La linguistica: un ponte verso il futuro, anche quando guarda al passato

Intervista con Luca Ciucci, giovane linguista specializzato nella documentazione di lingue minoritarie, alla ricerca dei nuovi orizzonti di una disciplina dove convergono saperi umanistici e scientifici.

Con Luca ci siamo incontrati in Piazza Grande per prendere un caffè e per fare conoscenza. Gli ho raccontato del progetto TEDxLivorno e dell’iniziativa delle interviste alle giovani eccellenze livornesi che come lui si fanno onore all’estero. Lui mi ha raccontato che vive a Cairns, in Australia, dal 2016 dove svolge un post dottorato di ricerca al Language and Culture Research Center presso la James Cook University.

L’incontro, interessante sin dal primo attimo, si è arricchito di una piacevole sorpresa del tutto inaspettata per entrambi: rispondendo ad una sua domanda di pura curiosità, abbiamo scoperto di avere un legame di parentela neppure troppo lontano.

L’impressione è di aver conosciuto una persona molto gentile, sensibile, dai modi garbati, genuinamente interessata alla finalità dell’intervista.

In Luca ammiro la chiarezza della visione sul suo futuro (restare in modo permanente in Australia per portare a termine una missione scientifica che non potrebbe realizzare in nessun’altra parte nel mondo) e l’apertura mentale riguardo all’esigenza di contaminazione con diverse discipline scientifiche (matematica, programmazione, statistica) utili allo sviluppo futuro della linguistica.

Soprattutto ho avuto la gioia di conoscere una persona innamorata del suo lavoro, consapevole dell’importanza delle ricerche svolte e del livello di professionalità raggiunto.


Puoi presentarti per dire che lavoro fai?

Sono nato a Livorno e vivo in Australia dove mi occupo della documentazione linguistica di lingue parlate dagli indigeni sudamericani e in particolare di due lingue della famiglia linguistica zamuco, una chiamata ayoreo e l’altra chamacoco. Gli Ayoreo sono una delle ultime popolazioni uscite dalla foresta. I Chamacoco invece non vivono più nella foresta da più di cento anni e il primo a contattarli per studiare la loro cultura fu un italiano (Guido Boggiani n.d.r.) che però non ebbe molta fortuna perché finì male. Fu ucciso in circostanze misteriose durante una spedizione nella foresta. Io provo a continuare i suoi studi auspicabilmente con più fortuna. Mi occupo anche di un’altra lingua che si chiama chiquitano, una lingua parlata nello stesso contesto culturale del film “The Mission”, diffusa nelle missioni gesuitiche nel sud-est della Bolivia. In teoria nel film “The Mission” la lingua sarebbe il guaraní, mentre nel sud-est della Bolivia la lingua ufficiale delle missioni era appunto il chiquitano.

C’è qualcosa che ti ha sempre appassionato sin da quando eri piccolo?

Da piccolo ho avuto molti interessi divergenti e anche in contrasto tra loro. Una cosa che mi ha appassionato e che ritrovo nel lavoro che sto facendo oggi è l’interesse per il passato.

Mi interessava l’archeologia, mi interessava scoprire cosa era accaduto nel passato, mi appassionavano le civiltà antiche.

Ed oggi sto facendo qualcosa di simile: ricostruisco il proto-zamuco, lingua parlata, si calcola, più di duemila anni fa. Noi sappiamo che la maggior parte delle lingue parlate in Europa sono lingue indoeuropee, migliaia di anni fa tutti noi avremmo parlato il proto-indoeuropeo. Tra i duemila e i tremila anni fa, si calcola, in una parte del Sud America si parlava il proto-zamuco, che sto appunto ricostruendo.

Cosa ha influenzato la tua scelta dell’indirizzo di studi?

Mi interessava scoprire qualcosa di nuovo. Sono sempre stato appassionato di lingue, non conoscevo ancora la linguistica come disciplina, ma vedevo che mi dava la possibilità di studiare e scoprire civiltà e popolazioni sconosciute.

Sei stato agevolato da qualcosa nella tua scelta?

