Diario di Penelope #5 — Tempo da uccidere

di Rocco Pellaro
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12 novembre
La scorsa notte il presidente Montanaro ha fatto un sogno strano, che si svolgeva lentissimo in una goccia di luce attorniata da un’oscurità intonsa, senza alcuna sfumatura. Per lunghi minuti non accadeva niente, come del resto dev’essere in un loculo. A un certo punto, però, il presidente riceveva la visita del fantasma di Lorenzo Cafueri, mastro barbiere di Francavilla. Dopo avergli fatto la barba, mastro Lorenzo gli diceva qualcosa del tipo: chi va è parrucchiere, chi resta è barbiere. Al che, il presidente si svegliava e provava in tutti i modi a trattenere il sogno nell’ambito delle cose concrete, razionali, prima che sfumasse via con tutto il suo oscuro significato.

Ad ogni modo, oggi non è successo niente di che. Sappiamo che a Perugia, una sorta di Francavilla-2 (le annate dall’85 in poi si sono riversate lì per studiare), è andato tutto bene, mentre non sappiamo se Barberìa ha giocato e neppure chi l’ha rappresentata. A un certo punto c’erano degli americani a giocare coi fiffonauti, e allora siamo certi che Massimiliano, grande appassionato di Major League Soccer, si sarà fatto una bella chiacchierata con loro.

Al Bar Chopin invece tengono banco soprattutto due questioni: la partita di calcetto del venerdì sera, che senza Andrea è praticamente saltata (per la disperazione del patrono Mario); e quella della potatura degli alberi di corso Umberto. Adesso il viale è oggettivamente più luminoso.

“Be’ sì.” “Be’, certo.”

Sembra di stare in un’altra città, coi palazzoni che mostrano finalmente — dopo chissà quanti anni — il loro vero volto, che è anche il volto delle maschere apotropaiche posizionate sotto i balconi. Facce mostruose, animali immaginari, smorfie grottesche. Al centro degli enormi portoni di legno, invece, ecco gli stemmi di famiglie ormai estinte o sull’orlo di estinguersi, di cui ci si ricorda solo quando qualcuno dei loro rampolli, ormai fuori di testa, mette il naso fuori da casa, o per gli ululati dei cani che pascolano nei cortili interni e negli androni.

Per dirne una

Per un po’ i barbieri se ne stanno imbambolati con il naso all’insù. Non sono i soli, no, segno che da queste parti ci si meraviglia ancora per ciò che per troppo tempo è rimasto nascosto. Quanta Francavilla c’è, sopra le teste (ma anche sotto i piedi) dei barbieri?

Dietro le bellissime foto del barbiere Gabriele ci sono sempre scene tipo questa.

Il pomeriggio prosegue in un nulla di fatto come sempre avviene da queste parti. Le città del sud sono questo. Un tempo che si liquefa nelle abitudini e nelle piccole e veloci consumazioni nei bar. Lo stesso tempo che nella vampa del caldo estivo conduce agli omicidi. Ma è novembre e non c’è nessuno da uccidere.

E adesso, un breve aggiornamento da altri luoghi, più o meno lontani.

A Carosino, dove da tempo si gioca il Fiffa inda Street, è tutto pronto per lo stadio locale / A Londra, la barbiera Cuoryta esibisce la maglietta ufficiale del Fiffa Gran Tour 2015.

Questo tempo da uccidere, in fondo, lo si ammazza a sua volta passeggiando e conversando. Se queste città fossero vuote, deserte — come saranno un giorno non troppo lontano, in fondo — e dunque piene di fantasmi, allora sì, la gente si ammazzerebbe davvero. Ammazzerebbe pure i fantasmi, all’infinito. Ma poi trovi sempre qualcuno con cui parlare, e allora la fai franca. Sei un assassino potenziale, e tutto sommato non ci sono leggi che vietino di esserlo.

“A manetta?” “A manetta.”

A corso Garibaldi, davanti alla Libreria Francavillese, i barbieri incontrano Domenico. Chiacchierando con lui del viaggio dei fiffonauti, viene fuori l’idea di un tour europeo per l’anno prossimo. A quel punto, dice il presidente, ci vorranno anche le band d’apertura per gli opening act, tipo nei concerti. Rigorosamente francavillesi, però, fa notare Domenico, il quale ricorda perfettamente alcuni idoli locali come Ciccio Tromba, soulman che suonò in più di qualche gruppo funky qualche decennio fa, o il leggendario Franchino, batterista, con quel suo ricciolo gitano sulla nuca, uno che vantava comparsate sui palchi dei Pooh e dei Queen — senza dimenticare quella volta in cui, durante un’esibizione di band locali, chiese di poter suonare un po’ anche lui, giusto il tempo di una sigaretta: e in effetti, finita la cicca, che tenne tra le labbra in una smorfia rilassata mentre andava leggero su piatti e tamburi, gli altri musicisti lo videro lasciare, finalmente placato, il piccolo palco (erano i tempi, con tutta probabilità, dei Tetramorph e dei Lova, due storiche band francavillesi).
E così via, fino a sera, fino a impedirsi di uccidere.


Associare il Gran Tour del Fiffa inda Street ai viaggi di Ulisse, alle imprese intergalattiche o ai lunghi tour delle band musicali è naturale, oltre che divertente. Ma altrettanto naturale dovrebbe essere l’associazione con i lunghi viaggi delle bande musicali di una città come Francavilla, la cui tradizione in questo senso è molto forte. Che si parli della Banda Città di Francavilla (diretta dal leggendario Ermir Krantja) o dell’Associazione Musicale Giuseppe Verdi, in effetti, i tour dei bandisti non sono troppo dissimili da quello dei fiffonauti di questi giorni: corriera, sonni scomodi, pranzo al sacco e l’affetto di qualche concittadino emigrato o di qualche appassionato del genere a fine concerto.
E poi il ritorno a casa, specie nei giorni della Madonna della Fontana.

E così, prima del gran ritorno dei sette fiffonauti sempre più stanchi e felici, previsto per sabato, domani si annuncia una giornata piena, a Roma, quasi a fare da contraltare al vuoto di oggi. Ad accogliere il Fiffa inda Street ci sarà l’Atletico San Lorenzo. A tifare Barberìa il vicepresidente Lorenzo Iervolino, mentre in campo scenderanno Andrea #Rasoio6, Cosimo Rubino e Stefano Felici. Quaggiù, intanto, i barbieri cercheranno di non uccidere nessuno, di farla franca ancora una volta.
(Alè alè.)