Davide Mana
Oct 12, 2018 · 8 min read

È il centenario della nascita di Philip José Farmer, e pare incredibile che nessuno stia facendo nulla.
Ci fu un tempo, fra gli anni ’70 e gli anni ’80, in cui anche nel nostro paese pareva impossibile entrare in una libreria e non inciampare in un romanzo di Farmer nella sezione di fantascienza. ALMENO un romanzo di Farmer.
Asimov aveva detto di lui “è un autore di narrativa breve migliore di me”, e se c’era chi lo idolatrava e chi lo odiava profondamente, una cosa era sicura: nessuno poteva ignorare Philip José Farmer, e la sua influenza sul genere era enorme. Eppure, curiosamente, mai Hollywood cercò di fare un film da una sua storia. O forse non troppo curiosamente, come vedremo.
Oggi pare dimenticato, per lo meno nel nostro paese.
Ma non qui su Melange.

Philip José Farmer nacque in 26 gennaio del 1918 a North Terre Haute. Suo padre era un ingegnere ma lui decise a 14 anni che sarebbe stato uno scrittore. Lavorò in una acciaieria, prese una laurea in lettere nel 1950.
Il suo secondo nome era in effetti Jose, alla tedesca, ma poiché tutti gli dicevano che suonava come un nome femminile, lui ci aggiunse l’accento.

The Lovers, illustrazione di Jim Burns

Nel 1952 pubblicò “The Lovers”, la storia di una relazione sessuale fra un terrestre ed una femmina aliena appartenente all’ordine degli insetti, ma capace di imitare l’aspetto umano. La storia fece scandalo, ma Farmer ci vinse anche un premio Hugo — quello come miglior autore esordiente.

Imbaldanzito dalla vittoria, accettò un contratto con un editore per un romanzo che, avendo vinto un concorso, avrebbe dovuto fruttargli quattromila dollari. L’editore scomparve, il libro non venne pubblicato, e Farmer non vide una lira.
Prese seriamente in considerazione l’idea di mollare.
Nel 1956 divenne un autore di manuali e testi tecnici, lavorando per un certo numero di contractor del settore militare.

Continuò a scrivere narrativa breve per le riviste, nel tempo libero, e nel 1967 vinse il suo secondo Hugo, questa volta per la novella “Raiders of the Purple Wage”, una storia che parla di reddito di cittadinanza e di un’umanità che ha contatti ormai quasi esclusivamente attraverso il Fido, che è un ibrido di televisione e telefono. Ancora una volta Farmer non si fa troppe remore riguardo al sesso, e la civiltà futura che descrive ruota attorno alla religione Panamorita. Per chi non ha voglia di accoppiarsi coi propri simili, esiste anche il Fornixator, una macchina per fare da sé.

La novella condensa e riassume molti dei temi che fanno di Farmer un autore unico — i riferimenti letterari (in questo caso a Finnegan’s Wake, che è diventato il testo sacro di una religione), l’allegra rappresentazione di situazioni che vanno a infrangere tutti i tabù possibili (e ricordiamolo, la fantascienza sa essere estremamente perbenista, quando vuole), il gusto per la satira, il desiderio di esplorare civiltà umane che per questo o quel motivo si discostano dalla nostra, i riferimenti alle vecchie riviste pulp (con il titolo che strizza l’occhio al western “Raiders of the Purple Sage” di Zane Grey, uscito 55 anni prima) e alla cultura popolare.

Aggiungiamo la religione, e la lista delle ossessioni di Farmer è completa.

“Guarda quelle montagne. Si innalzano dritte e inattaccabili come un politico che nega di aver mai fatto delle promesse elettorali.” (To Your Scattered Bodies Go)

Nel ’71 il terzo Hugo arriva con “To Your Scattered Bodies Go”, primo romanzo del Ciclo del Fiume, forse l’opera più famosa di Farmer. L’umanità si risveglia post-mortem sulle rive di un fiume infinito, per opera di misteriose entità aliene. Un’accozzaglia di personaggi disparati, da Richard Francis Burton a Mark Twain, si mette in viaggio per scoprire le sorgenti del fiume, e possibilmente i motivi dei misteriosi alieni. La serie comprende cinque volumi e varie storie e cose, e rappresenta la vendetta di Farmer nei confronti dell’editore che quindici anni prima lo aveva buggerato soffiandogli i 4000 dollari del premio — la premessa della serie è infatti la stessa di quel fantomatico “Owe for the Flesh” scritto e mai pubblicato tanti anni prima (che venne poi pubblicato come “River of Eternity” nel 1983).

Ci fecero anche un abbozzo di serie TV, basato su “Il Mondo del Fiume”, ma in effetti non era granché.

Seguono altri cicli, e durante i soli anni ’70 Farmer pubblica venticinque romanzi.

Nella serie de “I Fabbricanti di Universi” (sei romanzi), incontriamo una società segreta di persone che creano universi, e quindi sono, de facto, delle divinità — anche se i loro poteri sono razionalizzati da un punto di vista scientifico.

Nel ciclo di “Dayworld” (tre romanzi), la terra è a tal punto sovrappopolata che tocca fare i turni — c’è chi vive di giorno e chi vive di notte.

Nel ciclo di “Childe” (tre romanzi), fantascienza, religione e sesso si mescolano in maniera selvaggia e scandalosa. La serie è una tetralogia, ma Farmer non si prenderà mai la briga di scrivere il terzo volume.

I primi due volumi del ciclo di Childe, con un avviso ai lettori nervosi

Nel ciclo “The Secrets of the Nine” (due romanzi, forse tre), Tarzan e Doc Savage — coi nomi cambiati — sono fratellastri in lotta per il dominio del mondo, in una complicata (e scollacciata, e violentissima) cospirazione.

