Sul dilettantismo scientifico-spirituale

Da quando nel lontano 1975 il fisico austriaco Fritjof Capra ha scritto Il tao della fisica (la traduzione in italiano è del 1982), indicando alcune possibili analogie tra la visione del reale sottesa dalle moderne teorie fisiche, e quella degli insegnamenti mistico-religiosi tradizionali (quali l’induismo, il buddismo e il taoismo), si è assistito negli anni a un graduale e sistematico aumento di questa tipologia di scritti, dove con sempre maggiore convinzione le possibili “affinità” tra fisica moderna e spiritualità sono state sottolineate.

Purtroppo, con l’aumento dei testi (e in epoca più recente, dei video) si è assistito anche a un sistematico impoverimento dei contenuti, tanto che oggigiorno per poter parlare con conoscenza di causa dei misteri della fisica, e in particolar modo della fisica quantistica, essere un fisico (o quantomeno un filosofo della scienza) non sembra più essere un requisito indispensabile. Anzi, è convinzione diffusa tra molti improvvisati ricercatori spirituali che i fisici professionisti, da tempo, avrebbero smesso di comprendere la fisica quantistica, e che solo alcuni “guru scientifico-spirituali” avrebbero capito quello che questa avanzatissima teoria ci ha svelato a proposito del reale.

Personalmente, in più occasioni, mi sono trovato a discutere con individui appartenenti a diverse “chiese quantistiche”, sempre nel tentativo di far passare il messaggio che la quantistica di cui parlano loro non è la stessa quantistica studiata da noi fisici, e che il loro punti di riferimento in materia sono personaggi che di fisica, e più generalmente di scienza, ne sanno quanto uno scolaretto delle elementari.

Naturalmente, qui potrei fare i nomi e i cognomi di questi autoproclamati “scienziati della nuova era” che mescolano allegramente concetti vaghi di fisica con concetti altrettanto vaghi presi a prestito dalle diverse tradizioni spirituali, per dare vita a delle improbabili formule segrete, tutte rigorosamente “scientificamente dimostrate”, da rifilare ai bisognosi di nuove certezze.

Ma fare nomi e cognomi non sempre è una strategia vincente, poiché chi si sente attaccato nei propri sistemi di credenza avrà anche tendenza a chiudersi a riccio, e promuovere un conflitto simmetrico che di certo non favorirà la riflessione.

Ora, paradossalmente, quello che affermano questi nuovi guru scientifico-spirituali non è del tutto errato, nel senso che non è del tutto inesatto ritenere che molti fisici dei nostri giorni hanno smesso di comprendere (o di cercare di comprendere) la fisica quantistica, essendosi ormai arresi alla visione dello strumentalismo, e avendo così trasformato una famosa citazione di Richard Feynman in una vera e propria profezia auto-avverante:

“C’era un tempo in cui i giornali dicevano che solo dodici uomini al mondo capivano la Teoria della Relatività. Non credo che ci sia mai stato un simile momento. Può darsi che ci sia stato un momento in cui solo un uomo capiva la teoria, perché era il solo che l’aveva intuita prima che scrivesse il suo lavoro scientifico. Ma dopo che la gente ha letto il suo lavoro molti, certamente più di dodici, capirono la Teoria della Relatività in un modo o nell’altro. D’altra parte, io mi sento di poter affermare con sicurezza che nessuno ha mai capito la meccanica quantistica.

Con questa sua dichiarazione, Feynman non intendeva però suggerire che dal momento che nessun fisico, secondo lui, ha capito la meccanica quantistica (convinzione che andrebbe comunque rivista alla luce dei più recenti progressi in campo fondazionale), questa sarebbe facilmente capibile da chi adotta un approccio al reale di tipo mistico-religioso, senza aver mai aperto un manuale di fisica, o risolto un’equazione matematica.

Infatti, comprendere una teoria complessa come la meccanica quantistica richiede una conoscenza approfondita del suo fondamento operazionale, sperimentale, della sua struttura matematica, e più generalmente della struttura che è alla base delle teorie fisiche in senso lato, siano esse quantistiche, classiche o semiclassiche (ibride). Senza questo tipo di competenze non è certo pensabile poter dire qualcosa di veramente sensato circa la visione del mondo suggeritaci da questa affascinante teoria.

Naturalmente, la stessa osservazione si applica, mutatis mutandis, a ogni altra teoria scientifica moderna, ma altresì alla cosiddetta ricerca interiore (e più generalmente alla ricerca spirituale), che a sua volta richiede un percorso serio e continuativo di studio e di pratica, una sufficiente maturità (psicologica e coscienziale) e un notevole discernimento, senza i quali è del tutto impensabile poter distinguere le esperienze spirituali autentiche da quelle immaginate (cioè frutto di autosuggestione) e dire qualcosa di oggettivo circa la visione del mondo che si apre a noi quando c’immergiamo senza preconcetti nella profondità del nostro essere-coscienza.

Ne consegue che così come esistono numerosi autori, senza alcun “pedigree scientifico”, che s’improvvisano grandi conoscitori di fisica moderna (pur non avendola mai studiata né praticata), esistono altrettanti autori con nutriti “pedigree accademici” che s’improvvisano grandi conoscitori di ricerca interiore (pur non avendola mai studiata né praticata). E così come i primi s’arrischiano in improbabili affermazioni circa il fatto che la fisica (quantistica o meno) avrebbe già dimostrato l’esistenza dell’anima, la sua sopravvivenza dopo la morte del corpo fisico, spiegato il funzionamento dei miracoli e di ogni altro possibile fenomeno “parapsicomentalsomaticospirituale”, i secondi, non da meno, si ridicolizzano in affermazioni perentorie circa l’illusorietà di tutte le esperienze interiori, riducendole sistematicamente a dei fenomeni di natura allucinatoria, sprovvisti di ogni fondamento oggettivo, al di là dei relativi “correlati neuronali”.

Insomma, indipendentemente dai “pedigree” (troppo scarsi o troppo abbondanti), una certa forma di dilettantismo, a quanto pare, regna sovrano in entrambi i campi, sia della ricerca interiore e spirituale, che della ricerca scientifica, e l’invito non può essere che alla prudenza.

L’unico vero antidoto in questa nostra era dell’informazione, che è anche un’era della disinformazione, è la promozione del nostro senso critico e autocritico, tramite un percorso metodico di studio, osservazione e sperimentazione, che non sia dettato unicamente da una richiesta di minor sforzo possibile.

E quando, dopo tanto sforzo, abbiamo raggiunto un certo grado di competenza (teorico-pratica) in un determinato campo di indagine, cerchiamo di non cadere vittime della triste illusione che vorrebbe farci credere che, dal momento che siamo diventati esperti di A, automaticamente saremo anche esperti di B, C, D, ecc.


Originally published at www.zenon.it on July 26, 2014.