Suspiria di Luca Guadagnino

C’è una scena post credits, nel Suspiria di Luca Guadagnino. Quindi l’avete persa, se vi siete alzati e, frettolosi come sempre, avete lasciato la sala.
Mai avere fretta, specie con certi film.
Di questo in particolare adoro il fatto che sia lavoro personale, non sterile inchino.
La mano dell’autore Guadagnino c’è, si vede, è sicura, ma mai aggressiva o prepotente. Laddove Argento esprimeva violenza e delirio, Guadagnino mostra dolore e passione sensuale. Incredibile come la macchina da presa si limiti a inquadrare solo gambe stanche, piene di lividi di una ballerina, e queste da sole riescano a comunicare passione, sogni e speranze. Quelle delle ballerine: la tensione emotiva e sessuale che si accumula durante la preparazione di uno spettacolo e esplode la sera della prima.

Guadagnino contamina il genere horror e gli concede di approfondire, prendendosi tutto il tempo, temi poco avvezzi a essere trattati dallo stesso.
Questo non è un remake, è la versione di Guadagnino, è il «suo» Suspiria, ispirato alla sceneggiatura di Dario Argento e Daria Nicolodi.

C’è una ballerina americana, Susie Bannion (Dakota Johnson).
C’è una rinomata scuola di danza a Berlino, diretta da un’ex-ballerina entrata nella leggenda, Elena Markos, che non si mostra più in pubblico da decenni, causa cattiva salute.
C’è la Berlino divisa degli Anni Settanta, in tumulto, fra tensioni politiche che sfociano in lotta armata e attentati terroristici.
E c’è un potere antico, più antico del Cristo, che deve compiere un ciclo.

E qui mi fermo, se proprio non conoscete neppure a grandi linee la storia di Suspiria e temete qualche leggero spoiler, non proseguite oltre.

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Per i più ardimentosi, andiamo avanti:

Guadagnino opta per una versione di Suspiria dai colori sbiaditi, toni grigi e marroni, persino nei vestiti, fascia cromatica tradita solo nel finale, dove esplosioni di rosso acceso costituiscono omaggio, forse, alla pellicola originale, e cesura netta; quasi un solstizio, l’inizio di una nuova stagione.
La resa finale è plumbea, l’atmosfera propria di entrambi i lati della Cortina di Ferro. Per me meravigliosa.

Berlino è la metropoli tagliata in due dal Muro, poco antecedente agli anni Ottanta dei Ragazzi di Christiane F., percorsa da nervosismo, lotta sociale, droghe pesanti, controcultura punk, esplosioni, sequestri. Niente di tutto questo è preponderante all’interno dell’Accademia di Danza, ma, fuori dei muri del palazzone che la ospita, la vita umana vibra e fa la Storia.

Forte è la contrapposizione, quasi atavica, tra la corrente inarrestabile della Storia e l’inamovibilità della Scuola di Danza, e della sua sotterranea Congrega di Streghe, strette attorno, così si sussurra, a colei che sostiene di essere una delle Tre Madri: entità semi-divine, più antiche delle religioni e dell’uomo stesso.

La Madre dei Sospiri vuole reincarnarsi, e le sue consorelle stanno approntando il complicato rituale, oltre che un balletto, che costituirà esibizione pubblica, quel ponte necessario per collegare l’iperuranio della stregoneria, eterno, alla caotica mortalità degli esseri umani.

Mondi nettamente separati, quindi, costretti a compenetrarsi per un nuovo Avvento.

Non è una novità: il Cristianesimo si basa su medesimo concetto. Sull’incarnazione, sulla rinascita e resurrezione. Sull’elencare le colpe di ognuno di noi, sul Giudizio.
Con la differenza che le Streghe sono concentrate solo ed esclusivamente verso il loro microcosmo di potere e sete di esso, piccoli egoismi, sorellanza, fedeltà, rituali raccapriccianti. Le passioni umane, quelle che pochi decenni prima avevano spinto centinaia di migliaia di uomini a marciare in uniforme al passo dell’oca, all’ombra della Svastica, sono estranee, incomprensibili, inutili. Sono un ostacolo.

Si vede la danza, finalmente, in Suspiria. Dakota Johnson, già proveniente da una giovinezza di danza per suo conto, si è esercitata altri due anni, dopo il coinvolgimento nel progetto.
La danza è parte integrante, se vogliamo, del rituale stregonesco, è insieme rituale e rito, tramite la danza si catalizzano energie, adorazione, si emana e accentra potere.
Johnson balla, esegue insieme alle sue colleghe-allieve dell’Accademia, una complicata coreografia che tradisce una falsa appartenenza storica, per via di quel titolo, Volk, ma che è solo veicolo di evocazione per qualcosa non destinato agli occhi dei mortali, ma che da essi stessi trae potere. Dal loro dolore, dai loro sospiri. Un’intelligenza altra, superiore, che si ciba, in segreto, di piccole anime, come noi ci cibiamo di creature inferiori.

Danzano tutte, le allieve, sotto gli occhi di una magistrale Tilda Swinton/Madame Blanc, un essere che ha vissuto troppo a lungo, che ha dimenticato la sua umanità, e che, forse, vuole riscoprirla.

- a tal proposito, è bene far notare che sia Johnson che Swinton sono une e trine, in questo film, essendosi prestate, ciascuna, a tre ruoli differenti; i riferimenti, simbolici o di mera aritmetica, a quello che può sembrare una rievocazione della Trinità si sprecano -

Nel frattempo, fuori, la Storia umana prosegue, di illusione in illusione, svanisce pian piano dalla mente dei mortali, specie nei ricordi sofferti e annebbiati, quali possono essere quelli dei vecchi negli Anni Settanta, che hanno sofferto lutti e abbandoni, finiti quasi tutti nei campi di sterminio.

In questo senso, il personaggio del Dottor Josef Klemperer costituisce memoria storica e controparte alla deità.

È lui, la Memoria Storica, a parlare di stregoneria e di costruzione dell’illusione, di fatto mettendo sullo stesso piano la prima e il Nazismo, come volontaria illusione cui si presta fede e si sacrificano vittime predestinate.

La Deità, invece, è della Madre dei Sospiri, che si reincarna in un paese lontano e torna a rivelarsi ai suoi fedeli, che tutto sa e conosce, che può dispensare sollievo al dolore, la pace.

Intenso e simbolico, rafforzato dalle musiche di Thom Yorke, che ne bilanciano alla perfezione l’alto tasso evocativo, Suspiria di Luca Guadagnino non teme né soffre paragoni con l’inimitabile originale, perché non vuole imitare, ma essere storia a sé.

Storia compiuta, di una divinità che torna tra gli uomini, assorbendone dolori e rimorsi, dispensando Grazie, come si conviene a esseri superiori.

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