Whistleblowing 1776

Questa è la storia di certe˙«John Hancock» cioè di quelle sei firme che hanno chiarito al mondo che l’omertà non è una virtù.

La prima firma fu quella che si aggiunse alle altre cinquantaquattro dei padri fondatori nei giorni successivi al 4 luglio 1776 quando, per primo, John Hancock in persona autografò la Dichiarazione di Indipendenza con la sua bella e svolazzante firma — tanto che appunto negli Stati Uniti, le parole «John Hancock» sono diventate esse stesse sinonimo della parola «firma». La prima firma della nostra storia è quella, incerta e tremolante, di Stephen Hopkins, delegato al Congresso come Governatore della Colonia di Rhode Island e delle Piantagioni di Providence, discendente da Thomas Hopkins, uno dei trentasei coloni originali di Providence che nel 1640 firmarono, per quanto lui non andasse oltre una timida X, il documento di fondazione del governo. Gli Hopkins, una famiglia in vista a Rhode Island.

Non è di Stephen che ci occupiamo però, ma di suo fratello Esek, di undici anni più giovane.

Non fu un padre della patria, ma Esek fu pur sempre l’unico Comandante in Capo, con il grado di Commodoro, della Marina Militare Continentale durante la Rivoluzione Americana e uno dei leader militari più in vista nel campo coloniale.


Sei mesi prima della firma del fratello sulla dichiarazione d’indipendenza, il Congresso delle Colonie aveva dato al Commodoro Hopkins l’ordine di attaccare la Virginia con la flotta che aveva usato con successo durante la guerra dei Sette Anni. In verità la flotta contava di otto mercantili e praticamente solo munizioni a mano. Per lo più il Commodoro Hopkins aveva guidato la sua attività di marina militare mosso dai propri interessi mercantile.

L’impresa di attaccare la Virginia non era semplice e piuttosto che andare incontro a sicura disfatta, Esek Hopkins virò la flotta sulle poco presidiate Bahamas dove ebbe gioco facile a sopraffare la piccola flotta britannica di stanza a Nassau.

Sottrasse alla marina di Sua Maestà, due mercantili e uno scuner a sei cannoni, la prima vera nave da guerra a disposizione dei coloni e soprattutto una gran quantità di munizioni vitali per il proseguimento delle attività di guerra. Inoltre, per poco non riuscì nel colpaccio gobbo di rubare anche una nave da guerra di sesta classe a venti cannoni, la potente HMS Glasgow della Flotta Reale di Sua Maestà d’Inghilterra, che comunque danneggiò seriamente.

John Hancock in persona, allora Presidente del Congresso Coloniale e in procinto di firmare, sulla carta di canapa con la sua bella firma svolazzante la dichiarazione d’indipendenza, indirizzò al Commodoro Esek Hopkins un sentito messaggio di congratulazioni:

«Mi permetta di congratularmi con lei per il successo della sua spedizione. Il suo resoconto sullo spirito e sul coraggio dimostrato dagli uomini della Flotta offre [al Congresso] la più grande soddisfazione…».

Il Commodoro Hopkins aveva conquistato il titolo di eroe di guerra fornendo alla flotta munizioni e imbarcazioni ma più che ogni altra infondendo fiducia nella nascente nazione americana di poter affrontare e vincere persino l’inarrivabile flotta reale britannica. Purtroppo nell’anno che seguì il suo comando della flotta, rimpinguata da altre navi da guerra, lasciò veramente molto a desiderare intento com’era ad occuparsi più dei suoi personali commerci che non della sorte della nascente nazione.

La seconda firma avvenne a bordo della nave da guerra USS Warren nell’inclemente clima di primi mesi del 1777. La USS Warren era una delle 13 fregate da guerra ordinate dal Congresso delle Colonie alla fine del 1775 quando fu chiaro che bisognava dotarsi di una potente flotta militare. La USS Warren fu varata in tempo per la firma della Dichiarazione d’Indipendenza e fu intitolata al medico e patriota Joseph Warren che ebbe un ruolo fondamentale nei primi giorni della rivoluzione americana insieme a John Hancock a Boston e che trovò la morte nella battaglia di Bunker’s Hill il 17 giugno 1775.

