete intorno alla tomba di Tutankhamon a Luxor. Inoltre un collega messicano ha utilizzato il nostro software per fare rilevamenti sulla piramide di Chichén Itzá nello Yucatan.

Dunque sviluppate software e vendete hardware di terze parti, giusto?

L’hardware che utilizziamo è costruito da una ditta francese di cui siamo distributori in Italia e spesso per loro facciamo anche corsi di formazione per i clienti.

La nostra reputazione alimentata dal passa-parola in Italia e all’estero è molto legata al software che sviluppiamo, alle procedure di calcolo che adottiamo e al volume delle nostre pubblicazioni scaturite da progetti o ricerche sviluppate in collaborazione con enti di ricerca.

Vi capita spesso di fare pubblicazioni?

Diciamo che scrivere articoli scientifici non è il nostro mestiere, però i numeri che registriamo su Researchgate sono molto significativi: in un anno ho registrato 2.800 letture dei miei articoli e 450 citazioni. Considerando che si tratta di pubblicazioni scientifiche di nicchia e non di “like” su Instagram o Facebook, sono dati importanti che dimostrano quanto siano apprezzati i nostri lavori. Inoltre questo aspetto, specialmente nei paesi arabi dove la reputazione personale e la fiducia sono fondamentali, ci è stato di grande aiuto.

Puoi dire in che percentuale è distribuito il vostro giro d’affari?

Direi globalmente che il fatturato è diviso in due parti simili tra mercato estero e mercato italiano. E quando dico mercato mi riferisco esclusivamente a quello privato. Infatti il settore pubblico (in particolare le Università, che pur avrebbero bisogno di queste apparecchiature) ha registrato un progressivo calo dei budget a disposizione per allestire i laboratori.

Per una persona come te che lavora molto con l’estero e si confronta spesso con culture diverse dalla nostra, c’è un aspetto dell’essere livornese che risulta un vantaggio competitivo?

Credo che in generale il livornese abbia un modo di rapportarsi con le persone un po’ più cordiale, un po’ più aperto di altri. Personalmente non ho problemi a confrontarmi con persone di culture diverse. Ti faccio un esempio: di recente stiamo svolgendo un lavoro in Azerbaijan dove ho scoperto che le persone sono molto semplici e guardano al sodo molto più di noi, ti guardano dritto negli occhi alla ricerca del contatto umano sul quale costruire una relazione di lavoro e di consulenza basata sulla fiducia reciproca. Sapersi relazionare in modo autentico, spontaneo e cordiale è sicuramente un vantaggio competitivo dell’essere livornese nel mondo.

Quali sono gli aspetti della mentalità livornese che ti piacciono di meno?

Purtroppo un aspetto negativo dell’essere livornese è che manca una propensione così spiccata al lavoro duro. Nella nostra azienda siamo solo tre livornesi: io e due dei miei soci. Il resto sono “ragazzi” che vengono da tutta l’Italia.

A Livorno uno si sente “ganzo” stando in ciabatte sul lungomare rinunciando felicemente a lavorare un’ora, anche mezz’ora in più, per se o per creare nuovo lavoro: e in questo secondo me c’è poco di “ganzo”.

Perché hai scelto di stabilire la tua attività a Livorno?

Innanzitutto per motivi familiari e per il legame forte che ho sempre avuto con la città. È fuori di dubbio che una città delle dimensioni di Livorno, offre una qualità della vita migliore rispetto alle grandi città o alle grandi aree metropolitane del nostro paese. Il ritmo di vita è più lento a tutto vantaggio delle relazioni familiari e personali: ad esempio la possibilità di tornare a casa per pranzo e passare il tempo con i figli per me è un valore importante. In una grande città forse non sarebbe possibile.

Quale consiglio ti sentiresti di dare a un giovane diplomato che vuole sviluppare un’idea imprenditoriale a Livorno?

Intanto deve avere una bella idea e poi non deve mai stare fermo. Oggi non esistono più posizioni di rendita, oggi tutto è più dinamico, quasi liquido nel senso che in un attimo può cambiare l’intero contesto.

Il “posto fisso” non esiste più non per colpa dello Stato o del governo ladro. Il posto fisso non esiste più perché non esiste più nessuna attività di business che può durare o che è sicura a tempo indeterminato. La differenza è sostanziale.

Molti decenni fa era normale assumere e promettere una certa stabilità per il futuro perché il contesto era comunque stabile e relativamente prevedibile: oggi non lo è più. Per cui il miglior consiglio credo sia diventare imprenditori di se stessi: “se nessuno può offrirmi un lavoro sicuro, traggo stimolo da questa difficoltà per ritagliarmi il mio spazio.”

Si dovrebbe scoraggiare i giovani dall’intraprendere attività pensando che sia l’unica cosa che possono fare o come se fossero già all’ultima spiaggia. E penso in particolare a quelle attività commerciali che aprono con facilità una uguale all’altra, una accanto all’altra come spesso si vede nelle strade di Livorno. E non solo di Livorno.

Dobbiamo incoraggiare i giovani ad andarsi a cercare ciascuno la sua spiaggia, quella che meglio riflette e si adatta alle loro aspirazioni, alle loro capacità.

Puoi fare un esempio della tua motivazione?

Ho usato l’immagine della spiaggia perché indica qualcosa di piacevole in cui uno ci si immagina in genere da solo. Uno pensa alla spiaggia tropicale deserta, ma in realtà quando ci va si accorge subito di non essere solo.

Per eliminare un po’ di gente intorno e per trovarsi la “sua” spiaggetta, il buon imprenditore cerca un problema da risolvere per qualcuno. Possibilmente un problema al quale nessuno ha ancora pensato.

Ad esempio io ho studiato elettronica delle telecomunicazioni e sono stato il primo laureato in questa disciplina che poi è diventata ingegneria delle telecomunicazioni. Quando dovevo preparare la tesi avevo tre o quattro opzioni e scelsi la proposta della tomografia elettrica 3D, allora ancor meno conosciuta di oggi, anche perché era collegata ad una borsa di studio presso un’università americana. Quando scelsi l’argomento della mia tesi di laurea non pensai se la scelta poteva essere più facile o più difficile delle altre, quanto al fatto che ero l’unico a farla, che era un argomento originale che nessuno aveva ancora affrontato.