Come Creare Una Startup di Successo Tra Italia e Silicon Valley: Fireside Chat con Fabrizio Capobianco

Esistono imprenditori italiani che, in vent’anni di Silicon Valley, hanno fatto delle scoperte, hanno trovato nuove vie e si sono spesi per farle conoscere ad altri. Hanno aperto strade e nel frattempo creato aziende che raccolgono milioni di dollari da investitori pronti a dare loro fiducia. Tutto questo non avviene mai per caso, ma è sempre il frutto di diversi fattori: timing, location, tanta fatica e voglia — poco comune — di non mollare mai. Ci sono alcuni amici con i quali ho condiviso una parte importante della mia storia, fra cui Fabrizio Capobianco, Loris Degioanni e Armando Biondi. Sono tra i pochi italiani che conosco che hanno saputo sfidare i luoghi comuni e creare aziende che crescono velocemente nel mondo. Oggi vorrei parlarvi dell’esperienza di Fabrizio con la sua TOK.tv, perché è un caso veramente speciale, oltre che particolarmente in linea con la missione e gli obiettivi di LombardStreet.io. Fabrizio ha fondato Funambol nel 2002 e 10 anni dopo è ripartito con una nuova idea: TOK.tv. Fabrizio è un precursore del modello che noi, come LombardStreet.io, vogliamo “riprodurre in serie”. Vincere nel mondo con il proprio prodotto è sempre molto difficile e, come abbiamo già avuto occasione di dire più di una volta, un modello duale con sales & marketing negli Stati Uniti e R&D in Italia è sicuramente l’opportunità più concreta per i founder italiani di fare centro. Poco tempo fa ho avuto l’occasione di parlare su Skype con Fabrizio e ne sono emerse tanti spunti utili, per cui ho deciso di partire da alcune sue affermazioni per proporre delle riflessioni che spero possano essere a vantaggio di molti. San Francisco, quale principale hub di innovazione al mondo, è ormai quasi off limits per la gran parte delle startup. Nel dire questo, non mi riferisco ai costi — di cui tanto si è discusso — , ma al talento: è letteralmente finito. Non ci sono più programmatori decenti nel raggio di 100km. Questa affermazione è assolutamente valida per chi non arriva da un paio di exit in quelle zone, non va a colazione con Marc Andreessen o non fa parte di nessuna Paypal mafia –come viene chiamata in gergo la cerchia di persone che arriva da exit colossali come Paypal. Il talento è il primo ingrediente di ogni startup, senza il quale non si va da nessuna parte. Da noi ce n’è in abbondanza, ma spesso è relegato in progetti di system integration poco motivanti. Idealmente, vorremmo mettere a frutto questo potenziale creando startup nel migliore mercato del mondo — San Francisco e la Bay Area — , con il rapporto talento-costo di sviluppo che abbiamo in Italia.

Ma come si fa funzionare un’azienda tra Italia e California?

Ci sono 9 ore di fuso orario, la connessione Internet in Italia è quello che è ed il nostro inglese fa mediamente pena.

Beh, vi do alcune news:

a) La connessione a 100Mb è arrivata in molte zone, anche nel mio paesello di 15.000 anime nella Franciacorta. La connessione è stabile e la banda in upstream — 15/20Mb — è più che sufficiente per fare una video conferenza con gli USA.

b) Le 9 ore di fuso orario non sono un grande problema, se le persone possono lavorare da casa. Il tempo in questo modo si gestisce con maggior facilità e per molti programmatori lavorare anche in tarda serata è OK.

c) L’inglese… mmmhh… Ok, sull’inglese dobbiamo lavorarci, ma qui abbiamo qualche idea e ve ne parlerò in seguito — magari in un post dedicato. Rimane vero che, se il CEO, o almeno il CTO, sono italiani, l’inglese non è un blocco così grosso — almeno fino a quando l’azienda non dovrà scalare.

Ma come ha fatto TOK.tv? Sentiamo cosa mi ha raccontato Fabrizio:

… con TOK.tv ho fatto un’azienda liquida … perché ogni volta che devi trovare qualcuno di veramente bravo, si fa tanta fatica — anche in Italia. Volevo andare a prendere i migliori dove li trovavo nel paese… volevo il miglior developer iOS che abbiamo in Italia e l’ho trovato a Ragusa, il CTO è di Lainate, il product manager di Vercelli … Abbiamo fatto un’azienda assolutamente liquida e non abbiamo un ufficio da nessuna parte, neanche in America.

