L’ipotesi stupefacente

Una falsa salute, fatta di assenza di malattia, può temporaneamente assomigliare a una vera salute, ed essere imprudentemente scambiata per essa.

Pupillo. È un piacere incontrarti di nuovo.

Mentore. Il piacere è tutto mio.

Pupillo. Ho apprezzato molto il nostro ultimo incontro 1. Se ricordi, ci eravamo lasciati ripromettendoci di approfondire il tema più specifico della malattia.

Mentore. Rammenti anche per quale ragione abbiamo scelto questo argomento?

Pupillo. Certo: non riuscivo a capire perché qualcuno potesse scegliere di ammalarsi e soffrire.

Mentore. Nessuno sceglie di soffrire gratuitamente, senza un motivo, senza un tornaconto. La sofferenza è sempre il prezzo che accettiamo di pagare per non rinunciare al privilegio di mantenere vive le nostre illusioni, le nostre false identificazioni, le nostre negazioni, le nostre contraddizioni, le nostre autocorruzioni… In poche parole: le nostre

false teorie della realtà.

La malattia, con il suo contenuto di sofferenza, può essere compresa come il risultato di uno scontro tra le nostre false rappresentazioni, a cui non vogliamo rinunciare, e la realtà stessa. Uno scontro attraverso il quale abbiamo l’opportunità di rettificare la nostra visione, dunque guarire ed evolverci.

Pupillo. Hm… da una parte comprendo cosa intendi dire, ma dall’altra non riesco a condividere il tuo pensiero fino in fondo.

Mentore. La parte che non lo condivide, cosa dice più esattamente?

Pupillo. Dice che la malattia non è sempre una nostra responsabilità. Dice che quando ci ammaliamo non sempre siamo noi a sceglierlo, che il più delle volte ci capita senza che, apparentemente, abbiamo negato alcunché.

Mentore. Quella tua parte fa bene a rimanere prudente e dire “apparentemente.” Comunque, prima di discutere del nostro grado di responsabilità nell’insorgere delle nostre malattie, non credi sarebbe meglio schiarirci un po’ le idee sul concetto stesso di malattia? Che cosa si intende, abitualmente, con questo termine?

Pupillo. È una bella domanda.

Mentore. Ho un’idea: che ne dici di realizzare una piccola indagine all’interno della tua ristretta cerchia di parenti, amici e conoscenti, e stabilire quanti di loro hanno già sperimentato la malattia?

Pupillo. Non ho certo bisogno di realizzare l’indagine: conosco già la risposta.

Mentore. E sarebbe?

Pupillo. Tutte le persone del mio entourage, senza eccezioni, hanno già sperimentato la malattia! Anche se, ovviamente, a gradi diversi.

Mentore. E la cosa non ti sorprende?

Pupillo. Perché dovrebbe?

Mentore. Che io sappia, è piuttosto raro scoprire cose con tali caratteristiche di universalità. Per fare un esempio, se chiedi in giro chi è già stato in alta montagna, qualcuno che ancora non c’è stato immancabilmente lo troverai. A meno che, beninteso, non abiti proprio in un paesino di alta montagna! Infatti, solitamente non tutti hanno già sperimentato tutto. Le cose che invece tutti, ma proprio tutti, hanno già sperimentato, sono quelle fondamentali, che non si possono non sperimentare, perché probabilmente funzionali alla vita stessa.

Pupillo. Stai cercando di dirmi che la malattia sarebbe funzionale alla vita?

Mentore. Non lo escluderei, visto il suo carattere di universalità. Ma vediamo di proseguire nella nostra indagine. Che ne dici di domandare alla cerchia dei tuoi conoscenti che cos’è per loro la malattia, e annotare tutte le loro risposte?

Pupillo. Anche in questo caso ritengo di conoscere, a grandi linee, le loro opinioni.

Mentore. E dimmi: come condenseresti, in un’unica frase, il succo del loro pensiero?

Pupillo. Tutti si accorderebbero nel ritenere che la malattia sia un serio problema.

