La malattia è una soluzione!

Quando da bambino mi ammalavo, mia madre era solita esclamare:

“Come scotti, speriamo che non sia l’influenza, sarebbe un bel problema! Forza campione, il termometro è in arrivo e farà meglio a trovarti a letto”.

Io obbedivo infilandomi subito sotto le coperte, mentre la guardavo armeggiare nel cassetto e sfilare il termometro dalla custodia, che faceva volare come un aeroplano fino al letto, per poi depositarlo gentilmente sulla pista d’atterraggio, cioè sotto la mia lingua. Il tempo di pochi istanti e immancabilmente mi annunciava:

“Ma guarda un po’, hai già trentotto e mezzo! Ora chiamo subito il dottore; tu nel frattempo mettiti tranquillo e non preoccuparti”.

Io di certo non mi preoccupavo: ero sicuro che con l’aiuto del dottore sarei guarito al più presto. Più che altro ero curioso di sapere cosa stava mai accadendo in quel preciso istante nel mio corpo. Sapevo che i microbi erano in qualche modo responsabili del mio stato, ma sapevo anche che erano cose piccolissime, che potevo vedere solo con un potente microscopio. Eppure, io che ero grandissimo e visibilissimo, ero ammalato a causa loro. Come potevano delle cose così piccole creare dei problemi così grossi?

Ogni tanto provavo ad immaginarmi un elefante malato a causa di qualche formica, oppure una casa solidissima divenuta pericolante dopo che alcuni gatti vi si erano rifugiati, ma per quanto mi sforzassi non riuscivo proprio a far tornare i conti. Mi ricordo che quando arrivava il dottore, prima ancora che avesse il tempo di dire buongiorno, io subito gli chiedevo:

“Dottore, sono i microbi i colpevoli della malattia?”

“Certamente”, rispondeva lui sicuro del fatto suo.

“Ma perché degli organismi così piccoli creano dei problemi così grossi?” chiedevo ancora io.

“Perché non sono solo piccoli, ma anche molto ostili e numerosi”.

Non contento della risposta, io ribattevo:

“Se sono così feroci e numerosi, perché i microbi fanno ammalare me e non la mia mamma?”

A quel punto, il dottore era solito guardarmi con aria un po’ preoccupata. Poi aggiungeva:

“Se la tua mamma non si è ammalata è perché il suo corpo ha prodotto degli anticorpi, una speciale polizia del sangue che ha il compito di combattere i microbi cattivi”.

Voi che cosa ne pensate: vi soddisfa questa sua risposta? A me di certo non soddisfaceva. Avevo l’impressione che più chiedevo spiegazioni e più il mistero s’ispessiva. Così, senza perdermi d’animo, mi azzardavo ancora a chiedergli:

“Perché il corpo della mia mamma produce i coraggiosi poliziotti anticorpi, mentre il mio no?”

Quando facevo questa domanda, il dottore mi sorrideva imbarazzato, e invece di rispondermi iniziava a visitarmi come se nulla fosse. Dopo avermi fatto tirare fuori la lingua e dire “33” per un certo numero di volte, terminava la visita dando a mia madre una ricetta, dove con calligrafia illeggibile scriveva il nome della medicina che dovevo prendere per guarire.

Un giorno in cui forse mi sentivo più coraggioso del solito, mi arrischiai ancora a chiedergli:

“Che cos’è la medicina che devo prendere?”

“Si chiama antibiotico”, rispose il dottore.

“Che cos’è un antibiotico?”

“Gli antibiotici”, aggiunse, “sono sostanze molto speciali, capaci di distruggere alcune specie di microbi, detti batteri” .

“Se ho capito bene, gli antibiotici uccidono i cattivi microbi-batteri che mi hanno fatto ammalare. È così?”

“Precisamente!” esclamò il dottore soddisfatto, che subito ribatté:

“Eliminando la causa del problema, che sono i microbi-batteri, il problema automaticamente si risolve”.

Detto questo, si affrettò ad andarsene, quasi temesse ch’io potessi rivolgergli un’ulteriore domanda. Mi ricordo che quel giorno rimasi a lungo febbricitante nel mio letto a rimuginare le parole del dottore. A sentire lui, i microbi sono i veri nemici della salute, che dobbiamo combattere e distruggere usando speciali armi velenose, come gli antibiotici.

La cosa cominciava davvero a preoccuparmi perché, se quel che diceva era vero, l’unico modo per garantire la salute a tutti era di combattere una guerra totale contro tutti i microbi della Terra, magari usando potentissime bombe atomico-antibiotiche. Non ero però sicuro che sterilizzare l’intero pianeta fosse una così buona idea. Anche perché da qualche parte avevo letto che la vita sulla Terra si era formata proprio grazie ai batteri e ad altri utilissimi microrganismi.

Inoltre, mi chiedevo come avevano fatto a sopravvivere gli uomini preistorici, senza le medicine scoperte dagli scienziati moderni. Come mai la razza umana non si era estinta già da tempo, distrutta dalla più feroce e numerosa razza microbica?

Più riflettevo e più mi convincevo che da qualche parte doveva celarsi un errore. Già, ma quale? Forse che la chiave di tutto era in quella mia domanda, che il dottore faceva sempre finta di non sentire: “se i microbi sono i veri responsabili della malattia, e se è vero che sono così numerosi, perché le persone non si ammalano tutte nello stesso momento?” E poi: “perché alcune persone si ammalano meno di frequente di altre?”

Ero certo che una risposta a questa domanda doveva esistere da qualche parte, ma sapevo anche che ero ancora troppo piccolo per scoprirla da solo. Mi ripromisi così che da grande, se fossi diventato uno scienziato, l’avrei cercata, e su quel bel pensiero mi addormentai.

