Adole-Scienza

In latino il termine circare apparteneva al gergo della caccia. Il cane circava facendo cerchi sempre più ampi attorno ai luoghi dove era stata avvistata la preda.

Il termine ricercare è invece iterativo, e indica l’atto di cercare più volte, cioè con attenzione, accuratezza, sistematicità e completezza.

Infine, autoricercare è riflessivo, e indica la possibilità di spostare il focus della propria indagine dall’esterno verso l’interno, ossia dagli oggetti percepiti al soggetto percepente, oltre che al meccanismo della percezione in quanto tale.

In altre parole, se quello della ricerca è un moto primariamente centrifugo, “verso l’esterno,” quello dell’autoricerca è un moto essenzialmente centripeto, “verso l’interno”: i cerchi sempre più si restringono al fine di catturare l’ambita preda, che si nasconde da qualche parte al centro, nel nostro nucleo più intimo e profondo, dove risiede la nostra identità primaria, ciò che realmente siamo al di là delle nostre false rappresentazioni e dei filtri deformanti creati dalla nostra mente ordinaria.

Quanto sopra riassume in modo simbolico l’essenza dell’autoricerca, ossia di quel procedere attraverso il quale l’essere umano, da tempi immemori, tenta di sollevare un lembo del grande velo, cioè del mistero che avvolge l’esistenza di ciascuno di noi; un mistero che possiamo riassumere in alcuni interrogativi, quali ad esempio:

  • Chi e che cosa sono veramente?
  • Da dove vengo e dove vado?
  • Perché mi trovo su questo pianeta, in questo specifico gruppo di coscienze, in questo periodo storico?
  • Posso migliorare la mia condizione, sia interiormente che esteriormente?
  • C’è qualcosa al di là della morte fisica?
  • Qual è il mio potenziale evolutivo e come fare per attuarlo?
  • Hanno senso tutte queste domande e in che misura è possibile rispondere?

Semplificando all’estremo, è possibile affermare che a tutt’oggi, su questo pianeta, il contesto in cui le persone si pongono questo genere di interrogativi è ancora, principalmente, quello religioso e, salvo eccezioni, ad essi vengono date risposte mediante il ricorso ai cosiddetti dogmi della fede.

In sostanza, il credente accetta, spesso di buon grado ma acriticamente, le risposte che la sua confessione ha stabilito per lui, accettando implicitamente che la possibilità di rispondere in modo più personale e critico a questi grandi interrogativi non sia alla sua portata. In altri ambiti, come quello della filosofia, questi quesiti sono invece indagati senza ricorrere a risposte prestabilite, quindi in uno spirito di vera ricerca della verità, o comunque di una verità relativa.

D’altra parte, solitamente un filosofo affronta questi temi in modo prettamente intellettuale, cioè al di fuori di un percorso personale di sperimentazione del contenuto degli stessi.

Rimaniamo quindi, sostanzialmente, nel campo della speculazione intellettuale, delle costruzioni di teorie, sicuramente articolate e spesso profonde, ma dove la parte di sperimentazione e applicazione pratica, quindi l’aspetto della conferma e della falsificazione sperimentale, è assente.

Per dirla con una battuta:

I filosofi sanno essere abili pensatori, oltre che osservatori, ma non amano troppo “sporcarsi le mani,” restandosene a guardare il mondo dall’oblò.

Coloro che invece, nel corso della nostra storia più recente, hanno cominciato a sporcarsele per davvero le mani, sono stati gli scienziati, vale a dire quella classe di pensatori che hanno scelto di “leggere” un unico grande “libro,” nel confronto del quale hanno rivolto tutto il loro interesse: il libro del mondo, cioè della realtà tutta.

In un certo senso, lo scienziato si trova a metà strada, da un punto di vista metodologico, tra il religioso, che crede acriticamente a quanto scritto nei testi ipoteticamente rivelati dal divino, e il filosofo, che difficilmente si immerge nelle profondità del mondo.

Naturalmente, lo dico per non creare malintesi, sto qui semplificando all’estremo la discussione e adoperando i termini “religioso” e “filosofo” nel loro senso più riduttivo e stereotipato. È chiaro che esistono visioni più dilatate sia della ricerca filosofica che della pratica religiosa che si rifanno a modelli più articolati e complessi di indagine. Filosofi e religiosi di questa tempra sono però figure più rare, spesso controverse, che risiedono ai margini delle loro rispettive organizzazioni.

Dunque, proseguendo in questo mio ragionamento, dalla tradizione filosofica lo scienziato ha attinto il suo amore per il pensiero logico e razionale, vale a dire per il pensiero coerente, non contraddittorio, intelligibile, compatibile con l’osservazione, mentre dalla tradizione religiosa, paradossalmente, ha attinto la sua particolare professione di fede.

Infatti, anche uno scienziato è indubbiamente un uomo di fede: crede fermamente nell’intelligibilità del mondo, nella possibilità di acquisire maggiore conoscenza circa la sua natura e il suo funzionamento, quindi nella possibilità di fornire risposte attendibili a domande che siano sufficientemente ben poste.

