Sinestesia ed esperienza: quando cibo e cultura si incontrano al museo…
“Mangiare è uno dei quattro scopi della vita… quali siano gli altri tre, nessuno lo ha mai saputo”, recita un noto proverbio cinese. Allora, perché non provare a scardinare questo detto? È sicuramente vero che nutrirsi costituisce un bisogno primario, ma l’uomo è pur sempre un essere pensante: non possiamo fare a meno di mangiare, ma sin dalla nascita non possiamo nemmeno rinunciare a guardarci intorno per conoscere ed apprendere. In sostanza, con le dovute differenze, ognuno di noi ha sete di cultura. E chi ha detto che la cultura non possa sposarsi con il cibo? Mai dimenticare le proprie origini. Non erano forse gli antichi greci e gli antichi romani a consumare i propri pasti assistendo ad orazioni liriche e performance teatrali?
Numerosi progettisti hanno provato a dare una risposta concreta al legame tra cultura e cibo. È nato, così, un fenomeno oramai più che diffuso: i punti ristoro dei musei di mezzo mondo non sono più semplici luoghi dove bere frettolosamente il proprio caffè, ma veri e propri gioielli d’architettura dove la consumazione diventa parte di una profonda sinestesia. Il piacere del palato si confonde con quello del sapere: non più cafè, dunque, ma zone relax in cui fermarsi a chiacchierare, scrivere, leggere, ascoltare, condividere. Il cibo, insomma, è solo un frammento di un sistema che vede nell’esperienza il suo fattore cruciale.
È sulla scorta di questa struttura sensoriale che all’interno della Fondazione Prada a Milano nasce il Bar Luce. Questo spazio si distingue dagli altri dalla particolarità che il suo creatore non è un architetto e neanche un designer, bensì il regista Wes Anderson. Le sue parole sono molto eloquenti:
“…credo che sarebbe un buon set per un film, ma ancor di più penso che sarebbe un posto eccezionale per scrivere un film; tuttavia, ho cercato di dare forma a un luogo in cui mi piacerebbe trascorrere anche i miei pomeriggi non cinematografici”.

Sebbene i film di Anderson siano spesso costituiti da un susseguirsi di quadri simmetrici, non esiste una prospettiva ideale per il Bar Luce. Come sostiene il cineasta americano, il locale “…è stato pensato per essere vissuto…per conversare, leggere, mangiare, bere” in un contesto di comfort totale.

Il Bar Luce ricrea l’atmosfera di un tipico caffè della vecchia Milano e si ispira allo stile in voga negli anni ’50 e ’60 in città. Gli arredi, le sedute, i mobili di formica, il pavimento, i pannelli di legno impiallacciato che rivestono le pareti e la gamma cromatica ricordano la cultura popolare e l’estetica dell’Italia del dopoguerra, a cui Anderson fa riferimento nel cortometraggio “Castello Cavalcanti” (2013). Il soffitto a volta e lo schema decorativo nella parte superiore del bar riproducono la copertura in vetro e gli stilemi della Galleria Vittorio Emanuele, uno dei luoghi simbolo di Milano. Tra le altre fonti vi sono due capolavori del Neorealismo italiano, entrambi ambientati a Milano: “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica e “Rocco e i suoi fratelli” (1960) di Luchino Visconti.

Ma è forse Roma la città che offre più esempi della commistione tra palato ed arte. Nella Capitale d’Italia i cafè dei musei si mescolano a giardini lussureggianti e terrazze dalla vista spettacolare “che regalano l’ebbrezza di farti sentire uno di quei turisti americani nei film degli anni Cinquanta, fra camerieri in candida divisa bianca, palme, alberi di agrumi, arredi di bambù, pianoforti a coda, chiacchiericcio internazionale e tanto ghiaccio nei bicchieri.”
In tal senso, come non ricordare il Caffè delle Arti, ovvero il bar della Galleria d’arte moderna, la Gnam. Si può definire la “quintessenza dell’edonismo della Roma più raffinata”, primo punto ristoro aperto in un museo romano (1997). L’interno, caratterizzato da un arredo color panna e mosaici alle pareti, è adornato di quadri antichi, statue e bronzi. Nella fascinosa terrazza, cui si accede dalle ampie vetrate dell’edificio primo Novecento in stile classico, ci si può accomodare sotto un candido tendone, “approdo privilegiato, soprattutto nella stagione estiva, di intellettuali ” ed artisti. Il caffè delle Arti è così magico, in particolare quando cala la notte, immerso nel profumo dei pini marittimi, che nel periodo estivo gli ospiti si attardano ben oltre la chiusura del museo.

