La dimenticanza consapevole

ovvero, l’arte di dimenticare

Il perdono è qualcosa che ha a che fare con la religione, ma è un elemento sovrastrutturale, un dato ideologico e culturale che, francamente, non riesco a sentire mio. La dimenticanza, invece, fa parte della nostra natura, della nostra fisiologia oserei dire, è uno strumento di sopravvivenza. I nostro cervello, tuttavia, dimentica e ricorda quello che gli fa comodo, seguendo meccanismi suoi, apparentemente senza logica. Sarebbe bello imparare a padroneggiare questi processi in modo consapevole, ma non è possibile. Per questo procediamo attraverso tentativi ed errori. L’importante è che la nostra dimenticanza non diventi mero oblio, ma si trasformi, invece, in solida esperienza. Già, perché quel che conta davvero, nella vita, è l’esperienza che facciamo dei nostri atti e delle nostre sensazioni, la nostra capacita di farne tesoro, di trasformarla in apprendimento. Non è forse questa, la crescita individuale e collettiva, il senso stesso del nostro stare nel mondo?

Per questo dimenticare è importante, perché dimenticando s’impara, si fa esperienza, si cresce. Ma dimenticare è anche un’arte e, come tutti le arti, si può apprendere e coltivare. Naturalmente non è facile, ci vuole tempo e determinazione: significa andare oltre l’offesa, superare l’oltraggio, proiettarsi in avanti per vivere il presente nelle migliori condizioni possibili. Sicché nel voltarsi indietro, all’improvviso, ci si accorge che non c’è proprio niente da perdonare, perché quello che è successo si è trasformato in esperienza. I torti sono scomparsi, dimenticati in quanto ininfluenti. Il ricordo, a questo punto, non sarebbe che una palla al piede, un freno che impedisce la ripartenza, un impaccio. Possiamo lasciarlo andare. E’ perdono, questo? Non so, forse un po’ gli assomiglia, ma è una somiglianza solo apparente. Il perdono, sia esso cristiano o meno, è certamente un nobilissimo atto d’amore, ma obbliga al ricordo, lasciandoti vuoto e privo di prospettive. Senza contare che restano intatti i concetti di ragione e di torto. Quello che dico io, “la dimenticanza consapevole”, è piuttosto un progetto: mi impegno a realizzare qualcosa, non importa cosa, purché abbia un senso per me. Le persone che mi hanno fatto del male, non esistono più, magari, a pensarci bene, non avevano neppure tutti i torti, ma recriminare non serve a niente, non ha alcun senso stabilire delle colpe (anche quello della colpa è un concetto nefasto e autodistruttivo del quale faremmo bene a liberarci al più presto: prima lo faremo, meglio sarà).

Il nostro tempo è breve e si accorcia sempre di più; quello che passeremo a recriminare o cercando i responsabili delle nostre disgrazie, sarà tutto tempo perduto. È andata come è andata; va bene così. La vita che abbiamo davanti, finché dura, è essa stessa il progetto. Ci sono cose da fare, obbiettivi da perseguire, relazioni da costruire. Facciamolo. Questo è l’unico modo in cui le nostre esistenze individuali, altrimenti prive di senso, possono inserirsi in un percorso collettivo, contribuendo, come tessere di un puzzle, a realizzare un disegno più vasto. Nella speranza che, almeno questo, abbia un senso…