Mentore. Immagino che anche in questo caso la loro risposta non ti sorprenda.

Pupillo. Infatti, anche perché concordo pienamente con loro.

Mentore. Capisco. Naturalmente, la cosa non sorprende neppure me, dacché l’idea che la malattia sia un problema è proprio uno dei postulati fondamentali dell’attuale paradigma medico-scientifico. Io però sarei per adottare una risposta che, per certi versi, è diametralmente opposta. Che ne pensi dell’ipotesi 2 che:

la malattia sia una soluzione?

Pupillo. Penso che oltre a essere decisamente sorprendente è altresì assai improbabile. Per farti un esempio, la settimana scorsa ero a letto con una febbre da cavallo, nausea, mal di testa e ti risparmio il resto. Vorresti farmi credere che tutti quei sintomi spiacevoli e pericolosi non costituivano un problema, bensì una soluzione?

Mentore. Come sai, non devi credere a nulla, ma cercare sempre di formarti un’opinione personale sulle cose. Opinione che ti consiglio di sottoporre a una spietata critica razionale, oltre che, beninteso, al test dell’esperienza. Detto questo, permettimi subito di chiarire che la tua obiezione è il frutto di un pregiudizio infondato. Più precisamente, di quel pregiudizio che consiste nel credere che una soluzione debba essere, necessariamente, qualcosa di piacevole e innocuo.

Pupillo. Non è così?

Mentore. No, non lo è. E per dimostrartelo mi avvallerò di due esempi.

Pupillo. Sono proprio curioso.

Mentore. Come è noto, gli scolari non amano svolgere i compiti a casa, che considerano abitualmente un fastidioso problema. I compiti però, soprattutto se dati in dosi ragionevoli, non costituiscono un problema, bensì la soluzione adottata dalla scuola per permettere agli alunni di raggiungere uno specifico obiettivo: quello dell’assimilazione delle materie svolte in classe. A una più attenta analisi, ogni studente è in grado di riconoscere e condividere questo obiettivo, essendo che per superare gli esami ed essere promossi (cosa che ogni studente solitamente desidera) è necessario assimilare il contenuto dei corsi. Dunque:

non tutte le soluzioni sono percepite come cose piacevoli.

Pupillo. Un bell’esempio, lo devo ammettere. Molto bene, una soluzione può anche essere percepita come spiacevole, ma che mi dici della pericolosità? Una soluzione può essere tale anche se pericolosa?

Mentore. Immagina di camminare per strada, quando improvvisamente un individuo ti punta una pistola e spara. Se non desideri morire, se il tuo obiettivo è continuare a manifestarti ancora per un po’ in questa dimensione fisica, l’evento si presenterà a te, a tutti gli effetti, come un problema. Dopo lo sparo ti accorgi però di essere ancora vivo: il proiettile non era destinato a te, ma a un animale feroce fuggito dallo zoo che in quel momento era alle tue spalle, nel procinto di sbranarti. In altre parole, colui che sembrava volesse ucciderti, il presunto problema, era in realtà il tuo salvatore, ovvero la soluzione che ti ha permesso di continuare a vivere. Naturalmente, la soluzione non era esente da rischi: l’uomo avrebbe potuto sbagliare mira e ferirti, oppure non colpire la fiera al primo colpo che avrebbe potuto così aggredirti. Pertanto:

non tutte le soluzioni sono esenti da rischi.

Pupillo. D’accordo, mi hai convinto. Il mio era solo un pregiudizio: le soluzioni possono essere sia spiacevoli che pericolose.

Mentore. Sì, è così. Da questi due esempi emerge tra l’altro un fatto interessante: se osserviamo la realtà da una prospettiva troppo ristretta, facilmente commettiamo degli errori di valutazione, come ad esempio quello di:

scambiare una soluzione per un problema.

