Rebecca

Da ore ormai Rebecca, senza marcare una sola pausa, tentava di portare a termine quel ragionamento di reductio ad absurdum, e concludere la dimostrazione di un’importante congettura matematica. Quando si concentrava su una prova riusciva a isolare la sua mente quasi completamente: i simboli matematici divenivano il suo unico orizzonte percettivo, immergendosi completamente in quella dimensione puramente astratta.

Questo le procurava un senso di espansione, come se la sua coscienza potesse travalicare i limiti tridimensionali del suo corpo e fluttuare in mondi puramente concettuali, totalmente non-fisici. Mondi che costituivano per lei un rifugio sicuro e accogliente: una vera e propria casa.

Oggi però quella sensazione tanto anelata, quella quiete serena che avvolgeva i suoi ragionamenti matematici, mancava all’appuntamento. Al suo posto percepiva invece un insidioso senso di inadeguatezza, di sconforto, di fastidio: una tensione che purtroppo conosceva bene, e che se non s’avvedeva a correggere sul nascere era in grado di sfociare in una pericolosa crisi di angoscia esistenziale.

Si precipitò in cucina e aprì con forza il frigo. Lo scenario era desolante: i ripiani erano pressoché deserti, salvo un mezzo panetto di burro rancido, un’insipida mela, e il resto di una brioche. Prese tutto quanto, e senza una logica predeterminata cominciò a ingurgitare quei cibi, in un improbabile banchetto.

Aprì poi la dispensa, alla ricerca di ulteriore materiale da ingerire: biscotti scaduti, zucchero, capperi, acciughe. Quel poco che trovava lo inghiottiva, senza quasi masticare. Con la scatoletta delle acciughe, nella frenesia di quel suo agire compulsivo, si tagliò malamente un dito, che prese a sanguinare abbondantemente, in ogni angolo della cucina.

Un’emozione sempre più forte s’impossessò di Rebecca, che impotente si accasciò a terra, colta da un pianto di disperazione, solo falsamente liberatorio. Poi, di colpo, la sensazione di non poter più sentire nulla: un’’anestesia profonda, brutale, la riportava a sé, la calmava, seppure al prezzo della perdita di contatto con la realtà sensoriale.

Come un automa Rebecca si alzò dalla cucina, e con gesti calcolati pulì ogni cosa, come se si trattasse di una sala operatoria che avrebbe dovuto accogliere un nuovo paziente. Si recò poi in bagno, e con altrettanta metodicità fermò l’emorragia al dito, lo bendò con cura, quindi, come se nulla fosse, alzò il coperchio del gabinetto, infilò due dita in gola, più volte, per indurre quei coniati di vomito che l’’avrebbero liberata dai contenuti del suo triste festino.

Sempre in uno stato semicomatoso, pulì il bagno, ogni suo anfratto, più volte, ossessivamente, quindi prese una doccia, e infine esausta si sdraiò sul suo letto.

La crisi era terminata.

Da numerosi anni Rebecca soffriva di disturbi alimentari, che ancora oggi lei minimizzava, rifiutando di entrare in terapia. Sin da giovane, per una ragione che ancora le sfuggiva, aveva desiderato di poter controllare la forma del suo corpo. In quel controllo, o meglio in quel suo tentativo di controllo, ci celava probabilmente il suo tentativo di controllare l’intero svolgersi della sua vita, delle sue emozioni, dei suoi pensieri, delle sue sensazioni …

Inizialmente il suo corpo aveva seguito le sue direttive: silenziosamente obbediva, si lasciava fare, si lasciava affamare senza troppo obiettare, potendo attingere alle sue risorse interne, alle sue scorte, alla dotazione di base, tramite processi di autolisi.

Controllando la forma del suo corpo, Rebecca, sin da adolescente, aveva l’impressione di poter controllare l’intera realtà. Ma col passare degli anni scoprì che la realtà, in particolar modo quella della sua biologia, seguiva leggi tutte sue, e non si curava affatto delle sue rigide aspettative.

Aveva sempre odiato le leggi della fisica, soprattutto quando queste, in modo dittatoriale, dicevano al suo corpo quali bisogni esprimere e quando esprimerli, quali forme adottare, se gonfiarsi o sgonfiarsi. Per lei l’equazione che il suo corpo doveva seguire era lineare: io ti nutro poco e tu ti riduci, diventi fine, invisibile, così che io possa percepirmi in modo diverso, senza il fastidio della carne, e delle sensazioni che essa veicola.

Ma il corpo di Rebecca non obbediva all’idealizzazione di un’equazione matematica lineare: obbediva a leggi fisiche complesse, fortemente contestuali, altamente non lineari.

Col passare degli anni Rebecca aveva sviluppato l’intima convinzione che vi fosse qualcosa di sbagliato in quelle leggi fisiche, come se all’inizio della creazione, qualcosa, un principio oppositore, avesse inserito un piccolo granello nel meccanismo, alterandone irrimediabilmente il funzionamento.

Una delle conseguenze di quel “granello” era che lei non poteva conferire al suo corpo la forma desiderata; una forma filiforme, scheletrica, indubbiamente aliena per i parametri gravitazionali terrestri. Non poteva farlo senza che il suo corpo s’indebolisse, o senza che si gonfiasse, a causa dell’’inevitabile processo di denutrizione e conseguente intossicazione.

Pensava però che se fosse riuscita, in qualche modo, ad alterare le leggi cui obbediva il suo corpo, riprogrammando la memoria di ogni sua cellula, allora, col tempo, sarebbe forse riuscita a modificare anche le leggi dell’intera realtà fisica, riplasmando il creato a sua immagine e somiglianza.

