
1776
Philippe entrò di corsa nella stanza, senza lasciare il tempo alle guardie alla porta di annunciare il suo arrivo; sapeva bene cosa rischiava nel disobbedire all’ordine di “non disturbare” scandito più volte dai due soldati, ma la notizia era una di quelle che non aveva il tempo di conformarsi all’etichetta.
«Ne hanno trovato morto un altro, Barone!» disse cercando di minimizzare il fiatone.
Si fermò a qualche metro di distanza dalla scrivania adornata con teschi e illuminata da candele e dietro la quale l’ombra di un uomo con la testa reclinata all’indietro si stagliava sul muro in mattoni rossi.
Aspettò per parlare ancora, ecco ora doveva attenersi alle regole. Intravide le labbra del Barone contrarsi facendo uscire un suono simile al sibilo di un serpente.
«Ora puoi andare» ordinò l’uomo guardando verso il basso come se parlasse ad un animale domestico.
Da sotto la scrivania spuntò una ragazza dai capelli rossi, completamente nuda che senza mostrare vergogna passò di fianco all’uomo in attesa.
«Phil, la tua vita è ancora dentro di te solo perché devi dirmi qualcosa d’importante. Un altro al posto tuo sarebbe un nuovo portacandele sulla mia scrivania» disse il Barone indicando uno dei teschi.
«Come ho detto entrando Barone, ne hanno trovato morto un altro con il solito simbolo lasciato a fianco» disse con un leggero tremolio nella voce Phil.
Il Barone si alzò in piedi, riallacciò la patta dei pantaloni neri di pelle e si mise davanti al suo ospite.
«Stai sudando Phil».
Era vero: l’uomo stava sudando, ma non per il caldo; in quella stanza c’era il gelo della morte. Sudava freddo per la paura verso la maschera da scheletro che portava il suo padrone e per il potere che aveva colui che veniva chiamato Baron Samedì.
Phil deglutì visibilmente e lo sguardo del Barone seguì suo pomo di adamo.
«Chi è morto questa volta?» sibilò.
«Antoine. Un proiettile in testa; come per Luc».
«Qualcuno mi sta mettendo i bastoni tra le ruote. Devo aumentare la percezione della paura. Dai l’ordine di incrementare il principio attivo della voodoo. Gli zombie devono diventare più aggressivi e la gente deve capire che questa è la mia città. E trovate chi lascia quei biglietti con il simbolo di Maman Brigitte!»
Phil annuì soltanto e uscì di fretta dalla stanza per dirigersi ai laboratori in periferia; ogni volta che lasciava l’abitazione del Barone sentiva come se un pezzetto della sua vita venisse meno.
Nessuno aveva mai visto in faccia il Barone; solo una volta una ragazza aveva provato a levargli la maschera durante un amplesso e la ritrovarono morta fuori dall’abitazione dei suoi genitori, senza la pelle del viso.
Phil rabbrividì di nuovo prima di entrare nella carrozza a vapore; si girò verso la finestra della stanza in cui era stato poco prima e percepiva lo sguardo del Barone ancora su di lui.
Charlie si portava appresso due problemi: l’abuso di alcool e l’essere senza lavoro.
Stava vagando per la città, tra un quartiere e l’altro, attraversando ponti e calli quando un manifesto attirò la sua attenzione; sotto la loggia del Palazzo del Municipio si sarebbe tenuto il concerto del maestro Micheli, pianista di fama mondiale.
Che strana città; la parte centrale, antica e regale, era un insieme di marmi bianchi e rosati, di monumenti ben conservati e popolata dal ceto medio-alto, mentre bastava uscire dai rioni borghesi per ritrovarsi in quartieri fatiscenti e maleodoranti, lasciati a marcire per il menefreghismo dell’amministrazione. Dove non andavano i turisti non c’era bisogno di cura e parte della città vecchia poteva anche sprofondare nel mare.
Moralmente lo stava facendo; tutta la periferia era in mano ad un’organizzazione criminale guidata dal Baron Samedì che alimentava il mercato delle droghe sintetiche. Le strade erano invase da persone con il cervello fritto dai composti alchemici della droga, appoggiate a qualche angolo con le loro pipe o con pastiglie sempre in bocca.
Charlie arrivò di fronte al municipio; un nutrito gruppo di persone era già in attesa che il pianista iniziasse a suonare.
Il musicista era appena apparso sotto la loggia, separato dalla folla dai canali larghi un paio di metri che circondavano il palazzo e che lo rendevano un’isola in mezzo alla piazza.
Fece un inchino verso il pubblico, si sedette sullo sgabello sistemando la giacca dietro e cominciò l’esecuzione. Dopo la prima nota tra i presenti calò il silenzio.