Ma per quanto una soluzione possa essere poco piacevole, o addirittura pericolosa, ciò non costituisce un serio problema, dal momento che — consentimi la metafora — le strade per arrivare in cima alla montagna sono solitamente più di una. Nel mondo reale i problemi ammettono sempre numerose soluzioni, e alcune sono migliori di altre, nel senso che alcune ci consentono di raggiungere i nostri obiettivi con maggiore efficienza, piacevolezza e minore pericolo.

Pupillo. Come si fa ad adottare le soluzioni migliori, quelle più efficienti?

Mentore. Per questo necessitiamo di maggiori risorse rispetto a quelle che comunemente impieghiamo. E tra queste, la più importante è sicuramente la capacità di individuare le soluzioni più avanzate, condizione sine qua non per poterle poi scegliere e agire.

Pupillo. Stavo pensando: prima di addentrarci nel vivo della nostra discussione sulla malattia, non sarebbe a questo punto utile schiarirci le idee sui concetti stessi di problema e soluzione? Che cosa sono, in fin dei conti, i problemi e le soluzioni?

Mentore. In questi casi un ottimo riflesso è sempre quello di aprire un buon dizionario. Alla voce “problema” potrai leggere, tra le altre cose, che si tratta di una difficoltà che richiede un comportamento particolare, un adattamento, ai fini del suo superamento. In altre parole, un problema è la percezione di un ostacolo che vogliamo superare. E ciò che ci permette di farlo, solitamente un’azione, è per definizione una soluzione a quel problema.

Pupillo. Ma se un problema è una sorta di ostacolo, di cui si impone il superamento, allora ogni problema sottintende un obiettivo, giusto?

Mentore. Ottima osservazione. L’obiettivo è ciò che desideriamo raggiungere, il problema è ciò che apparentemente ci impedisce di farlo, ostacolandoci, e la soluzione è ciò che ci permette di raggiungere l’obiettivo, nonostante la presenza dell’ostacolo. La situazione può essere descritta graficamente nella forma di un triangolo, che esprime le condizioni di un cambiamento:

Il senso della freccia indica il percorso da seguire per produrre il cambiamento: si parte dalla coda della freccia, cioè dall’obiettivo, inteso come progetto, ci si imbatte poi nel problema, ovvero nell’ostacolo, per infine adottare una soluzione da mettere in atto per superarlo, cioè per risolvere il problema, cosicché si ritorna all’obiettivo, ma questa volta concretamente, cioè conseguendolo, come indicato dalla punta della freccia. Quando osservi attentamente questo triangolo del cambiamento, il tuo sguardo è attratto inesorabilmente in basso a destra, là dove la punta della freccia si ricongiunge alla coda, nella zona dove c’è maggiore concentrazione di inchiostro. È in quel punto infatti che risiede il tuo potere personale: il potere di scegliere e realizzare liberamente i tuoi obiettivi. Quello che sto cercando di dirti è che:

i tuoi problemi sono sempre e solo l’ombra dei tuoi obiettivi.

Pupillo. Se ho capito bene, i nostri problemi non possederebbero una realtà propria, ma esisterebbero unicamente in relazione ai — e quale conseguenza dei — nostri obiettivi, è così?

Mentore. Si, poiché quando ti poni un obiettivo automaticamente dai vita a un problema: il problema per l’appunto di raggiungere il tuo obiettivo. Purtroppo la tendenza comune è quella di identificarsi a tal punto con i propri problemi da generare l’illusione di una loro esistenza autonoma. Quando pensi unicamente in termini di problemi ti dimentichi che essi traggono la loro esistenza, dunque la loro forza, dalla scelta dei tuoi obiettivi. Ciò equivale a cadere vittime di un’allucinazione, scambiando delle ombre per entità reali, perdendo così il nostro potere di agire efficacemente nella realtà. Riappropriarsi dei nostri obiettivi, vale a dire della capacità non solo di sceglierli, ma altresì di riformularli, rinegoziarli o semplicemente modificarli, equivale invece a riappropriarsi del nostro potere di aderire pienamente alla realtà, quindi di cambiarla concretamente e creativamente.