Il concetto non è nuovo per aziende come Wordpress, ma lo è invece per l’Italia ed anche per Fabrizio forse, che sta sperimentando in prima persona. TOK.tv è completamente distribuita ed il team utilizza strumenti come Slack ed Hangouts per mantenersi in contatto. Poi una volta ogni 3 mesi si trovano tutti insieme per festeggiare e lavorare. I soldi dell’affitto dell’ufficio vengono investiti — meglio dico io — nel fare di ogni incontro del team un’occasione di coesione.
Sono temi che ho approfondito molto nel corso degli anni ed il web contiene diversi esempi di come questo modello possa funzionare bene. Cercate, ad esempio, nel blog di Buffer, negli articoli che parlano del modello organizzativo di Wordpress o nel libro “The Year Without Pants: WordPress.com and the Future of Work”. Leggendo quello che si trova in rete, non solo sembra che si stia diffondendo, ma l’impressione è che il modello di azienda distribuita funzioni decisamente molto bene — almeno per Wordpress:

One-fifth of all websites currently use WordPress. Facebook, by comparison, consumes the lives of about a third of Internet users. But while Facebook has 6,818 employees, WordPress is run by just 230 people — FastCompany, Sept 2014

L’inglese, invece, è un problema serio, specialmente per chi nell’azienda non ha un ruolo tecnico. Questo è un aspetto fondamentale, che tipicamente sottovalutiamo. Non si tratta solamente di saper parlare con sufficiente scioltezza o capire una conversazione al telefono, la questione è ben più complessa.

Comunicare con empatia la propria idea

Fabrizio mi ha detto:

Io vedo arrivare qui tanta gente che non parla sufficientemente bene l’inglese in modo da poter comunicare la propria idea al prossimo con empatia… Tranne rari casi di persone, con uno dei genitori americano o che ha studiato molto all’estero, il resto lo parla in modo scolastico.

Per raggiungere il livello adeguato servono studio, lettura, tonnellate di podcast e centinaia di film ascoltati in lingua. Fino a qui molti di voi si saranno detti :”Fatto ..fatto… fatto…”. Purtroppo non basta. Se devo convincere dei potenziali utenti della bontà del mio prodotto o impressionare un investitore affinché scommetta sulla mia startup, allora l’empatia è fondamentale. 

Per coloro ai quali, creare un’azienda tra California e Italia, pare una buona idea, è necessario stare oltre oceano il pù possibile. Bisogna spendere tempo in quelle zone anche solo per parlare con le persone, andare allo stadio dei Giants, farsi amici americani e così imparare la lingua. 


Su questo fronte, come LombardStreet, stiamo lavorando su qualche idea perché crediamo che partire con il piede giusto significhi risolvere prima di tutto lo scoglio dell’inglese.

Ma perché andare in Silicon Valley?

Spesso andiamo in Silicon Valley con l’idea di poter raccogliere “denaro”, perché in Italia “non ci capiscono”, perché “da noi non c’è abbastanza capitale di rischio” sul mercato… Beh, in questo senso ci sono alcuni luoghi comuni che vanno sfatati. 

Il primo tra questi Fabrizio lo esprime chiaramente nel corso della nostra chiacchierata:

Noi siamo partiti nel 2012, poi nel 2013 abbiamo fatto l’accordo con la Juve. Sono tornato dai VC con 100,000 utenti … mi hanno guardato dicendomi, “10 million is the new million”. Allora ho capito subito che non c’era verso. Poi abbiamo chiuso con il Real Madrid, siamo arrivati ad 1.5 milione di utenti, ho fatto un giro rapido e mi hanno fatto capire che era ancora presto… Poi è arrivato il Barcellona e quando abbiamo chiuso un Serie A da $5M, avevamo oltre 4 milioni di utenti con una crescita di quasi ad 1 milione al mese.

Ancora oggi ci sono diverse persone che mi chiamano dicendomi:

… sarò 3 giorni a San Francisco il mese prossimo.. mi presenteresti qualche investitore che vorrei provare a raccogliere per la mia startup?