Pubblicò anche storie con vari pseudonimi. Uno di questi, Kilgore Trout, lo vedremo fra un attimo. Poi vennero Jonathan Swift Somers III (in bilico fra l’autocitazione e la strizzata d’occhio a Spoon River), e per finire Cordwainer Bird, pseudonimo inventato e talvolta utilizzato da Harlan Ellison che è sia un tributo al grande Cordwainer Smith che una dichiarazione di futilità (sarebbe come dire “calzolaio per uccelli” — esiste forse un artigiano più inutile?) — quasi un Allen Smithee per scrittori.

È stato osservato che Farmer, che poteva contare su una immaginazione esuberante e su una grande facilità di scrittura, molto spesso si stancava delle proprie serie, lasciandole in sospeso, o chiudendole alla svelta, per dedicarsi ad altre idee.

E che idee.

L’astonauta protagonista di “Flesh” si risveglia da un sonno criogenico e si ritrova tramutato in dio della fertilità per la società matriarcale di una terra futura.

In “Notte di Luce” un sacerdote deve affrontare degli ipotetici miracoli su un pianeta alieno.

In “Venere sulla Conchiglia”, l’ultimo essere umano viaggia ai confini dell’universo in compagnia di una androide ninfomane, uno sciacallo e una civetta. La storia venne pubblicata con il nome di Kilgore Trout, che sarebbe un personaggio di Kurt Vonnegut, e un sacco di critici pensarono che l’avesse scritta Vonnegut, e che fosse anche un gran bel lavoro. Vonnegut non ne fu divertito.

In “The Other Log of Phineas Fogg” scopriamo la mostruosa cospirazione aliena che si cela fra le pagine dei romanzi di Giulio Verne.

“Gli n’k non volevano essere illuminati. La verità li irritava come se fosse per loro una minaccia. In questo erano quantomai umani.” (Tarzan Alive)

“Lord Tyger” è una decostruzione postmoderna dei romanzi di Tarzan, in una miscela di sesso, violenza e riferimenti Freudiani e Jungiani. Farmer, grande estimatore di Burroughs e suo feroce satireggiatore, è anche autore di “Tarzan Alive”, la autobiografia di Lord Greystoke (che lui incontrò in un motel nella provincia americana, ed ebbe modo di intervistare) e di alcuni romanzi apocrifi di Tarzan — come “The Adventure of the Peerless Peer”, dai diari del dottor John Watson — oltre a una serie, lasciata incompleta, ambientata nella preistoria della città di Opar, descritta da Burroughs nel romanzo “Tarzan e i Gioielli di Opar”.

In “Roger Two Hawks” un pilota da caccia di origine pellirosse durante la seconda guerra mondiale si ritrova sbalzato in un universo parallelo in cui il continente americano non esiste. Qualche anno prima, un pilota acrobatico si ritrovò invece sbalzato direttamente nel Magico Regno di Oz in “A Barnstormer in Oz”.

In “Dark is The Sun” seguiamo le peripezie dell’ultimo avventuriero in una terra morente surreale e popolata di creature bislacche.

“Cristo Marziano”, con quel titolo che pare una bestemmia fantascientifica, mette in scena la seconda venuta di Cristo in ambiente alieno, e suona a tratti come una cover punk di “Straniero in Terra Straniera” di Heinlein.

Ne “Il Distruttore” il comandante musulmano di una astronave organica terrestre deve vedersela con l’Apocalisse, in un gioco serrato di riferimenti letterari, religiosi e storici.

E in “The Evil of Pemberley House”, lasciato incompiuto alla morte dell’autore, esploriamo i turbamenti edipici della figlia di Doc Savage, con un contorno di riferimenti a Jane Austen e a Shirley Jackson, ed ai romanzi “gotici” popolari negli anni ‘70.

In un guizzo che anticipa Alan Moore di un quarto di secolo, ben presto risulta evidente che TUTTI i personaggi di Farmer, e TUTTI i personaggi della letteratura popolare, e del cinema e dei fumetti, sono in realtà parenti stretti, tutti discendenti dai viaggiatori su una carrozza che venne investita dalle misteriose radiazioni di un meteorite caduto nei pressi di Wold Newton, nello Yorkshire, il 13 dicembre 1795.

I riferimenti si ritrovano in “Tarzan Alive” e in “Doc Savage, His Apocaliptic Life” (la biografia di Doc Savage, l’eroe dei pulp), oltre che nel già citato libro su Phineas Fogg.

Un corpo di opere colossale — e se molti lavori giovanili sono fantascienza di routine, e alcuni dei volumi usciti a ritmo di cottimo negli anni ’70 e ’80 vennero fustigati da alcuni critici, resta indubbio che l’opera di P.J. Farmer costituisca uno dei grandi attrattori nel campo della fantascienza.

Colto, elegante, sconcio, beffardo, intelligentissimo, aggressivo, sardonico, straordinariamente umano nel narrare di creature sovrumane, Philip José Farmer, autore di 60 romanzi, circa 100 fra racconti e novelle, due false biografie e una quantità di articoli, saggi e sciocchezze assortite, ricevette nel 2001 il Grand Master della SFWA e il World Fantasy Award Lifetime Achievement.

Morì il 25 febbraio 2009.
Tutti i suoi libri sono ancora ampiamente disponibili, in formato cartaceo e in digitale, in lingua originale.

M E L A N G E

Rivista indipendente di cultura del fantastico

Davide Mana

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Paleontologist, writer, translator, blogger, game designer. Reader of books. Stranded in the wine hills of Piedmont, writing fantasy and SF to pay the bills.

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