Pupillo. Ma per quale ragione, tecnicamente parlando, ogni volta che esprimiamo un obiettivo veniamo immancabilmente confrontati a un problema? Voglio dire: di che cosa sono fatti i nostri problemi? Perché dobbiamo sempre risolvere dei problemi per raggiungere degli obiettivi? O meglio:

perché la realtà esprime una costante resistenza al cambiamento?

So bene che a volte un cambiamento è semplicemente impossibile, perché stiamo solo tentando di negare la realtà. Ma anche quando non lo facciamo, anche quando riconosciamo ciò-che-è, ciò nondimeno dobbiamo confrontarci con una sorta di inerzia ambientale, che dobbiamo vincere per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Mentore. Un’eccellente domanda. Per rispondere forse dovresti prima chiederti: che cos’è nell’essenza un obiettivo? Sappiamo beninteso che un obiettivo è uno scopo, una meta, un risultato che desideriamo raggiungere nell’ambito di un’azione, un bersaglio, un punto in cui è diretta una determinata operazione, e via discorrendo. Ma nella sostanza, cosa significa tutto questo?

Pupillo. Lo chiedo a te: che cosa significa?

Mentore. Ebbene, significa che:

un obiettivo è la scelta di una possibilità.

La nostra realtà è fatta di possibilità, ricordi?

Pupillo. Sì, ne abbiamo discusso lungamente la volta scorsa 3

Mentore. Se la nostra realtà è fatta di possibilità, ogni volta che ci poniamo un obiettivo, che scegliamo di agire una possibilità, dobbiamo competere con le innumerevoli altre possibilità, anch’esse presenti nella realtà. Più precisamente, quando adottiamo una soluzione per raggiungere uno specifico obiettivo, dobbiamo confrontarci con la presenza nella nostra realtà di altre soluzioni, che promuovono obiettivi incompatibili con il nostro. Questo significa che:

i problemi altro non sono che soluzioni che promuovono possibilità incompatibili con i nostri obiettivi.

Pupillo. Capisco, questo spiegherebbe come mai la realtà esprime una naturale resistenza al cambiamento. Paradossalmente, la resistenza deriverebbe dal fatto che la realtà è in grado di fornire soluzioni, dunque sostenere, un numero vastissimo di alternative di cambiamento, dico bene?

Mentore. Proprio così. Metaforicamente, possiamo paragonare la realtà a un mare percorso da correnti incessanti, che fluiscono in tutte le direzioni. Quando non ti poni obiettivi e ti lasci trasportare da ogni corrente che incontri, scompare la tua percezione dei problemi. Questa condizione esprime la possibilità di fonderti completamente con la realtà tutta, divenendo una pura espressione della sua totalità. Quando invece ti distingui dalla totalità, esercitando la tua volontà di conseguire uno specifico obiettivo, ad esempio quello di raggiungere a nuoto una barca che intravedi all’orizzonte, ecco che percepisci e distingui l’esistenza di correnti che ti rallentano, che ti deviano, che ti contrastano, alle quali dai il nome di “problemi,” come pure riconosci l’esistenza di correnti “amiche” che ti sospingono nella giusta direzione, alle quali dai il nome di “soluzioni.”

Pupillo. Dunque problemi e soluzioni sarebbero processi relativi, non assoluti: a seconda di come li si guarda, i problemi possono trasformarsi in soluzioni, e viceversa.

Mentore. Sì, l’aspetto problematico dei problemi — se mi consenti l’espressione — è nel nostro considerarli tali, cioè nel nostro identificarci con essi, o con gli obiettivi che essi sottendono.

Pupillo. Non dovremmo forse porci degli obiettivi?

Mentore. Ovviamente sì, poiché di fatto lo facciamo. Ma abbiamo interesse a ricordare che noi non siamo i nostri obiettivi. Siamo scultori, non statue. Siamo danzatori, non danze. Siamo esploratori, non mappe. Se ci ricordiamo chi siamo, i problemi smettono di essere problematici, dacché si rivelano per ciò che sono: flussi di possibilità in una realtà in continuo divenire, che in nessun modo possono scalfire la nostra vera identità.

