[Quinto elemento]: GHOUL — il senso di colpa vi divorerà

Kara Lafayette
Nov 8 · 4 min read

L’India si sta dando alla pazza gioia, ultimamente. Una gioia che non ha nulla a che fare con Bollywood, ma con il nostro genere preferito, ovvero il fantastico. L’anno scorso compariva su Netflix una miniserie con protagonista la bellissima e molto brava Radhika Apte (che è identica alla scrittrice, nonché amica, Francesca Fichera). Sto parlando di Ghoul, miniserie horror che, se per caso v’è sfuggita, la andate a ripescare tipo ora, per i seguenti motivi:

  • è indiana;
  • è di soli tre episodi;
  • è prodotta dalla Blumhouse;
  • ci sono i mostri

Ghoul, scritta e diretta da Patrick Graham, è sostanzialmente un film di 136 minuti suddiviso in tre parti. Pregevole di per sé questa struttura, oltre alla storia che ora vi accenno. Siamo in un futuro non specificato, ma pare essere molto vicino ai giorni nostri.

L’india è un Paese diviso a metà, martoriato da un clima malsano che non si fatica a sentire addosso come una coperta di pece. I musulmani sono considerati degli eversivi, pertanto giudicati terroristi dell’attuale Stato nazionalista. Vengono bruciati i libri sacri, la letteratura alternativa al regime, tutto ciò che si contrappone alla Legge dello Stato viene “rieducato” al nazionalismo. Questo viene brevemente introdotto nel primo episodio, attraverso un viaggio in auto tra Nida Rahim (Radhika Apte) e il padre, che hanno una conversazione allucinante. La cosa che ho trovato interessante è stata la scelta di far interpretare il ribelle al padre, mentre la fanatica nazionalista alla figlia. Lui, che le aveva insegnato a leggere e scrivere, le aveva permesso di studiare, di diventare una donna indipendente e libera, cerca di spiegare la follia in cui il Paese è precipitato. Lei, bellissima e imperturbabile, non accetta i ragionamenti di un uomo appassionato di pensieri filosofici che vanno oltre le regole. Nida crede nei valori dello Stato nazionalista, è convinta che sia l’unico modo per proteggere i cittadini dal terrorismo dilagante. Crede nella rieducazione. Insomma, “una subdola scassacoglioni” (cit.).

Sta completando gli studi all’Accademia delle forze armate, specializzandosi in interrogatori. Lo Stato impone fedeltà assoluta, tutti devono denunciare gli eversivi. Anche se sono membri della tua famiglia. Nida denuncia il padre che viene portato via per essere interrogato. Un giorno la donna viene prelevata per essere trasportata in gran segreto nella sperduta prigione militare dove avvengono gli interrogatori, in attesa del più pericoloso terrorista in circolazione: Ali Saeed (Mahesh Balraj, il sosia di Andy Luotto). Nida deve interrogarlo, è convinta di essere stata scelta per le sue spiccate doti emerse all’Accademia. Ma quando si trova a tu per tu col detenuto, l’uomo le sussurra all’orecchio il nomignolo con cui era solito chiamarla il padre: Nidu. Se fino a quel momento la serie rimaneva sui toni realistici del dramma e del thriller (nonostante una prima sequenza iniziale che dava un succoso assaggio horror), tutto si trasforma non appena Ali Saeed fa la sua comparsa. Capiamo di avere a che fare con qualcosa di sovrannaturale. Immediatamente pensiamo ai Jinn, demoni che abbiamo avuto il piacere di conoscere nello stupendo film iraniano Under the Shadow (dovrebbe essere ancora presente su Netflix). Il più crudele di tutti i Jinn è proprio il Ghoul, spirito distruttore antichissimo, precedente all’avvento dell’islam. Questa creatura, nota per divorare cadaveri, è come una specie primordiale di zombie. Solo che, essendo uno spirito, una volta divorato il corpo, ne prende le sembianze. Così ci viene mostrato nella serie, ed ecco perché Ali Saeed non è più Ali Saeed. Ma qui il Ghoul, che è stata evocato da qualcuno, agisce secondo una motivazione ben precisa ed è questo l’elemento più interessante: il senso di colpa.

Nida è costretta a fare i conti con le sue convinzioni e, tra i lugubri e sudici corridoi della prigione/bunker (dove la luce non entra, una delle tante forma di tortura carceraria — che colpisce, inevitabilmente, anche i militari), incontrerà la sua colpa più grande. Ghoul è un’ottima storia, va dritta al punto e non si perde in chiacchiere. Esplode nella sua ultima puntata, con un finale che dà parecchie soddisfazioni. Breve, semplice nella sua struttura e realizzazione, efficace. Vi suggerisco di guardarla in hindi sottotitolata.

Vi dicevo a inizio articolo che L’India si sta dando alla pazza gioia. È da poco sbarcata su Netflix un’altra serie distopica — con elementi fantascientifici — scritta sempre da Patrick Graham: si intitola Leila e parrebbe una versione ancora più atroce di The Handmaid’s Tale. Ho visto il pilot e posso dirvi, per il momento, che tornano alcuni aspetti già presenti in Ghoul (musulmani considerati una sorta di infezione sociale, donne giudicate impure e costrette a una rieducazione bestiale, un regime dittatoriale estremo, e tanto altro) e che la visione non è affatto una passeggiata. D’altronde ho scomodato The Handmaid’s Tale mica per niente. Staremo a vedere come prosegue, se ne varrà la pena magari ne parleremo. Nel frattempo buon divertimento con Ghoul.

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