Charlie se ne stava in disparte appoggiato all’angolo di un’abitazione; la musica lì arrivava nitida e poteva evitare gli sguardi di disprezzo da parte dei nobili presenti.
Dopo alcuni minuti qualcosa catturò la sua attenzione: c’era una persona sul tetto dalla parte opposta. Chiuse gli occhi e li riaprì per essere sicuro di ciò che stava vedendo; sì, c’era ancora, se ne stava con un ginocchio a terra mentre tendeva un arco.
La vista di Charlie era buona, ma non riuscì a cogliere il volto dell’uomo poiché era coperto da una maschera.
La freccia lasciò l’arco e andò a colpire il pianista alla tempia; le reazioni della gente furono immediate: urla, panico e qualche svenimento.
Gli occhi di Charlie ignorarono la vittima, concentrandosi sull’assassino che si allontanava furtivo dal tetto; per un istante gli sembrò che anche il killer si fosse accorto di lui. I dubbi sparirono quando notò che l’uomo mimava una pistola nella sua direzione.
Un brivido di paura gli percorse la schiena e nella mente gli si insinuò l’immagine del suo cadavere abbandonato in un calle stretto, buio e in balia dei ratti.
Lasciò che il tremolio alle gambe passasse e si diresse verso le guardie accorse nella piazza.
«Fatemi parlare con il Capitano» disse ad una di loro.
«Vattene pezzente!» gli rispose il soldato.
Charlie provò ad insistere ricevendo una spinta come risposta.
«Charlie? Charlie Mason?» disse una delle guardie avvicinatasi per vedere cosa stava succedendo.
«Marcus!»
Le guardie con cui aveva tentato di parlare Charlie si misero sull’attenti.
«Cosa sta succedendo?»
«Quest’uomo vuole parlare con Voi Capitano. Gli abbiamo detto di andarsene, ma insiste».
Marcus Vinter guardò Charlie intuendo che aveva veramente qualcosa d’importante da dire.
«Vieni Charlie, mettiamoci in disparte e ascolterò quello che hai da dire»
I due uomini erano stati colleghi in accademia, lavorando spesso assieme, ma Charlie venne congedato dopo l’ennesima sbronza giudicata di troppo dagli ufficiali.
Marcus avvicinò il viso a quello dell’amico.
«Non sei sbronzo. Dunque cosa c’è?»
«Ho visto il sicario che ha ucciso il pianista!»
Il Capitano annuì e portò Charlie in disparte, il quale iniziò la sua deposizione.
Clarissa camminava per i vicoli della città, attenta ad ogni passo e ad ogni pattuglia che passava; si era già sbarazzata dell’arco e delle frecce gettandole in un canale dall’acqua poco limpida. Nessuno li avrebbe più trovati e a lei non importava di aver perso un’arma occasionale.
Quel pianista spacciava la voodoo ai ricchi della città per conto di Baron Samedì.
Odiava il Barone; lo riteneva responsabile della morte di suo fratello e giurò vendetta quando lo vide morire a causa della droga.
Aveva iniziato dagli spacciatori più grossi, i pesci piccoli non le interessavano; a tutti aveva chiesto dove fosse il Barone, ma nessuno lo sapeva. Il criminale incontrava solo i suoi generali fidati e nessun altro poteva avvicinarsi a lui.
Per attirare la sua attenzione, oltre alla scia di cadaveri, lasciava un foglio con il vevé di Maman Brigitte, la compagna di Baron Samedì secondo la tradizione Voodoo; prima o poi qualcuno, magari lo stesso Barone, l’avrebbe trovata e in quell’occasione avrebbe chiuso per sempre i conti.
Clarissa sognava notte dopo notte di conficcare un pugnale nel cuore del Barone e prima o poi avrebbe avuto la sua occasione, anche a costo di rimetterci la vita.
Arrivò a casa, si levò i vestiti e si gettò a letto. La tensione era sparita di colpo, lasciando spazio ad una donna fragile che dopo aver spezzato una vita piangeva di nascosto da tutti.
Quel criminale aveva prima trasformato suo fratello in uno zombie e poi lei in un’assassina.
Quando fu stanca di piangere si addormentò; la mattina successiva sarebbe dovuta tornare al lavoro alla lavanderia assieme a mogli, fidanzate, madri che si spellavano le mani con solventi e acqua calda pur di portare a casa dei soldi per comprare il pane, patate e legumi, mentre mariti, fidanzati e figli ciondolavano per la città tra una fumeria e l’altra.