Pupillo. Mi piace questa tua visione: problemi e soluzioni sarebbero entità della stessa natura, processi appartenenti a una realtà in continuo mutamento, simili a correnti marine che fluiscono in tutte le direzioni.

Mentore. Esattamente. Ma torniamo alla tua affermazione, abitualmente condivisa, che la malattia sia un problema. Dimmi: se la malattia è davvero un problema, cioè un ostacolo, quale sarebbe l’obiettivo che non ci permetterebbe di raggiungere?

Pupillo. È ovvio: la salute!

Mentore. D’accordo, ma cosa intendi più esattamente con il termine di “salute”?

Pupillo. Mi prendi alla sprovvista, dovrei rifletterci.

Mentore. Fallo ora.

Pupillo. Hm… fammi pensare… per salute intendo, semplicemente… l’assenza di malattia!

Mentore. In altre parole, secondo te l’obiettivo della salute sarebbe equivalente all’assenza di malattia, ossia all’assenza di quei sintomi spiacevoli di cui la malattia sarebbe portatrice, corretto?

Pupillo. Sì, è proprio questo che intendo.

Mentore. Allora dimmi: qual è la soluzione che generalmente adotti per raggiungere questo obiettivo?

Pupillo. L’assunzione di farmaci, ovviamente.

Mentore. Ovviamente. E a quanto pare sei in buona compagnia, come dimostrano i fatturati astronomici delle multinazionali farmaceutiche. Pertanto, correggimi se sbaglio, quando hai una febbre da cavallo, nausea, mal di testa e tutto il resto, che è il tuo presunto problema, prendi un farmaco antinfiammatorio, che è la tua presunta soluzione, e i sintomi spiacevoli cessano, che è il presunto raggiungimento del tuo obiettivo.

Pupillo. Perché tutti quei “presunti”?

Mentore. Perché c’è qualcosa che non va in tutto questo.

Pupillo. E sarebbe?

Mentore. Te lo dico subito. Se consideri la malattia un problema, dacché i suoi sintomi ti fanno soffrire e ti impediscono di vivere una vita piacevole, e se ritieni i farmaci una soluzione, che realizza l’obiettivo di far cessare i sintomi spiacevoli, allora spiegami: come mai le persone si riammalano?

Pupillo. Che intendi dire?

Mentore. Intendo dire che poiché le persone continuamente si riammalano, ciò significa che il problema dei sintomi spiacevoli non è stato risolto in modo definitivo. Dunque non è stato risolto del tutto! Poiché:

un problema può dirsi risolto solo se lo è in modo definitivo.

O se preferisci:

un obiettivo può dirsi raggiunto solo se lo è in modo stabile.

Pupillo. Hai il dono di confondermi. Questa tua osservazione mi ha un po’ spiazzato.

Mentore. Si tratta di un’osservazione tanto semplice quanto ovvia. Vedi, se credi nell’assunto ingiustificato che la malattia sia un problema, allora per risolverlo adotterai una falsa soluzione, cioè una soluzione che non funziona, come ad esempio quella di usare dei farmaci. Potresti chiederti però se l’obiettivo di raggiungere uno stato di salute fatto di assenza di malattia sia tecnicamente attuabile. Infatti, se un problema non ammette soluzioni, allora si tratta di un falso problema, generato da un obiettivo irraggiungibile, che corrisponde alla scelta di un’impossibilità, anziché di una possibilità. In altre parole, si tratta di un falso obiettivo, che nega la realtà. E se dai uno sguardo alle spese della sanità, in crescita allarmante in tutti i paesi industrializzati, queste sembrano proprio confermare che la salute, intesa come assenza di malattia, sia un obiettivo del tutto irraggiungibile.

Pupillo. A quanto pare faremmo meglio a riflettere a una definizione più evoluta di salute. Una salute che sia durevole e che corrisponda alla scelta di una possibilità concretamente attuabile, non di un’impossibilità.

Mentore. Concordo. Allo stato attuale della nostra discussione siamo comunque già in grado di affermare che cosa, di certo, la salute non è.