Ho avuto la fortuna di vincere il concorso di ammissione alla Scuola Normale Superiore presso la quale c’era una buona attività di ricerca e di insegnamento per quanto riguarda la linguistica generale. Ciò mi ha consentito di svolgere ricerche che hanno preso il via dalla cattedra di linguistica della Scuola Normale Superiore. Il mio relatore nella tesi di dottorato cominciò a lavorare sull’ayoreo ed io l’ho seguito, ho iniziato a lavorare sul chamacoco, poi su altre popolazioni e tutt’ora sono impegnato in questa attività di ricerca.

Puoi spiegare l’importanza delle lingue zamuco?

Si tratta di lingue poco o per nulla descritte sino a quando nel 2007-2008 alla Scuola Normale Superiore abbiamo cominciato a documentarle. Nel mondo si calcola che siano parlate ancora circa 4.000 lingue, e ciascuna di esse rappresenta l’evoluzione particolare di una cultura, rappresenta un possibile modo di espressione del linguaggio umano, ciascuna rappresenta una ricchezza culturale.

Con la globalizzazione il problema è che molte lingue locali parlate in piccole comunità che lentamente si sono aperte al mondo stanno scomparendo, e con loro scompare una parte importante del patrimonio culturale dell’umanità.

Questo problema ci impedisce di studiare alcuni aspetti significativi del linguaggio umano, importanti da conoscere. Le lingue zamuco hanno alcune caratteristiche che le rendono uniche, hanno delle rarità che non si trovano in altre lingue. Ad esempio, senza scendere troppo in dettagli tecnici, i nomi e gli aggettivi esprimono nei loro suffissi una combinazione di categorie grammaticali che non troviamo in nessun’altra lingua. Inoltre le lingue zamuco non hanno il tempo verbale, cosa per noi inusuale, anche se questa è una caratteristica presente in varie lingue.

Cosa risponderesti a chi dice che con gli studi letterari oggi non c’è futuro?

Allora su questo punto credo che si debba essere molto onesti. In quanto linguista ci si aspetterebbe da me una difesa anche un po’ retorica, come spesso accade, degli studi letterari e della loro importanza.

A un giovane sconsiglierei di studiare materie umanistiche perché effettivamente è molto più difficile trovare un lavoro. Non è impossibile, però con le materie letterarie ci si mette in media in una condizione di svantaggio. La mia impressione è che ci siano forse troppe persone che studiano materie umanistiche rispetto alle reali esigenze del mercato, poi per carità, sono certamente saperi importanti perché sono il fondamento della nostra società.

Però davanti ad un giovane che mi chiede se studiare una materia letteraria o una scientifica, direi di scegliere quella scientifica. Bisogna essere onesti nel guardare la società in cui viviamo (in crisi culturale, ancor prima che economica) e il mercato del lavoro per quello che sono, non per quello che vorremmo che fossero. A tal proposito suggerisco un ottimo libro di Claudio Giunta, “E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica” edito da Il Mulino.

Esiste un aspetto tipico della mentalità livornese che nella tua esperienza all’estero si è rivelato un vantaggio competitivo?

Livorno è una città tradizionalmente multiculturale e questo fa sì che siamo particolarmente aperti e che abbiamo ereditato un atteggiamento che non teme il confronto con il diverso, con le altre culture. In un’epoca in cui si entra sempre di più in contatto con realtà che solo fino a qualche decennio fa si vedevano da lontano, questo è indubbiamente molto positivo.

Quando invece sei a Livorno, quale aspetto della mentalità che hai imparato all’estero desidereresti ritrovare?

Attualmente vivo in Australia a Cairns, dove la mentalità è molto simile a quella livornese. Al di là di questo comunque sono molto pragmatici e soprattutto molto bene organizzati. Per esperienza devo dire che questi aspetti positivi li ho ritrovati anche in Germania, dove tuttavia non mi sembra di aver riscontrato tutta quella gran voglia di lavorare che attribuiamo ai Tedeschi (e che anche loro si attribuiscono). In realtà sono molto bene organizzati, il che permette anche di poter lavorare meno, e c’è una fiducia reciproca tra le persone che da noi purtroppo manca.

Come pensi che Livorno possa tornare tra le città protagoniste del Mediterraneo?

Premetto che, vivendo da molti anni lontano da Livorno, forse non ho un’immagine precisa della sua realtà attuale. Tuttavia consiglierei di puntare sulla tecnologia, di riscoprire il legame con la cultura ebraica e di sviluppare nuovi rapporti con Israele, che è uno dei principali poli mondiali dell’innovazione tecnologica.