«Dunque Charlie, tu dici di aver visto un uomo sul tetto con un arco e che lui ha ucciso il maestro Micheli?»
«Esatto Marcus. La mia vista è ancora buona e non sono ubriaco visto che non ho più un soldo per bere». In cuor suo sperava che l’informazione valesse una piccola ricompensa da poter spendere poi in una taverna.
Il capitano Vinter si portò la mano sul mento iniziando a formulare pensieri che al suo amico erano sconosciuti. Sapeva che qualcuno dava la caccia agli uomini del Barone e sapeva che Micheli era uno spacciatore. Finalmente qualcuno aveva visto qualcosa, ora doveva trovare questo giustiziere.
«Bene Charlie. Grazie di tutto. Ora puoi andare» liquidò l’ex collega con una pacca sulle spalle lasciandogli un sapore amaro in bocca che non era quello del liquore.
Charlie se ne andò verso casa; quella sera avrebbe sbarrato porte e finestre, pregando che il sicario non lo venisse a cercare. Forse li stava spiando proprio ora e avrebbe potuto seguirlo; si guardò attorno, impaurito. Davanti, dietro, sui tetti; si fermava durante il cammino e poi ripartiva a passo spedito mentre il fiato si faceva sempre più corto per lo sforzo e l’ansia.
Frugò nella tasca destra, quella non bucata, dei pantaloni e ne estrasse una pillola. L’ultima. La mise sotto la lingua e lasciò che si sciogliesse lentamente facendo salire l’effetto.
Il mondo rallentò attorno a lui, ma non il suo battito cardiaco che, al contrario, aumentò in modo considerevole provocandogli delle forti fitte.
L’uomo iniziò a barcollare per la strada, si appoggio ad un palo per l’ormeggio delle barche, cadde in ginocchio stringendosi il petto e perse l’equilibrio nel tentativo di rialzarsi.
La voodoo fece quello che, secondo Charlie, avrebbe potuto fare il sicario visto quel pomeriggio: lo uccise annegandolo in un canale.
Baron Samedì guardava fuori dalla finestra, fumando un sigaro e facendo attenzione a non sporcare di cenere la giacca di stoffa pregiata.
Aveva già saputo che il maestro Micheli era stato ucciso e che, legato alla freccia, era stato trovato il vevé di Maman Brigitte.
Chi si nascondeva dietro quel nome? Era chiaro che qualcuno voleva attirare la sua attenzione.
Quando avrebbe trovato il, o la, responsabile avrebbe sfogato tutta la rabbia accumulata per il rallentamento del suo piano.
Micheli era il tassello che gli serviva per terminare la conquista della città, doveva far provare la voodoo al sindaco e renderlo uno zombie affinché poi fosse lui, il Barone, a governare nell’ombra.
Qualcuno bussò alla porta.
«Avanti!» rispose il Barone indossando la maschera che nascondeva a tutti il suo viso.
Una delle sue guardie personali entrò nella stanza, solo per pochi passi.
«C’è un uomo che vuole parlare con voi. Dice che ha delle informazioni su chi ha ucciso il maestro».
«Fallo entrare» rispose il Barone chiudendo le tende e lasciando che la stanza ripiombasse nella penombra.
La guardia uscì e subito dopo comparve sulla porta un ometto dall’aspetto insignificante.
«S-salve Barone. È-È-È un onore essere al vostro cospetto» balbettò.
«Dimmi cosa sai e poi vattene» lo gelò il Barone.
«E-ecco Barone, ho visto una donna gettare un arco e delle frecce in un canale. Avevo appena sentito cos’era successo in piazza e l’ho-e l’ho seguita. La conosco. Lavora con mia moglie alla lavanderia. Si chiama Clarissa».
Gli occhi del Barone scintillarono. «Molto bene. Avvicinati. Ti darò una ricompensa per la tua lealtà».
L’ometto fece qualche passo portandosi davanti alla scrivania, già pregustava il suono delle monete.
Il Barone posò sulla scrivania un piccolo forziere.
«Serviti pure, prendi pure tutto quello che riesci a metterti in tasca».
L’ometto sentiva già il peso delle monete nelle tasche; le avrebbe riempite tutte anche a costo di romperle. Aprì il forziere aspettandosi dell’oro luccicante, ma fece in tempo a vedere solo due occhi gialli.
Un taipan scattò mordendogli la mano non appena aprì il coperchio.
L’ometto richiuse di scatto il forziere.
«Cos’era?»
«Vattene» rispose il Barone. «E cerca di morire il più lontano possibile da qui».
L’ometto uscì tenendosi la mano, spaventato dal non sapere cosa lo aveva morso. Un serpente, sicuro, ma quale?