Pupillo. Non è mera assenza di malattia?

Mentore. Esattamente.

Pupillo. Va bene, torniamo allora alla tua stupefacente ipotesi che la malattia, contrariamente a quanto siamo portati a credere, non sarebbe un problema, bensì una soluzione. Ammettendo che sia vero, qual è il problema che cercherebbe di risolvere? In altri termini, se la malattia è davvero una soluzione, qual è il vero obiettivo che tenterebbe di raggiungere?

Mentore. L’obiettivo che la soluzione-malattia cerca di raggiungere è precisamente quello della salute, ma non di una falsa salute fatta di mera assenza di malattia. Infatti, quando sostengo l’ipotesi che la malattia sia una soluzione, ciò che intendo, più esattamente, è che:

la malattia è un processo di autoguarigione.

Pupillo. È alquanto paradossale: ciò che abitualmente consideriamo come un ostacolo, che si frappone tra noi e la salute, sarebbe ciò che in realtà ci permetterebbe di raggiungerla. Se quello che dici è vero, come siamo incappati in un simile errore? Come siamo arrivati a scambiare una soluzione per un problema?

Mentore. Come ti ho detto, se osserviamo la realtà da una prospettiva troppo ristretta è facile commettere degli errori di valutazione e cadere vittime di autoinganni. In qualità di osservatori e studiosi della realtà, di autoricercatori, abbiamo ancora molto da imparare. Ma questo è naturale, dal momento che siamo coscienze in evoluzione, le cui teorie della realtà sono in un costante processo di ampliamento, approfondimento e affinamento.

Pupillo. Tu come la definiresti allora la salute?

Mentore. Al momento quello che posso già dirti è che lo stato di salute, qualunque esso sia, è qualcosa che possiamo perdere. Concordi su questo?

Pupillo. Certamente. Aggiungerei che è qualcosa che solitamente abbiamo la tendenza di perdere.

Mentore. Sì, ed è per questa ragione che la salute è spesso riconducibile a un obiettivo che ci prefiggiamo di raggiungere, o meglio di recuperare. Per cui, possiamo inizialmente definire il concetto di salute in termini relativi, come quello stato che ritroviamo al completamento di un processo di autoguarigione. Oppure, rimpiazzando il termine “autoguarigione” con il termine equivalente di “malattia,” possiamo dire che:

la salute è quello stato che ritroviamo al completamento di un processo di malattia.

Pupillo. Sembra un’affermazione ovvia.

Mentore. Lo è, anche se non è così ovvio per tutti equiparare il processo di autoguarigione al processo di malattia. Comunque, come dicevo, la parola guarigione, intesa come guarigione di sé, come autoguarigione, presuppone sempre un obiettivo, che è per l’appunto il raggiungimento di un certo standard perduto, a cui solitamente diamo il nome di salute. Parlare di salute significa parlare dello stato di un’entità vivente, cioè della sua condizione. Quando si dice salute ciò che implicitamente si intende è stato di salute. E uno stato di salute, in quanto condizione di equilibrio dinamico di un’entità vivente, è qualcosa che può essere caratterizzato per mezzo di proprietà. Quelle proprietà che, per l’appunto, l’entità possiede quando si trova in quello stato.

Pupillo. E quali sarebbero queste proprietà?

Mentore. Posso affermare, sicuro che concorderai con me, che una delle proprietà più significative dello stato di salute è quella di essere piacevole. In altre parole:

la salute è uno stato piacevole.

Pupillo. Sì, concordo, ma potresti essere più preciso e dirmi cosa intendi per “piacevole”?