Come mi ero ripromesso da bambino, da grande sono diventato uno scienziato, sebbene non nel campo specifico della medicina. Non mi sono però dimenticato di quel fondamentale interrogativo sulla malattia, e dopo aver cercato per un po’ credo di aver scoperto una risposta soddisfacente.

A proposito, molti credono che gli scienziati siano persone geniali, che sanno tutto a proposito di tutto. Mi dispiace deludervi, ma le cose non stanno proprio così: gli scienziati sono esseri umani, non divinità, e come ogni essere umano ciò che sanno fare meglio è: commettere errori!

Con questo non voglio sostenere che gli scienziati siano degli stupidi, no davvero. Quello che voglio dire è che anche le persone più intelligenti, e studiose, obbligatoriamente commettono degli errori. Gli errori però non sono cose inutili, tutt’altro. Infatti, è proprio grazie agli errori che possiamo continuamente migliorarci. Come dice il proverbio: sbagliando s’impara!

Per questa ragione la caratteristica saliente di noi scienziati è quella di essere degli intrepidi cacciatori d’errori; e questo probabilmente spiega perché la scienza altro non sia che una lunga storia di correzioni: errori corretti da nuovi errori, a loro volta corretti da nuovi errori, e così via, probabilmente all’infinito.

Gli errori cui noi scienziati diamo la caccia sono quelli contenuti nelle nostre teorie, cioè nelle nostre spiegazioni su come funzionano le cose. Ogni teoria è come una torre in continua costruzione. Alla base della torre ci sono le fondamenta, che chiamiamo principî, o anche leggi della natura. E come suggerisce il nome, un principio è una cosa che viene prima, nel senso di una cosa d’importanza fondamentale, che può essere usata per spiegare tantissime altre cose, proprio come le fondamenta di una torre sulle quali è possibile costruire tantissimi piani.

Naturalmente, più una teoria cresce e si sviluppa e più sono le cose che è in grado di spiegare, cosicché la torre diventa sempre più alta.

Ora, come potete immaginare, proprio come accadde nel racconto biblico della torre di Babele, se una torre-teoria diventa troppo alta, prima o poi, immancabilmente, rischia di crollare. Quando questo accade, noi scienziati diciamo che la teoria è stata falsificata. Scopriamo allora che uno o più principî su cui la teoria poggiava erano falsi. In altre parole: una torre-teoria crolla quando uno scienziato scopre un errore nelle sue fondamenta!

Se vi state chiedendo perché vi racconto queste cose sulle teorie scientifiche, fra poco lo capirete. Quando cominciai ad interessarmi della malattia, scoprii che quasi tutti gli scienziati che studiavano il problema erano concordi su una cosa: che per l’appunto si trattasse di un serio problema! Ossia, quasi tutti concordavano con quello che diceva il dottore che mi curava da bambino, cioè che la malattia fosse un problema provocato dai microbi cattivi; naturalmente, gli scienziati non dicono “cattivi”, perché sarebbe poco serio; invece di “cattivi”, dicono patogeni.

Volendo rendermi conto della portata di questo problema della malattia, decisi di realizzare una piccola indagine tra i miei amici e gli amici dei miei amici. Scoprii così qualcosa di inaspettato: tutti, senza eccezione, avevano già sperimentato la malattia!

Forse a voi la cosa non sorprenderà, ma io ne rimasi letteralmente stupefatto. Infatti, è raro scoprire l’esistenza di cose con tali caratteristiche di universalità. Mi spiego con un esempio: se chiedete in giro chi è già stato in alta montagna, qualcuno che ancora non c’è stato immancabilmente lo troverete, a meno che, beninteso, non abitiate in un paesino d’alta montagna.

In altre parole, solitamente non tutti hanno già sperimentato tutto. Le cose che invece tutti, ma proprio tutti, hanno già sperimentato, sono quelle fondamentali, quelle cioè che non possiamo non sperimentare, poiché necessarie alla vita stessa.

Iniziò così a frullarmi in testa una strana idea: vuoi vedere che la malattia, dacché universale, non è un problema come tutti credono, maserve invece a risolvere qualcosa d’importante?

L’ipotesi era azzardata, lo ammetto, ma valeva la pena di tentare. Provai così a costruire una nuova torre-teoria, erigendola su delle nuove fondamenta, cioè su dei nuovi principi. Il primo di questi principi era tanto semplice quanto stupefacente:

La malattia è una soluzione!

Se vi ho incuriosito, e volete saperne di più:

La visione rovesciata. Dialogo sulla malattia.

Un mentore e il suo pupillo s’interrogano sul perché della malattia, evidenziando l’umana tendenza a considerarla un mero problema, di cui necessariamente dovremmo liberarci. Questo li porterà ad esaminare un possibile rovesciamento di visione, passando dal paradigma della malattia-problema, a quello più avanzato della malattia-soluzione. Ma se la malattia è una soluzione, perché combatterla? Con una soluzione non sarebbe meglio collaborare? La negazione sistematica e continuativa della soluzione-malattia, mediante l’uso di antisoluzioni, di cui i farmaci allopatici sarebbero un esempio emblematico, promuoverebbe infatti l’insorgere di soluzioni sempre più radicali, alimentando una vera e propria spirale viziosa, che termina con il collasso strutturale dell’organismo, conformemente al detto: soluzione del problema uguale eliminazione del problema! Cioè eliminazione del veicolo stesso di manifestazione del problema! D’altra parte, l’ipotesi rivoluzionaria della malattia-soluzione ci apre a una domanda fondamentale: “Qual è il vero problema che la malattia tenta di risolvere?” Nel corso del loro avvincente dialogo, mentore e pupillo individueranno una risposta semplice e profonda a questo cruciale interrogativo.

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