A differenza del filosofo però, lo scienziato non se ne rimane con le mani in mano, se così si può dire. In un certo senso, si può affermare che l’uomo di scienza ha saputo portare lo strumento dell’osservazione a un livello superiore, passando da una forma essenzialmente passiva di analisi a un processo molto più attivo di interrogazione del reale, che si traduce nel cosiddetto metodo sperimentale, cuore pulsante di ogni ricerca scientifica degna di questo nome.

Per dirla con una metafora:

Lo scienziato apre l’oblò ed esce dalla sua “nave mentale,” immergendosi nelle acque del mondo, nuotandoci dentro, toccandolo in tutti i modi possibili e immaginabili.

E lo fa attraverso un approccio sistematico, ordinato, organizzato, per trarre da queste sue azioni sperimentali delle informazioni davvero utili, cioè organizzabili in un corpus di conoscenze (dette teorie scientifiche) in grado di spiegare l’oggetto del suo studio.

Inoltre, lo fa confrontando il frutto delle proprie scoperte con quelle dei suoi colleghi, sempre alla ricerca di un consenso, ben consapevole che la dimensione dell’oggettivo, in ultima analisi, è di natura intersoggettiva.

La scienza esprime dunque, in linea di principio, una metodologia di indagine più completa rispetto a quella espressa dalla filosofia e dai sistemi religiosi. Infatti, anziché tentare di leggere e interpretare un semplice libro, che si presume parli della realtà, ambisce a leggere e interpretare direttamente il reale.

Inoltre, anziché osservare il mondo attraverso il solo strumento della propria mente pensante, agisce e interagisce con esso a più livelli, in modo mirato, creando ad arte delle situazioni sperimentali (i famosi test sperimentali) con cui è in grado di formulare domande (operazionali) specifiche e ottenere risposte particolareggiate.

D’altra parte, lo scienziato moderno del pianeta terra, all’inizio del terzo millennio, pur avendo saputo ampliare la propria metodologia di indagine, spingendosi oltre quella della filosofia e della religione, per ragioni storiche ha contemporaneamente ridotto drasticamente i propri orizzonti, limitando la propria analisi a solo alcuni aspetti del reale.

Le ragioni storiche a cui mi riferisco sono ovviamente, in occidente, quelle di un potere religioso che ha dettato per secoli quale dovesse essere la corretta visione circa la natura della realtà e della vita, imponendo tale ortodossia di stampo rigorosamente dogmatico con ogni mezzo possibile.

Basti pensare a figure come Giordano Bruno, o Galileo Galilei, per comprendere le difficoltà in cui si sono imbattute certe coscienze in evoluzione, nell’esprimere la possibilità di un pensiero libero e non dogmatico. E ancora oggi si deve prendere atto che sono numerosi i paesi dove l’unica forma di interrogazione del reale può avvenire solo entro i limiti interpretativi stabiliti dalle caste religiose tutt’ora al potere.

Si comprende allora che, quale reazione a un lungo periodo di oppressione, la scienza, nel suo cammino di crescita, abbia cercato di porre la maggiore distanza possibile nei confronti di quei temi che da sempre preoccupano gli uomini di religione (oltre che, beninteso, i filosofi), quasi si trattasse per lei di una questione di sopravvivenza.

Ne consegue che lo scienziato moderno, se da una parte lotta con forza per spingersi oltre la pigrizia di certe speculazioni filosofiche, spesso sterili, e di certe superstizioni religiose, figlie unicamente dell’ignoranza, dall’altra rinuncia a indagare la realtà tutta, cioè a porsi le domande più fondamentali, promuovendo così una forma di riduzionismo e limitazionismo che, paradossalmente, finisce con lo sposare quelle stesse forme di pigrizia e di ignoranza che si poneva di combattere.

Per dirla in altri termini, se da una parte lo scienziato moderno, nella sua veste di ricercatore, può sicuramente essere considerato il simbolo di un lungo processo di maturazione, in cui l’uomo, forse per la prima volta su questo pianeta (in termini di movimento collettivo) raggiunge la possibilità di promuovere un’indagine veramente libera, espressione di un pensiero autonomo e ancorato al reale, dall’altra questa sua “maggiore età” sembra dover pagare il prezzo del sacrificio di quella parte di ricerca che è al centro stesso dell’interrogazione dell’uomo, sin dall’alba dei tempi.

A titolo di esempio emblematico, posso citare la ricerca nel campo della moderna parapsicologia. Senza entrare qui nei dettagli, vorrei ricordare che nell’ultimo secolo i cosiddetti fenomeni paranormali (detti anche fenomeni anomali), come la chiaroveggenza, la telepatia, la precognizione e la psicocinesi, sono stati oggetto di esperimenti di laboratorio molto approfonditi e particolareggiati, compiuti da numerosi ricercatori iconoclasti che hanno coraggiosamente sfidato il ridicolo e messo a volte in pericolo la loro stessa credibilità e carriera scientifica.