Mentore. Possiamo ragionare al negativo e definire come piacevole ogni sensazione che non sia di per sé dolorosa. Ad esempio, quando tocchi un oggetto la cui temperatura si situa grossomodo tra i 15 e i 43 gradi celsius, la conseguente eccitazione dei tuoi recettori al freddo e al caldo evoca in te sensazioni che solitamente descrivi con termini quali “freschezza,” “tiepidezza,” oppure “calore,” a seconda della temperatura dell’oggetto in questione. Queste sensazioni possono definirsi piacevoli, o meglio potenzialmente piacevoli, in quanto non dolorose. Quando invece la temperatura del corpo con cui entri in contatto si situa al di fuori di tale intervallo fisiologico di temperature, ricevi una sensazione spiacevole di dolore, dovuta all’attivazione di speciali ricettori preposti a tale scopo.

Pupillo. I famosi nocicettori?

Mentore. Esatto. L’attivazione dei nocicettori e la conseguente sensazione di dolore è come sai una reazione funzionale.

Pupillo. Sì, ne abbiamo lungamente discusso nel corso della nostra precedente conversazione: si tratta di una funzione protettiva. Il dolore informa il proprietario del veicolo corporeo che è in atto un’aggressione e che è necessario correre ai ripari.

Mentore. Vedo che hai buona memoria. L’utilità del dolore è quella di trasmettere un’informazione con lo scopo di promuovere un’azione preventiva, nel senso di tempestiva, onde evitare che l’organismo subisca danni strutturali troppo ingenti, che ne pregiudicherebbero la funzionalità. Sono dunque dolorosi tutti quegli stimoli aggressivi, interni o esterni, capaci di minacciare l’integrità del nostro veicolo corporeo. Di conseguenza, possiamo definire come piacevole qualsiasi stimolo non doloroso, cioè incapace di minacciare la nostra funzionalità corporea. E così come il dolore ci informa della necessità di adottare un comportamento protettivo appropriato, l’assenza di dolore, ossia il ritorno a sensazioni piacevoli, ci informa della cessazione dell’aggressione.

Pupillo. Potresti farmi un esempio?

Mentore. Immagina di entrare in contatto con un oggetto ustionante e che malgrado il dolore acuto, a causa della meccanica dell’incidente, non ti sia possibile evitare di ferirti, ustionandoti la pelle. In seguito al ferimento, come è noto, la zona colpita rimane più sensibile.

Pupillo. Perché questo avviene?

Mentore. L’aumento di sensibilità è dovuto a una modificazione della soglia di attivazione dei nocicettori, un fenomeno conosciuto con il nome di iperestesia. La funzione dell’iperestesia è semplicemente quella di evitare possibili interferenze che andrebbero ad inibire o compromettere il processo in atto di autoguarigione. In altre parole, esiste un primo dolore che ci aiuta a non ferirci e un secondo dolore che, se non possiamo evitare il ferimento, ci aiuta a guarire, imponendoci di ridurre al minimo ogni possibile ingerenza nel processo naturale di autoguarigione. In generale tale condizione di non-interferenza con il processo di guarigione si realizza quando manteniamo la parte lesa protetta e a riposo. Se ciò avviene, anche questa seconda forma di dolore cessa in modo naturale, o comunque diminuisce notevolmente.

Pupillo. È interessante, ma ho perso il filo del discorso. Perché mi stai raccontando tutto questo?

Mentore. Mi avevi chiesto per quale ragione è facile confondere una vera salute, stabilmente raggiungibile in seguito a un processo di autoguarigione, con una falsa salute, instabilmente raggiungibile in seguito all’assunzione di farmaci. Ricordi?

Pupillo. Sì, questa era la domanda.

Mentore. Bene. Quello che sto cercando di dirti è che sia la vera che la falsa salute sono caratterizzate da una cessazione della percezione del dolore, dunque dall’emergenza di sensazioni potenzialmente piacevoli. Ma il punto è che:

dolore e causa del dolore non sono la stessa cosa.