Sulla collina del Pincio, invece, troviamo il bar di Villa Medici, un ambiente molto riservato che offre accesso solo ai visitatori del museo. Una cosa è certa: non si sosta per mangiare, ma per essere parte di un’atmosfera. Si può stare all’aperto in un silenzioso e incantevole agrumeto, ma più affascinanti sono gli spazi interni, ventilati dalle finestre che affacciano sui tetti di Roma dove, con un po’ di fortuna, è possibile ascoltare qualcuno suonare il vecchio piano a coda.
“Tutto, qui, trasuda storia e culto della bellezza. L’ombra e il fresco che si godono sprofondati nei vecchi divani e nelle bergère dai tessuti stinti, fanno pensare ai giovani pensionnaires francesi approdati in queste stanze.”
Da qui è transitato anche lo spagnolo Diego Velázquez che immortalò il magnifico giardino in una sua opera.
Il Palazzo delle Esposizioni ospita il bar ristorante Open Colonna. Qui i sapori si gustano all’ultimo piano sotto una serra di acciaio e vetro che affaccia su Roma e in due terrazze all’aperto. Al piano terra troviamo la grande caffetteria che risente di uno stile International-chic con pareti e arredi bianchi ed un delizioso giardino a ridosso delle mura della chiesa di San Vitale.

Guardando oltre i confini nazionali, si ispira a Jules Verne e ad Emile Gallé, artista del vetro antesignano dell’Art Nouveau, il nuovo Cafè Campana, all’ultimo piano del Musée d’Orsay, firmato dai due fratelli brasiliani Humberto e Fernando. Un tempo questo ambiente, che richiama un’atmosfera onirica grazie alla presenza di elementi come acqua e corallo riflessi su superfici a specchio, era il Café de l’Horloge, all’ultimo piano del Musée d’Orsay. Gli architetti si sono dimostrati “molto audaci nel far dialogare gli interni del museo, originariamente una stazione ferroviaria dell’inizio del Novecento, con una sensibilità vicina alle espressioni più soggettive e personali del design contemporaneo. Tra i prodotti esposti, molti gli oggetti realizzati in collaborazione con Edra, il marchio italiano che per primo ha scoperto e sostenuto il design carioca di Fernando e Humberto”.

Infine, un tuffo nelle calde e accoglienti atmosfere del caffè del Fotografiska nella gelida Stoccolma, all’interno del Museo della Fotografia che ospita gli scatti di importanti artisti internazionali. Qui i visitatori possono osservare la città dall’acqua. “Il museo, infatti, è ospitato all’interno di un edificio di mattoni rossi in stile Art Nouveau, che un tempo funzionava come dogana mercantile, stretta tra il mare da un lato e le scogliere di Södermalm dall’altro.”

Dunque la scelta è vasta e, se il piacere di mangiare è uno dei quattro scopi della vita, come si diceva all’inizio, dopo questa rassegna ne abbiamo sicuramente individuato un altro: nutrirsi di cultura. E quale posto migliore dove coltivare il sapere tra una portata e l’altra, se non in un museo?
Ogni città ha tanto da offrire e nasconde luoghi curiosi dove intrattenersi anche in solitaria per accrescere la mente, lo spirito e l’anima. Dopo una giornata ricca di sensazioni percorrendo in lungo ed in largo i luoghi della storia, del design o dell’attualità, il palato è stato stimolato…che si dia sfogo al piacere del gusto.