Crollò a terra quindici minuti dopo aver lasciato la residenza del Barone, in preda al forte mal di testa e alla nausea.
In quel momento Marcus stava passando di lì assieme a due dei suoi uomini per un normale giro di pattuglia. I soldati si precipitarono verso l’uomo pensando che fosse ubriaco o sotto effetto della droga. Marcus riconobbe alla prima occhiata i sintomi dell’avvelenamento e capì che era troppo tardi per salvarlo.
Gli diede un po’ d’acqua dalla borraccia mentre gli sollevava la testa.
«Chi è stato?» chiese.
«S-salva Clarissa la lavandaia. P-pensavo…». L’ometto iniziò a tossire sangue senza riuscire più a parlare. Il veleno era entrato in circolo e ci mise circa mezz’ora per uccidere il poveraccio senza risparmiargli atroci sofferenze e senza che i soldati potessero fare qualcosa.
Decise di lasciare lì il corpo, posizionandolo in modo composto e coprendolo con il suo mantello. Ordinò ai suoi uomini di occuparsi del cadavere mentre lui si sarebbe recato dalla lavandaia per chiedere spiegazioni.
Conosceva la ragazza; si erano visti qualche volta in caserma, quando lei veniva con il carro a ritirare le lenzuola da lavare, ma non si erano mai parlati. Sarebbe stato facile trovarla.
«Se cercate Clarissa abita lì. Quella ragazza è un angelo; mora, dagli occhi verdi. Proprio bella come me da giovane. Non avrà fatto nulla di male vero?» disse un’anziana signora alle due guardie che le avevano chiesto indicazioni.
«Non si preoccupi signora. Grazie per l’informazione». I due avevano ricevuto ordini precisi: catturare la ragazza e portarla dal Capitano, non sapevano il perché di quell’arresto, ma dovevano solo eseguire un ordine ricevuto.
Bussarono alla porta senza ricevere risposta; Clarissa dormiva ancora nuda sul letto.
Le guardie della Milizia di San Michele insistettero energicamente, tra gli sguardi di qualche curioso nascosto dietro una tenda o una porta socchiusa. Clarissa si svegliò di soprassalto.
Indossò una veste logora che, di solito, usava in casa e si diresse verso la porta.
Rimase spiazzata nel vedere due uomini in armatura.
«Buongiorno soldati. Cosa volete?» disse cercando di nascondere la paura.
«Siete in arresto signorina per ordine del Capitano Vinter. Dobbiamo condurvi da lui» disse uno dei soldati. L’altro concentrava lo sguardo sulla ragazza, notando i capezzoli che segnavano la veste.
Clarissa rimase spiazzata e l’unica cosa che le venne in mente fu che l’uomo che l’aveva vista sul tetto l’avesse riconosciuta.
Impossibile. Era troppo distante; poteva aver visto una persona, ma non essere così specifico. Mantenne la calma.
«Forse c’è uno sbaglio. Verrò dal Capitano e chiarirò tutto» rispose sforzandosi di non far tremare la voce.
Uscì passando tra i due soldati che subito la affiancarono.
Clarissa camminava tranquilla con la sua scorta; cercava di tenere lo sguardo alto e di nascondere la preoccupazione dentro di sé. Recitava così bene che i due soldati finirono per credere che avesse ragione; forse c’era per davvero uno sbaglio e si guardarono trasmettendosi il dubbio.
«Siamo sicuri che chiarirete tutto. Vi aspetteremo qui per accompagnarvi a casa» disse uno dei due.
«Certo. Buona fortuna» aggiunse l’altro.
Mentivano; sapevano che una volta consegnata la ragazza non l’avrebbero più rivista.
Clarissa annuì.
Quando oltrepassarono la caserma dentro di lei si insinuò un sospetto.
«Non andiamo in caserma?» chiese.
«No, signorina. Il Capitano la aspetta da un’altra parte» rispose una delle due guardie.
«Capisco». Qualcosa non le quadrava: quello che stava succedendo non aveva senso, ma era una donna sola in compagnia di due uomini armati, se avesse tentato la fuga non sarebbe rimasta viva a lungo.
«Di qua» disse una delle guardie prendendola per un braccio.
Non fece in tempo a porsi altre domande. Una mano le posò qualcosa sulla bocca addormentandola appena svoltarono l’angolo.
Al risveglio si trovava in una stanza in penombra; davanti a lei una scrivania con teschi e candele.
«Finalmente ti ho davanti» disse un uomo spuntando da una zona d’ombra.
Clarissa riconobbe l’uomo che aveva davanti: colui che desiderava uccidere più di qualsiasi altra cosa; Baron Samedì.
