Libero ai confini della conoscenza umana tra intelligenza artificiale e robotica

Intervista con uno spirito libero alla scoperta del sapere con umiltà e consapevolezza dei limiti per superarli.

La prima volta che ho incontrato Gabriele abbiamo trascorso quasi tutto il tempo a parlare del TED: era veramente curioso di capire e scoprire ogni aspetto del programma TEDx e del progetto TEDxLivorno che sto curando.

Ho visto letteralmente il suo sguardo illuminarsi quando gli ho detto che il titolo del TEDxLivorno sarà “Imagine beyond the horizon”.

Mi ha detto: “Vedi, la conoscenza è come un cerchio dove al centro trovi l’istruzione che ricevi a scuola e all’università, mentre ai bordi, lungo la circonferenza, ci trovi quelli che come me scavano ogni giorno nel buio per trovare nuove strade, per ampliarla e allargarne i confini.”

Emozionante sentirlo parlare così e ancora di più quando, con la massima spontaneità, mi ha chiesto se avrebbe potuto partecipare all’evento!

Pochi giorni dopo ci siamo ritrovati per fare l’intervista che nel primo incontro non eravamo neppure riusciti ad iniziare, tanto la conversazione sul TED era stata appassionata per entrambi.

Gabriele è un bellissimo personaggio che si muove ai confini della conoscenza umana, dell’intelligenza artificiale, della robotica con uno spirito aperto, libero, senza paure, ma al tempo stesso con tanto rispetto e tanta umiltà. Addirittura in certi momenti sembra quasi che sia lui il primo a non credere di aver raggiunto un livello simile.

Con grande sincerità e leggerezza confessa di aver semplicemente trovato il modo di lavorare senza fare fatica, perché in sostanza a lui piace studiare, non “lavorare” e per ora, a Tokyo in Giappone, ha trovato il modo di farsi pagare per continuare a studiare.

L’augurio sincero è che possa continuare a lungo a scavare ai limiti della conoscenza umana per la sua soddisfazione personale e anche per aiutarci a immaginare oltre l’orizzonte.


Puoi presentarti per dire dove vivi e cosa fai di bello?

Sono semplicemente un livornese che vive all’estero da un po’ di tempo. Da oltre 7 anni vivo a Tokyo dove faccio il ricercatore in robotica e il professore di informatica e intelligenza artificiale all’università Waseda.

Cosa ti ha sempre appassionato sin da piccolo?

Come un po’ tutti sono appassionato di calcio, in più anche di videogiochi e di canto. Quando ero in Italia sono riuscito più o meno a coltivare queste passioni. In particolare, nel campo videogiochi ho lavorato per un’azienda americana ad un gioco importante.

Perché i robot e la robotica? Come sei entrato dentro questo mondo?

È stato il destino che mi ci ha portato. La verità è che non sono andato in Giappone perché volevo fare robotica, ma ho finito per fare robotica perché volevo andare in Giappone.

Cosa o chi ha influenzato la tua scelta dell’indirizzo di studi?

Mi sono laureato a Pisa in ingegneria informatica; mai studiata robotica. Inizialmente non avevo neanche assolutamente intenzione di allontanarmi dalla Toscana. Purtroppo però, appena laureato le mie aspettative si sono scontrate con la realtà: non trovai alcun lavoro decente, e finii a fare un deprimente tirocinio a Ospedaletto, in cui non avevano tempo di insegnarmi nulla e probabilmente mi consideravano come un peso. In quel periodo ero appena tornato da una breve vacanza in Giappone e pensai allora di tornarci per fare un’esperienza lavorativa, e da lì iniziò un percorso complicato.

Allora ci puoi raccontare come sei finito a lavorare in Giappone?

Non conoscendo il giapponese, cercare lavoro laggiù è una missione impossibile. Inizialmente pensai di farmi tradurre il curriculum in giapponese e lo inviai ad aziende di videogiochi. Una sola mi rispose, chiedendomi di scrivere un progetto di videogioco, naturalmente in giapponese. Altra missione impossibile: ci provai, ma la risposta fu negativa.

Nello stesso giorno in cui rinunciavo all’idea di andare, per caso sul Tirreno c’era un articolo che parlava del professor Paolo Dario del Sant’Anna e dei suoi progetti di robotica in collaborazione col Giappone. Lo contattai e mi introdusse a un suo collega a Tokyo, il quale mi invitò a fare un tirocinio di tre mesi nell’università di Waseda.

Passata questa esperienza positiva, mi ritrovai ancora in Italia a cercare lavoro. L’unica offerta fu di sei mesi a stipendio zero, con solo rimborso spese del treno. L’idea di continuare la ricerca a Tokyo invece era ancora una volta praticamente impossibile: occorreva l’ammissione al dottorato di ricerca, aver pubblicato un articolo scientifico, ed essere scelto tra i primi 8 in Italia per ricevere una borsa di studio.

Riuscii a superare tutti gli ostacoli, ma un cavillo burocratico fece annullare l’inizio del dottorato e slittare tutto all’anno dopo. Infine una volta pronto per partire poi ci fu il terremoto, lo tsunami e la tragedia della centrale nucleare di Fukushima. Tutto sembrò perduto. Il viaggio fu annullato e tanti cercarono di dissuadermi. Nonostante tutto decisi di andare poco tempo dopo.

Una volta laggiù, poi, ben presto ho avuto la fortuna di essere inviato in Germania e in altri paesi nel mondo per lunghi periodi. Ultimamente sono tornato dal Perù e ho un nuovo contratto in Waseda.