Nel marzo del ’77 era ancorata nella baia di Providence in Rhode Island quando dieci marinai si riunirono in gran segreto per discutere di una questione che aveva grandemente scosso le loro coscienze.

Il comandante della flotta militare continentale, il Commodoro Esek Hopkins, fratello del padre fondatore Stephen Hopkins e nipote del colono originale di Providence, aveva ordinato di torturare in modo barbaramente inumano i prigionieri britannici catturati durante la guerra navale, ma soprattutto amministrava le navi della flotta in modo da ostacolare per fini privati le manovre militari.

I dieci congiurati, invece di ammutinarsi, scelsero la difficilissima strada della giustizia e scrissero una petizione indirizzata direttamente al Congresso delle Colonie saltando la normale via gerarchica e elessero il capitano di fregata John Grannis come portavoce per presentare la petizione di fronte al Congresso.

Da un lato c’era un eroe di guerra pluridecorato a cui ascrivere grandi vittorie navali della flotta, appartenente a una famiglia potente e rispettata, fratello di un padre fondatore della patria americana che sedeva nel Congresso.

Dall’altra, oltre al coraggioso capitano John Grannis, solo una decina di militari i cui nomi è giusto ricordare: John Reed, cappellano, e James Sellers tenente di seconda classe, entrambi da Massachusetts Bay; Richard Marvin, tenente di terza classe, da Providence; George Stillman tenente di prima classe dei marines, Barnaba Lothrop tenente di seconda classe di marines, entrambi da Barnstable; Sam Shaw, guardiamarina semplice, proveniente da Bridgewater; Roger Haddock maestro di fregata; John Truman, artigliere, e James Brewer, carpentiere, entrambi provenienti da Boston. Insomma tutta bassa forza o ufficiali di grado minore della marina.

In mezzo i prigionieri britannici, esseri umani trattati come animali e una flotta militare amministrata come una proprietà privata.

Il capitano John Grannis, andato a Philadephia, fu interrogato dalla corte d’inchiesta e raccontò tutto quello che aveva visto e sentito insieme ai suoi amici.

Esek Hopkins

La terza firma è del 26 marzo 1777 quando il Congresso sottoscrisse il deferimento e la destituzione temporanea(che successivamente diventò definitiva e con disonore) per il Commodore Hopkins che non solo fu sospeso con effetto immediato dal comando della marina militare americana ma fu istituita una commissione che avrebbe riferito direttamente al Congresso quanto scoperto sulla condotta del Commodoro durante il suo comando di flotta. La fine di una carriera.

La storia, ovviamente, non finisce qui. Il Commodoro, cui certo non difettava la prepotenza, non prese bene la notizia e denunciò due marinai, il guardiamarina Samuel Shaw, e il luogotenente di terza Richard Marven, che furono giudicati da una corte ampiamente favorevole al Commodoro, quindi furono licenziati a loro volta e finirono anche in prigione.

Samuel Shaw

La quarta firma fu quella che i due marinai in prigione misero sotto una petizione al Congresso. Con grande semplicità scrissero di essere stati «imprigionati per aver fatto quello in cui credevano e che ancora credono essere nient’altro che il loro dovere».

Di fronte alla petizione dei due militari il Congresso delle Colonie prese una decisione rivoluzionaria ma all’unanimità, nessuno infatti registrò il proprio dissenso, neppure il fratello del Commodoro Hopkins.

Nacque così la prima legge che tutelava il whistle-blowing ed era molto semplice:

«È dovere di tutte le persone al servizio degli Stati Uniti, così come tutti gli altri abitanti della stessa, di dare quanto prima informazioni di cui sono venute a conoscenza al Congresso o a qualsiasi altra autorità ufficiale, sulle mancanze, le frodi o i delitti commessi dai funzionari o delle persone in servizio statale.»