Il dolore è unicamente un informatore, un segnale nervoso che ci informa della presenza di una minaccia: l’aggressore, la causa del dolore, cioè l’agente (esterno o interno) che ha prodotto lo stimolo in grado di attivare i nocicettori. Pertanto, un dolore può cessare per due ragioni distinte: (1) l’azione dell’informatore non è più necessaria, in quanto il pericolo è cessato e le necessarie misure protettive sono state attivate; (2) l’informatore è stato impossibilitato a trasmettere il suo messaggio. Purtroppo, l’eliminazione dei sintomi spiacevoli, tipicamente mediante l’assunzione di farmaci, corrisponde il più delle volte all’eliminazione dell’utile informatore e non alla cessazione dell’attacco in corso. Attacco per il quale l’informatore tentava di sollecitare una risposta protettiva adeguata da parte dell’organismo.

Pupillo. Sbaglio o stai sostenendo che i farmaci agirebbero come dei potenti anestetici.

Mentore. Sì, degli anestetici che eliminando i sintomi dolorosi associati al processo di malattia eliminano altresì l’informazione sensoriale ad essi associata, esponendo l’organismo a ogni sorta di pericolo. Per usare una metafora, la situazione è simile a quella del capitano di una nave la cui radio essendosi rotta non può più ricevere i preziosi bollettini meteorologici. In assenza di spiacevoli notizie, la navigazione gli apparirà molto piacevole e tranquilla, ma solo fino a quando non dovrà affrontare la tempesta verso la quale, inconsapevolmente, stava facendo rotta.

Pupillo. Se ho capito bene, una falsa salute fatta di assenza di malattia, nel senso di assenza di sintomi spiacevoli, può temporaneamente assomigliare a una vera salute ed essere imprudentemente scambiata per essa.

Mentore. Già, e in termini analoghi una falsa cura la cui azione mira unicamente all’eliminazione dei sintomi spiacevoli, ossia all’eliminazione dell’informatore, può temporaneamente assomigliare a una vera cura, ossia a un processo di guarigione, ed essere imprudentemente scambiata per essa. Resta il fatto che le false cure non curano veramente. Per questo immancabilmente ci riammaliamo e i sintomi spiacevoli si ripresentano, solitamente amplificati. Quando questo accade abbiamo l’occasione di accorgerci che la falsa soluzione che abbiamo adottato non ha funzionato.

Pupillo. Sbaglio o di solito non sfruttiamo questa opportunità per correggere la nostra visione?

Mentore. Non lo facciamo perché continuiamo a illuderci che la falsa cura a base di farmaci ci abbia davvero guariti, e che i nuovi sintomi, per forza di cose, debbano appartenere a una nuova malattia, che nulla avrebbe a che fare con la precedente. Questo errore di ragionamento è conseguenza della nostra incompetenza nello stabilire correlazioni tra fenomeni separati da intervalli di tempo troppo ampi. Una sorta di sindrome da memoria corta.

Pupillo. Spiegati meglio.

Mentore. Se due eventi accadono in momenti troppo distanti tra loro, la tendenza è di ritenerli totalmente indipendenti. Ma un tale assunto non ha alcuna validità generale, come dimostra il fatto che chi vuole raccogliere il grano lo deve molto tempo prima seminare.

Per maggiori informazioni:

La visione rovesciata
Dialogo sulla malattia. Un mentore e il suo pupillo s’interrogano sul perché della malattia, evidenziando l’umana tendenza a considerarla un mero problema. Questo li porterà a esaminare un possibile rovesciamento di visione, passando dal paradigma della malattia-problema, a quello più avanzato della malattia-soluzione. Ma se la malattia è una soluzione, perché combatterla? Con una soluzione non sarebbe meglio collaborare? La negazione sistematica e continuativa della soluzione-malattia, mediante l’uso di antisoluzioni, promuoverebbe infatti l’insorgere di soluzioni sempre più radicali, alimentando una vera e propria spirale viziosa, che termina con il collasso strutturale dell’organismo. D’altra parte, l’ipotesi rivoluzionaria della malattia-soluzione ci apre a una domanda fondamentale: “Qual è il vero problema che la malattia tenta di risolvere?” Nel corso del loro avvincente dialogo, mentore e pupillo individueranno una risposta semplice e profonda a questo cruciale interrogativo.

Lulu edizioni: versione stampata; versione e-book


Originally published at www.zenon.it on April 1, 2014.