Quali sono i tuoi obiettivi professionali, cosa vuoi realizzare nel tuo futuro?

Oggi io sono assistente professore a tempo determinato quindi la mia prima aspirazione è trovare, sempre nell’ambito di una carriera accademica, una situazione lavorativa stabile. In secondo luogo mi sto guardando intorno per vedere come commercializzare i robot che sto realizzando.

Puoi parlare di questo tuo progetto?

Avendo studiato informatica mi sono ingegnato a fare robotica senza coinvolgere la fisica e la meccanica sulle quali non avevo molta preparazione. Questo mi ha portato a entrare in quella che viene definita robotica sociale e negli ultimi due anni ho coinvolto nei miei studi anche la religione, perché sono convinto che coinvolgendo anche aspetti culturali e spirituali, è più facile che la robotica possa portare beneficio alla società.

Essere un livornese all’estero ha costituito per te un qualche vantaggio competitivo?

Tanto per iniziare, essere italiano è un indubbio vantaggio per l’arte di sapersi arrangiare. In secondo luogo, essere livornese comporta una carica di socialità e di apertura che agevolano l’inserimento in un ambiente nuovo.

Quando invece sei a Livorno, quale aspetto della mentalità che hai imparato all’estero desidereresti ritrovare?

Credo che quello che manchi a Livorno sia proprio l’apertura mentale. Sembra un paradosso se pensiamo che la nostra città è stata concepita sin dall’inizio come un insieme di diversità. Manca l’apertura mentale che ad esempio è molto più presente a Pisa. Purtroppo per i livornesi sembra che il mondo esista solo da Stagno a Piombino: “l’importante è che ci sia il mare, poi cosa vuoi di più?”

Curiosamente questa è la mentalità che ho trovato anche nell’isola di Pasqua, nel mezzo dell’Oceano Pacifico, dove sono stato tempo fa e dove, parlando con le persone del luogo, i “Rapa Nui”, ho saputo che vanno a studiare in Cile, negli Stati Uniti, ma che dopo tornano tutti perché dicono: “dove lo trovi un mare così?”.

La scultura moai alla Rotonda.

Come ti immagini Livorno tra 10–15 anni?

Difficile dire come la immagino, posso provare a dire come spero di trovarla e come spero che sia in futuro. Spero di vederla diversa. Sì perché tornandoci una volta all’anno fondamentalmente trovo tutto immutato, la stessa gente negli stessi posti. Vorrei vedere un’evoluzione, vedere gente con aspettative e preoccupazioni più elevate che non siano soltanto vincere o perdere al fantacalcio.

Quali consigli ti sentiresti di dare a un giovane in uscita dall’esame di maturità?

Direi di seguire il percorso che piace di più senza fare troppi calcoli, senza precludersi alcun obiettivo, anzi consiglio proprio di mirare con perseveranza, senza aspettare, ad un obiettivo alto per raggiungere, probabilmente, un obiettivo medio. Mirare ad un obiettivo basso invece porterà, nella migliore delle ipotesi, a un obiettivo basso, oppure a niente.

Seguire le passioni per me è importante perché, non so a te, ma a me fa fatica lavorare. Però se uno sceglie di fare qualcosa che lo appassiona, non avverte questo peso: mi ritengo fortunato in questo.

Inviti i giovani a seguire le loro passioni. E tu in che modo riesci a coltivare le tue passioni oggi?

Inizialmente partendo per il Giappone ho dovuto accantonare il canto e i videogiochi. Ma recentemente ho trovato il modo di collegare queste due cose al lavoro. Non avendo più tempo per i videogiochi, ho trovato la maniera di fare ricerca sull’intelligenza artificiale nei giochi, che è un argomento relativo all’intelligenza artificiale nella robotica.

Per quanto riguarda il canto, in Giappone ho ricostituito un gruppo musicale rock con il quale ci siamo esibiti in un evento bilaterale Italia-Giappone con un robot sassofonista. L’idea ebbe un successo notevole e attirò l’attenzione dell’Università di Pisa che volle replicare questa esibizione al Festival della Robotica di Pisa del 2017, con la differenza che al posto mio a cantare c’era Andrea Bocelli!

Quali differenze positive o negative noti tra i sistemi universitari che hai conosciuto in Italia e all’estero?

Ogni sistema universitario ha i suoi pregi e i suoi difetti. È bene dire che il sistema universitario italiano è uno dei migliori per quanto riguarda la preparazione. Posso dire che studiare in Italia è molto molto duro, ai limiti del traumatizzante, ma che una volta usciti dall’università si è pronti per superare qualsiasi ostacolo.

Purtroppo gli investimenti nella ricerca sono insufficienti, per cui gli studenti si trovano di fronte ad una scelta drastica: accettare un lavoro che non valorizza la preparazione acquisita attraverso anni di sacrifici oppure andare all’estero.

Come si costruisce oggi un percorso accademico internazionale come quello che hai intrapreso?

La cosa più importante è … sapere reggere l’alcol.

E’ una provocazione ma è in parte vero: la maggior parte dei progetti e delle collaborazioni nascono e vengono discussi a tavola durante qualche convegno.

Per costruire un percorso accademico in realtà oggi non è importante essere dei geni o collezionare dei bei voti, occorre soprattutto dimostrare flessibilità e capacità nel creare una rete di conoscenze, di relazioni: qui aiuta molto essere livornesi.