Selfie o Self?

Molti artisti hanno cominciato a fotografarsi per dare forma ai propri malanimi.

L’autoritratto, infatti, è una potente forma di terapia (vedi ad esempio il lavoro di Cristina Nuñez, su cui mi sono imbattuto di recente).

Quando realizziamo un autoscatto, siamo al contempo autori, soggetti e spettatori. E se riusciamo ad “oggettificare” in una foto la nostra sofferenza, ce ne possiamo anche liberare, poiché grazie alla fotografia (sia essa mentale, o su pellicola) la possiamo meglio osservare, dall’esterno, prenderne coscienza, e possibilmente, in ultimo, superare.

Come diceva Roberto Assagioli [L’atto di Volontà, ed. Ubaldini, Roma]:

Noi siamo dominati da tutto ciò in cui il nostro io s’identifica. Possiamo dominare, dirigere ed utilizzare tutto ciò da cui ci disidentifichiamo.

Purtroppo, in quest’epoca di travisamenti, visioni rovesciate e confusioni, uno strumento (quello dell’autoritratto) in grado di accrescere la consapevolezza e favorire un processo di guarigione, rischia di trasformarsi nel suo esatto opposto, ad esempio nella pratica (spesso compulsiva) dei cosiddetti “selfie”.

È di pochi giorni fa un hoax che circola virale in rete, secondo il quale quella dei selfie sarebbe stata riconosciuta come nuova forma di “patologia da rete”, ufficialmente classificata dall’American Psychological Association con il nome tecnico di “selfitis” (selfite). Come dicevo, si tratta solo di una mistificazione. D’altra parte, forse mai come in questo caso l’hoax è così pericolosamente vicino alla realtà, dacché numerosi psicologi hanno da tempo riscontrato comportamenti tristemente ossessivi, soprattutto tra i più giovani, in queste forme di “social self-portrait”.

Quindi, a prescindere dall’attuale status della “patologia potenziale della selfite”, l’invito è quello di osservare come questa pratica — spesso immatura — rischia solo di diventare un modo per accrescere ulteriormente il nostro senso di inadeguatezza, quando invece, se correttamente intesa e rivisitata, potrebbe trasformarsi in una potente tecnica di auto-osservazione, in grado di favorire la nostra crescita interiore.

Per questo però, è necessario cominciare a postare i nostri selfie non più sulla “rete esteriore”, ma sulla nostra “rete interiore”.

Il primo passo, per alcuni, potrebbe essere quello di osservarsi, senza giudizio, mentre scattano (spesso in modo meccanico) i loro autoritratti, quindi darsi il tempo di veramente guardarli, con calma, magari anche respirando, e scoprire cosa questi gli rivelano, a proposito di loro stessi.

Solo dopo questo momento di intimità, e se ancora necessario, potranno darli in pasto alla rete, chiedendosi anche per quale ragione lo stanno facendo, e verificando al contempo, se possibile, il loro grado di connessione — o sconnessione — con il vero… Self.


Originally published at www.zenon.it on April 6, 2014.