Ma questo è il Congresso degli Stati Uniti e quindi non si limitò a fare una vaga affermazione di principio, come ahimè siamo abituati in Italia.

Il Congresso firmò chiaro e tondo (ed è la quinta firma importante della nostra storia) che la tutela dei whistleblower dovesse essere piena e che, a dispetto della già disastrata situazione finanziaria di uno stato che si stava impegnando a rivendicare la propria indipendenza dalle più potenti nazioni del mondo, decise di pagare in pieno le spese legali dei due marinai attribuendo loro i migliori avvocati sulla piazza di Rhode Island.

E non finì qui. Pur essendo in piena guerra non nascose nulla dell’affaire Hopkins e autorizzò il rilascio pubblico completo di tutti i documenti relativi al deferimento e alla destituzione del Commodoro, senza invocare il segreto di stato.

Sulla base di questi documenti e con la forte difesa di avvocati capaci, Marven e Shaw furono assolti e, fedele alla propria parola, come funzionario amministrativo Samuel Adams firmò il documento che permise la liquidazione di ben 1.418 dollari all’avvocato William Channing per la loro difesa (una sesta firma che equivaleva a circa 30.000 dollari di oggi, con una stima molto conservativa). Era il 22 maggio 1779 e questa è stata la firma che conclude la nostra storia.


Anche se il whistle-blowing è salito agli onori delle cronache recentemente, in America ha una storia di sostegno istituzionale che data indietro, come abbiamo visto, di oltre duecento anni ed è accreditata da firme ai più alti livelli dello stato.

I padri fondatori della democrazia americana, in un momento difficile e doloroso della loro storia, senza remore e infingimenti, senza nepotismi o considerazioni di real politik, senza considerare censo e potere, giudicando in base ai fatti e giustizia e non a ciò che era più comodo e utile, dettero (e probabilmente danno anche all’America moderna) una lezione di onestà intellettuale e idealismo rivoluzionario che ha pochi paragoni in un mondo che fino ad oggi, cioè oltre duecento anni dopo, è piuttosto dominato da organizzazioni, partiti, aziende, enti ed istituzioni troppo spesso basate su logiche mafioso-omertose e non trasparenti.

Per i padri fondatori il whistle-blowing era una cosa così importante.

Quasi due secoli più tardi, il giudice della Corte Suprema William O. Douglas, lodando l’impegno dei fondatori in favore della libertà di espressione, ha scritto:

«Lo scopo dominante del primo emendamento è stato quello di vietare la diffusa pratica del funzionari di governo di sopprimere le informazioni imbarazzanti»

Mai, prima di allora, era stato formalizzato il semplice concetto che il dovere di un soldato non fosse esclusivamente quello di eseguire gli ordini del proprio superiore, ma di valutare con giudizio se quest’ordine non fosse contrario a ciò è giusto e proprio, una prescrizione che rimane — purtroppo spesso disattesa — nei codici militari di tutte le nazioni civili ed è assente nei regimi totalitari.


Oggi il Congresso degli Stati Uniti finanzia ancora molte attività per tutelare la libertà di parola. Ad esempio ha costituito il Broadcasting Board of Governors (BBG) come agenzia indipendente responsabile per tutti i mezzi di comunicazione non militari finanziati dai cittadini americani.


Tra questi c’è Radio Free Asia (RFA), che è stato riconosciuto come motore adeguato per estendere alla cittadinanza mondiale una Internet come piattaforma sicura per la libertà di parola.


All’interno di RFA, è stato creato nel 2012 l’Open Technology Fund (OTF) sostenuto dalle sovvenzioni annuali che provengono direttamente dagli stanziamenti del Congresso degli Stati Uniti.


L’Open Technology Fund ha assegnato due finanziamenti nel 2012 e nel 2014, per un totale di 343.840 dollari, alla piattaforma di whistleblowing open source indipendente GlobaLeaks realizzata da Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights.


Nel whistleblowing abbiamo molta strada da fare e una lunga storia alle spalle.

< Hermes Center for Transparency and Human Rights >

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