Era un pensiero assurdo, di stampo luciferino, avrebbe detto sua madre; un pensiero di malata onnipotenza. Lo sapeva bene, eppure, irrazionalmente, lei a quell’assurdità credeva, con tutta se stessa. O almeno, con quella parte di lei che riteneva essere tutta sé stessa.

Gli ingegneri — rifletteva Rebecca, — applicano le leggi della fisica tal quali: le usano in senso pratico, senza necessariamente comprenderle, e senza il desiderio di svelarne i segreti più reconditi. I fisici invece, in particolar modo i cosiddetti fondazionalisti, cercano di approfondire la comprensione di tali leggi, di chiarirne i fondamenti, ma curiosamente non esprimono mai il desiderio di modificarle. Ritengono che si tratti di cose del tutto immutabili, perfettamente definitive. E chi l’ha mai detto?

La matematica invece — proseguiva Rebecca nella sua digressione mentale, — nella sua apparente rigidità ammette la formulazione di innumerevoli leggi, di innumerevoli mondi alternativi, dalle caratteristiche le più disparate, ognuno fondato su assiomi distinti. Un matematico è in grado di dare vita, letteralmente dal nulla, a oggetti la cui natura viene definita ad hoc, dalla sua mente puramente creativa. In matematica, gli assiomi sono leggi, e possono essere ridefiniti, cambiati, arricchiti o eliminati, a discrezione del matematico che li enuncia.

Quello della matematica è un mondo perfettamente ordinato, e allo stesso tempo molteplice: chiunque può, con un minimo di intelligenza, creare al suo interno il proprio personalissimo distretto, a propria immagine e somiglianza.

Inseguendo il flusso di questi suoi strani pensieri, Rebecca si guardò allo specchio. Guardò attentamente il suo viso emaciato, i suoi capelli radi, le sue ossa sporgenti, i suoi occhi chiari e profondi. Un corpo rigido — rifletté, — ma uno sguardo aperto, espressione di un’immensa potenzialità.

Scorgeva in quel suo strano corpo, frutto di così tante manipolazioni, un’entità simile alla matematica: era un corpo rigoroso, asciutto, astratto, che esprimeva qualcosa di inconoscibile: nella sua apparente assenza di tridimensionalità narrava con forza il misterioso balletto tra finito e infinito, tra attualità e potenzialità.

Rebecca non si era sposata, e non aveva avuto figli. Né aveva mai voluto averne. A mala pena riusciva a occuparsi di sé. Di recente sua madre, sempre più preoccupata per la sua salute mentale, le aveva regalato un piccolo barboncino bianco. All’inizio quella tenera creaturina l’aveva conquistata, ma poi, con quella sua eccessiva vitalità, con quella sua continua richiesta di attenzioni, l’’aveva spaventata. E così l’’aveva riconsegnata al mittente.

L’unica terapia che funzionerà con me, sempreché ci sia qualcosa che non funzioni in me, e non sia la realtà ad aver smesso di funzionare — pensò Rebecca in un breve istante di lucida follia, — è quella della matematica!

Se il suo lavoro con gli spazi topologici non era in grado di sanare le sue difficoltà col corpo, allora, pensava la giovane matematica, null’altro era in grado di farlo.

L’attrazione che esercitava su Rebecca lo studio della topologia risiedeva forse nella libertà che questa particolare branca della matematica concedeva, nello studio delle forme; forme che potevano essere deformate a piacimento, senza controindicazione alcuna.

Nell’ambito della topologia si poteva sempre passare da un corpo obeso a un corpo scheletrico, con un semplice omeomorfismo: una trasformazione in grado di indurre una deformazione continua, senza strappi … senza lacerazioni. Cosa che invece non sembrava poter avvenire con le strutture somatiche della realtà fisica.

Rebecca smise di pensare ai suoi problemi personali, o a quelli di una creazione che non funzionava come Dio avrebbe dovuto, tornando a concentrarsi sulla sua difficile dimostrazione. La quiete serena che solitamente accompagnava i suoi ragionamenti matematici era nuovamente all’appuntamento. Ebbe l’intuizione che la congettura che da mesi tentava di dimostrare potesse non essere corretta, e forse aveva appena avuto l’’idea di un contro esempio.

Ancora con gli occhi chiusi, cercò sul tavolo qualcosa su cui scrivere velocemente il contenuto della sua intuizione, prima che questa venisse re-ingurgitata dal suo inconscio. Quando aprì gli occhi, vide leggermente infastidita che la sua mano stringeva una busta, anziché un foglio. Scarabocchiò su di essa alcuni rapidi simboli matematici, poi meccanicamente l’aprì.

Era una convocazione del rettore, per la mattina seguente. Rebecca reinserì la lettera nella busta, quindi fece per cestinarla. Ma osservando i preziosi simboli che la decoravano, arrestò sul nascere il suo gesto. Riposizionò la busta sul tavolo, e la sensazione di fastidio prese a crescere nuovamente.

Tratto da:

Ricordi di Sé: Una raccolta di tredici testi di lunghezza, natura e stile piuttosto eterogenei. Un vero e proprio “pot-pourri”, in grado di esalare profumi dissimili, spesso discordi. Tutti e tredici gli scritti, nonostante le differenze, ruotano attorno al vasto tema della ricerca di sé e del Sé. Alcuni sono redatti sotto forma di dialogo, altri di lettera; alcuni sono frammenti di un vissuto interiore, altri schegge di conversazioni esteriori; altri ancora sono elementi di un romanzo mai scritto. Ognuno di essi può essere letto indipendentemente dai precedenti, o susseguenti; pertanto, il volume si presta a diversi percorsi di lettura; lasciatevi ispirare.

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