Beh, capirete bene che non funziona. Me lo conferma anche lui:

C’è da dire che gente venuta qui conl’idea di cercare soldi, che poi ha avuto successo, io non ne conosco — a parte casi molto rari. Fare fund raising in Silicon Valley da “signor nessuno” è difficile… Una delle eccezioni è proprio il mio caso, che da totale sconosciuto ho raccolto i primi 5 milioni di dollari nel 2002 per Funambol. Da questo punto di vista sono il”sogno americano realizzato”, ma non ne ho conosciuti altri in questi anni che abbiano avuto la medesima “fortuna”. Anche i ragazzi di Mashape sono un bel caso… erano molto svegli e determinati a rimanere quando sono arrivati.

Su una cosa, più di ogni altra, ci siamo subito trovati d’accordo: l’Italia è il luogo perfetto nel quale raccogliere i primi 3–400 mila Euro, ma quei soldi vanno utilizzati anche per aprire le porte verso gli Stati Uniti, se non altro perchè sono la soluzione al problema del visto. Forse una delle poche rimaste ad oggi. L’idea di venire in Silicon Valley per imparare è invece decisamente molto buona:

… se non riuscite a prendere soldi in Italia, non venite a chiederli in Silicon Valley, perché non ve li danno… investite invece per imparare stando qui.

Ed ancora:

Il [pre] seed lo farei in America con i soldi italiani facendo una convertible note… E’ importante che fisicamente le persone siano qui, per andare ai meetup, prendere sberloni e capire quanto sono lontane dal fare una startup che realmente scali.

Ecco! Esattamente quello che continuo a ripetere io e sembra che tanti founder italiani ormai abbiano capito l’antifona.

Per raccogliere soldi importanti ci vuole molto tempo e per un Series A “ci vuole una traction incredibile”

ripete Fabrizio. Le persone che vanno in Silicon Valley devono andare per imparare e poi, nel giro di un anno, un anno e mezzo, mi aspetto che siano in grado di raccogliere i 500–600 mila. 

Per quanto riguarda il talento invece, l’Italia rimane un bacino molto prezioso:

… il talento che ho trovato in Italia, qui in Silicon Valley non avrei potuto averlo, forse non c’è neanche. Il modello di Silicon Valley oggi è che o sei parte della cricca “di quelli fighi”, che prendono soldi “da quelli fighi”… o altrimenti la gente brava non viene a lavorare per te.

Dopo questa chiacchierata con Fabrizio ne sono uscito ancora più convinto che quello che LombardStreet.io sta iniziando a fare è esattamente quello che serve, perché questo meccanismo del modello duale Italia-California può essere cavalcato e fatto funzionare per tanti, tantissimi casi.

In conclusione

Silicon Valley è un reality check che è difficile ignorare. In Italia mi capita spesso di vedere startup che si “trascinano” per anni, troppi, senza purtroppo mai fiorire e senza, d’altro canto comprendere che le cose non vanno. Questo a San Francisco non accade, o accade molto meno. In fretta si capisce se la propria idea ha un futuro oppure se è meglio cambiare direzione. Questo stesso concetto è stato ripreso anche da Fabrizio in un’intervista apparsa recentemente online:

Questo è un posto dove se hai un’idea te la massacrano in un millisecondo, per cui qui si impara a migliorare il pitch… Non mollare mai, però ad un certo punto molla!…

Ed ancora:

Questo è un posto dove non si molla mai, … però c’è un momento nel quale uno si deve rendere conto che non ce l’ha fatta. In Silicon Valley la gente chiude, taglia, fa qualcosa d’altro.

E’ importante esserci. Alla fine le startup di successo, quelle che riescono a centrare le necessità dei propri utenti, non nascono mai per caso. Rileggetevi il bellissimo libro di Jessica Livingstone intitolato “Founders at Work” e scoprirete quante volte ricorre la frase:

I was in the right place at the right time.

Silicon Valley, ancora oggi e sempre di più, è il luogo migliore al mondo dove, quando si tratta di tecnologia, le cose possono accadere e la ricerca instancabile del talento è una costante in tutte le storie di successo.

In Italia di talento ne abbiamo in abbondanza, dobbiamo solo esporlo sul palcoscenico giusto, magari finanziato da investitori italiani.

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