Ma sebbene i risultati di queste numerosissime indagini avvalorino la tesi della realtà di questi fenomeni (a prescindere dalla loro interpretazione), ancora oggi esiste un evidente ostracismo della più parte degli uomini di scienza che rifiutano in blocco tali risultati, senza nemmeno entrare nel merito degli stessi (salvo eccezioni), malgrado si tratti di dati ottenuti nell’ambito di esperimenti di laboratorio perfettamente controllati, eseguiti nel rispetto dei più rigorosi criteri dell’arte sperimentale.

Questa mancanza di scientificità da parte di quegli stessi scienziati che per secoli hanno combattuto l’oscurantismo religioso, è il sintomo evidente che la scienza sia un’attività condotta da uomini, e che questi uomini-scienziati siano soggetti alle stesse leggi psicologiche e sociologiche cui è sottoposta ogni altra coscienza in evoluzione su questo pianeta.

Con questo intendo dire che nel suo movimento di disidentificazione dal pensiero “mistico-religioso,” la scienza, nel suo insieme, ha finito con l’identificarsi con una visione diametralmente opposta, che è quella del materialismo metafisico, o del fisicalismo. Ma proprio perché diametralmente opposta, rimane anch’essa, paradossalmente, una visione di stampo essenzialmente dogmatico.

Ad alcuni lettori verrà forse in mente l’età adolescenziale, tipico passaggio nel percorso di maturazione psicologica di un essere umano.

Se nella fase del bambino vi è totale dipendenza nei confronti della realtà genitoriale, nella fase adolescenziale si tenta di conquistare maggiore autonomia, solitamente passando da una condizione di piena identificazione nei modelli genitoriali a quella di un’identificazione in modelli diametralmente opposti, vale a dire rifiutando in blocco ogni contenuto dei primi.

In questo modo, l’adolescente recide (sebbene ancora solo in parte) il “cordone ombelicale psicologico” e sperimenta la sua capacità di esistere a prescindere dai riferimenti genitoriali.

Solo in seguito, terminata questa prima fase di ribellione, cioè superata la crisi di identità a cui essa fa riferimento, l’individuo può raggiungere la piena maturità psichica, reintegrando quei pezzetti che nel processo di “disubbidienza adolescenziale” si era perso per strada. Per dirla con Paul Watzlawick:

“Essere maturi significa saper fare ciò che è giusto, anche se sono i genitori ad averlo vivamente consigliato.”

Questa analogia con la psicologia evolutiva mi pare assai calzante nel descrivere l’attuale condizione della scienza, nel nostro periodo storico. Possiamo dire, infatti, che quello della religione sia stato il modello genitoriale di partenza, da cui ha avuto origine l’impulso della ricerca, cioè il tentativo di dare risposte agli interrogativi fondamentali della vita.

È difficile stabilire se in tempi remoti, forse pre-storici, siano esistiti su questo pianeta movimenti religiosi che fossero espressione di un vero genitore normativo positivo — per usare una tipica espressione dell’analisi transazionale di Eric Berne — cioè capaci di guidare costruttivamente l’evoluzione e sostenere la piena maturazione degli individui.

È certo però che la maggior parte dei sistemi religiosi attuali ha perso questo ruolo di leadership, trasformando l’autorevolezza di un tempo in una bieca e cieca forma di autorità.

In altre parole, l’ipotetico genitore normativo positivo, in grado di offrire una direzione e illuminare il cammino, si è trasformato col tempo in un genitore normativo negativo, favorendo in questo modo sia l’estremo della sottomissione, sia quello della ribellione. Fortunatamente, la piena sottomissione al potere religioso è storia antica nei paesi di moderna costituzione, che vedono nel secolarismo uno dei principi fondamentali dello stato.

D’altra parte, dobbiamo osservare che la fase di ribellione adolescenziale dell’attuale istituzione scientifica non sembra essersi ancora esaurita. La scienza infatti, ancora oggi, sente di poter sopravvivere solo al prezzo di distinguersi in tutto e per tutto dal suo genitore normativo negativo, operando una chiara scelta di campo.

Nel fare questo però, assume a sua volta una veste normativa negativa, decretando dall’alto del suo piedistallo, spesso su basi puramente arbitrarie, quale conoscenza sia tale, cioè scientifica, e quale invece sia solo pseudoscientifica, e in tal senso non attendibile. Ma come dice il detto:

Buttando l’acqua sporca dobbiamo vegliare a non gettare allo stesso tempo anche il bebè!

Il bebè è quel nucleo luminoso che possiamo ipotizzare sia all’origine dei primi movimenti religiosi, che hanno dato corpo a quelle domande che l’uomo rivolgeva al cielo, alla ricerca del senso della sua esistenza e di quella strana percezione (a volte consapevole) che aveva di sé.

In altre parole, per uscire dalla sua crisi di identità adolescenziale, tutt’ora in corso, la scienza — forse dovrei dire l’adole-scienza — ha interesse a guardarsi indietro e recuperare il seme di quelle domande originali, senza le quali la grande montagna scientifica rischia alla fine di partorire un topolino.

Questo articolo è tratto da: Cercare, ricercare, autoricercare…, AutoRicerca, Numero 4, Anno 2012, a cui rimando il lettore interessato, per un approfondimento dei temi sviluppati.


Originally published at www.zenon.it on March 10, 2014.