«Non credo servano presentazioni Maman Brigitte» continuò l’uomo avvicinandosi.
Clarissa si sentiva ancora un po’ stordita; era distesa su un divano e, per fortuna, conservava ancora la veste.
«Non so di cosa stiate parlando» disse fingendo in modo abile, mentre si metteva seduta.
«Non giocare con me donna. Un testimone ha detto di averti visto gettare un arco e delle frecce in un canale e poi ti ha seguita fino a casa». Ora erano faccia a faccia. Quell’uomo odorava di buono; non puzzava come uno della periferia. Era di sicuro uno dei ceti alti. Le guance che s’intravedevano sotto la maschera rivelavano una rasatura perfetta confermando i pensieri di Clarissa.
«Vi giuro. Non ho idea di cosa stiate parlando. Non ero in piazza ieri». Stava dando fondo a tutto il coraggio che aveva.
Il Barone le strinse le guance con una mano portando il viso della ragazza a pochi centimetri dal suo.
La mente di Clarissa desiderava un pugnale; quella sarebbe stata l’occasione giusta, ma l’unica arma che aveva con se era la sua bellezza. Guardò negli occhi il Barone; aveva le pupille dilatate, segno che la desiderava.
Scacciò ogni riluttanza, superando l’odio per quell’uomo e sporse il viso in avanti per baciarlo. Era l’unica cosa che potesse fare e il Barone, uomo dalla lussuria insaziabile, cascò nel tranello.
Clarissa si alzò spingendo l’uomo verso la scrivania; se fosse riuscita a trovare anche solo un tagliacarte avrebbe potuto compiere la sua vendetta personale.
Il Barone la alzò facendola sedere sul piano in legno e le strappò la veste.
Clarissa nascose il disgusto per l’uomo chiudendo gli occhi e tastando il legno alla ricerca di qualcosa che potesse esserle utile. Tutto questo le stava costando molto in termini di autocontrollo, ma sapeva che doveva giocarsi l’unica possibilità che aveva mantenendo il sangue freddo. Spostò una mano sul corpo muscoloso del Barone che, impaziente, le guidò sul suo membro.
Clarissa accarezzò il Barone sopra i pantaloni di velluto e iniziò a passargli la lingua sul collo.
L’uomo aveva allentato ogni attenzione in preda al desiderio sessuale, e si fece strada con le dita tra le gambe di Clarissa.
La ragazza non trovò nulla sulla scrivania quindi staccò le labbra dal collo dell’uomo, fece indietreggiare la testa mentre ansimava, spalanco bene la bocca e come un predatore, morse più forte che poté all’altezza della giugulare. Affondò i denti in profondità, stringendo quel morso abituato ad addentare pane raffermo, iniziando a sentire il sapore della carne e del sangue in bocca, infine strappò tutto quello che aveva afferrato dal collo del Barone.
Si staccò da lui con una spinta lasciando che l’uomo si concentrasse sulla ferita, pietrificato da quel gesto inaspettato. Il Barone guardò la donna con la bocca sporca di sangue e la carne ancora tra i denti.
«Puttana!» gridò sputando sangue prima di rovinare al suolo a causa dell’emorragia.
Il sangue usciva a fiotti ad ogni pulsazione e lo faceva velocemente, complice la precedente eccitazione.
Clarissa sputò a terra il pezzo di carne, mentre le guardie personali del Barone avevano spalancato la porta dopo averlo sentito gridare.
Una di loro vide il corpo del Barone a terra, estrasse la pistola e sparò d’istinto contro la donna.
Clarissa cadde a terra, senza nessun rimpianto ora che la sua vendetta era conclusa.
Il Capitano Vinter arrivò troppo tardi; aveva visto i due uomini portare via la ragazza e li aveva seguiti a distanza tornando poi in caserma per recuperare rinforzi.
Riuscirono solo ad arrestare le poche guardie personali del Barone presenti che, appena videro i soldati, non opposero resistenza data l’inferiorità numerica.
Marcus si avvicinò al corpo del Barone per controllare che fosse morto, poi andò da Clarissa; respirava ancora seppur in maniera debole.
Clarissa guardò Marcus negli occhi dicendo poche parole:
«Ce l’ho fatta».
Marcus la accarezzò.
«Ora chiamo i soccorsi» le disse per rassicurarla, ma sentiva che la vita della ragazza se ne stava andando.
La sollevò da terra e, tenendola in braccio, la portò fuori. Clarissa appoggiò la testa sullo spallaccio del soldato; l’acciaio le sembrava caldo e chiuse gli occhi felice. Per sempre.