Come ti immagini Livorno tra 10–15 anni?

Non sono in grado di dirlo, ma spero diventi un luogo ricco di differenze culturali perché questo vorrebbe dire per Livorno diventare un luogo d’accesso privilegiato per lavoratori qualificati provenienti dal resto del mondo. Mi auspico che diventi un centro che punta a sviluppare le cosiddette industrie del futuro, si veda il libro di Alec Ross “The industries of the Future”, per essere all’avanguardia nella nuova economia della conoscenza.

Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane in uscita dall’esame di maturità?

Ad uno studente di liceo consiglierei di andare all’estero, possibilmente già negli ultimi anni di corso, consiglierei di imparare una lingua e di praticarla e cercherei di andare a fare l’università all’estero. Ad uno studente già diplomato consiglierei di guardare il suo percorso da una prospettiva europea, di orientarsi per capire bene cosa richiede il mercato. Non si tratta di possibilità per pochi eletti: ad esempio in Germania le tasse universitarie sono basse (per non dire quasi nulle), a fronte di un’economia che ha un grosso problema: le aziende tedesche non riescono a trovare personale. Inoltre questo darebbe una prospettiva di carriera internazionale e consentirebbe di crescere professionalmente in paesi che investono sul futuro molto più di noi.

Il mio suggerimento di puntare sull’estero dipende dal fatto che purtroppo al momento il nostro paese offre opportunità limitate e la situazione non sembra destinata a cambiare.

E se queste condizioni rimangono immutate, non vi è alcuna possibilità di sviluppare una nuova mentalità che possa cambiare lo stato delle cose in futuro.

Come si costruisce oggi un percorso accademico internazionale come quello che hai intrapreso?

Conduco degli studi teorici molto di nicchia e siamo relativamente poche persone al mondo a occuparcene. In quello che facciamo, naturalmente le discipline umanistiche sono preponderanti, anche se posso affermare che la linguistica si sta muovendo sempre di più verso una sempre più marcata contaminazione con le discipline scientifiche (statistica, matematica, programmazione) che ci aiutano ad aprire nuove prospettive sulle scienze del linguaggio.

Quali differenze positive o negative noti tra i sistemi universitari che hai conosciuto in Italia e all’estero?

Devo dire che mi sono trovato in paesi diversi in fasi diverse della mia carriera. La prima cosa che si nota in molti paesi è che non c’è quell’asfissiante mancanza di prospettive che ormai ha reso pesante il clima italiano. Quello che ho visto in generale è un maggiore coinvolgimento degli studenti non ancora laureati nelle attività di ricerca, che è anche quello che accade in Normale, ma la Normale è un’eccezione nel panorama italiano. Ho anche visto una maggiore attenzione alle attività di socializzazione degli studenti. Visitando un’università olandese ho visto che vi erano angoli ricreativi, con giochi da tavolo e riviste, e mi è stato detto che un aspetto fondamentale dell’esperienza universitaria è legato alle interazioni con gli altri, che sono un momento fondamentale per la crescita e la maturazione dell’individuo, altrimenti al giorno d’oggi avrebbe senso avere soltanto università online. Ecco, sarò un po’ estremo, ma da questo punto di vista, se in Italia gli atenei di punto in bianco offrissero soltanto corsi online, quasi nessuno si accorgerebbe della differenza.

Quali sono i tuoi obiettivi professionali a medio lungo termine?

Il lavoro di documentazione che sto facendo è molto ambizioso e il mio obiettivo è arrivare a creare una prima grammatica descrittiva, e, dove vi sia necessità, anche un buon dizionario, per ciascuna delle lingue su cui sto lavorando. Si tratta di un lavoro che ovviamente non potrò svolgere da solo e che durerà presumibilmente anni.

Inoltre ho riscoperto una serie di volumi conservati in Bolivia, considerati patrimonio documentario dell’umanità da parte dell’UNESCO, che riguardano una lingua zamuco estinta, l’antico zamuco e il chiquitano, di cui con il permesso dell’istituzione che li possiede, sto preparando un’edizione critica. Naturalmente si tratta di progetti a lungo termine che richiedono anni di lavoro.