Vivere è imparare

Due ottantenni discutono davanti al caminetto di una casa di campagna. Siamo ad Altenberg in Germania nel 1983, nella casa di Konrad Lorenz, etologo, premio Nobel per la medicina e la fisiologia. L’altro vecchio è Karl Popper, filosofo della scienza. Tra loro, come le scintille del camino, crepitano le idee. Ciascuno completa e corregge il pensiero dell’altro, scopre un nuovo punto di vista, sorride approvando. Non è chiaro chi dei due e in quale momento stia insegnando o imparando, ma è chiaro che siamo in presenza della vivace combustione di un processo di creazione di nuova conoscenza. E che anche noi, leggendo, stiamo apprendendo e bruciando. Questo eccezionale colloquio è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1989. Il libro si intitola “Il futuro è aperto” ed è edito da Bompiani.

Sgretolato l’arcaico contenuto sapienziale della conoscenza nei mille frammenti del logos dei presocratici, il dialogo (dia-logos) socratico accede, attraverso la dialettica, ad uno stadio ancora più avanzato di indagine, di creazione e di trasferimento della conoscenza. Forse per questo la forma del dialogo pubblico tra due giganti del pensiero si colloca, nella mia personale gerarchia, al vertice di tutte le forme di insegnamento e la semplice osservazione (dalle parole del libro) di quel caminetto di Altenberg è in grado di scaldarmi. E non poteva che entusiasmarmi il fatto che uno dei due dialoganti fosse Popper, che rappresentava, dopo 2500 anni, lo stadio evolutivo più avanzato del pensiero degli stoici in tema di conoscenza oggettiva e soggettiva. E di antidogmatismo.
Ma non vorrei trascurare, in onore dell’ eccezionalità della forma del dialogo, l’eccezionalità dei contenuti.
Il punto di partenza della discussione è nell’apparente inspiegabilità della velocità con cui si è giunti all’attuale stadio evolutivo di alcune specie, in base ai principi darwiniani del caso e della necessità, ovvero della mutazione e della selezione. Ci sono voluti circa quattro miliardi di anni contro i circa cento miliardi di anni che avrebbe richiesto il semplice meccanismo darwiniano. Scartata l’ipotesi di una forza soprannaturale, la spiegazione che si danno i due studiosi è nella presenza, nella vita, di un bergsoniano “élan vital”, di un orientamento naturale alla forma più evoluta. In altre parole una continua scommessa della vita verso nuove nicchie ecologiche.

Un “orientamento strategico” verso l’innovazione, direbbe un aziendalista. La vita dunque esplora, uscendo dalla zona di comfort ed entrando nella zona di rischio. La vita è naturalmente predisposta per innovare e rischiare, già dallo stadio unicellulare. E forse anche nella materia, come se Democrito, col suo “clinàmen” degli atomi avesse intuito qualcosa. Una pulsione che nell’uomo diventa anche esplorazione del mondo, fisica e intellettuale: avventura, apprendimento. L’archetipo di Ulisse o del fanciullo eterno di Eraclito.
E qui il dialogo si fa molto personale. I due sono stati bambini nella Vienna fecondissima di inizio secolo. Si erano conosciuti da piccoli, avevano giocato assieme al gioco degli indiani e avevano entrambi cara la storia del ragazzino Nils che, rimpicciolito per un incantesimo, sale in groppa ad un’oca del cortile, lascia in volo la sua fattoria e comincia a esplorare il mondo. Per il viaggio intellettuale di Lorenz le oche di Nils furono decisive, così come, in altro modo, per Popper. Poi i due si persero di vista fino a all’incontro di Altenberg del 1983.

Dal libro emerge una teoria generale dei processi di apprendimento, che ci accomuna alla materia inorganica e agli organismi più semplici. Ben lungi dal sentirci sminuiti da quella continuità, la cosa ci appare straordinaria e riguardante direttamente la nostra vita evoluta. Vivere implica una continua scommessa su un mondo migliore fuori dal nostro ambiente consueto. Chiuso il libro resta la consapevolezza di aver visto balenare un principio generale che, per chi si occupa di azienda, è sotteso alle teorie dell’apprendimento organizzativo di Argyris e Schön così come alle teorie dell’ innovazione strategica delle imprese.
Le implicazioni per il formatore sono notevoli. Spingere un’organizzazione, e le persone che la compongono, fuori dalla zona di comfort appare, alla luce di quel principio, come un’avventura iscritta nel nostro DNA. E quel pensiero ci emoziona perché le scienze dell’artificiale (come chiamava Herbert Simon il management e l’ingegneria) ci hanno spesso portato molto lontano dalla natura delle cose.

E vorrei, per finire, abbandonare i contenuti per tornare alla forma di quel colloquio. Come modello per il formatore. La messa in scena del dialogo assomiglia sempre di più, nei convegni e nella aule di oggi, al format superficiale del talk show. Con un animatore che si presta a governare vivacemente il meccanismo del turno. La logica è di avere tanti brevi apporti diversi, per livello e approccio, per creare movimento e destare attenzione. Il caminetto di Altenberg ci indica un modello diverso, in cui chi introduce (in quel caso è il giornalista Kreuzer) non fa che creare le condizione per l’avvio di una combustione controllata. Che poi si sviluppa, nel camino, in virtù della qualità della legna che arde. Il moderatore quasi scompare, limitandosi a spostare qualche ciocco nel focolare. Il livello, nel libro, è quello di due maestri del pensiero, con una forte radice comune, con un percorso disgiunto, con ampie convergenze di vedute e piccoli problemi irrisolti da mettere a punto assieme. Capisco che sia difficile avere in aula due persone con quelle caratteristiche e con quel livello. Ma mi sembra che ci si possa provare.

Recensione di Enrico Viceconte del libro il Futuro è Aperto, ed. Bompiani.

Ripubblicato dal blog del Bicocca Training and Development Center