Lavoro? No grazie.

“C’è della gente che occupa un posto di lavoro, anche senza lavorare, e altra gente che lavora anche senza un posto di lavoro. E non accetterebbe un posto di lavoro anche glielo offrissero"

C’ho messo trent’ anni e più a capirlo, per poi sentirmelo dire un giorno alla radio.

Ma cosa vuol dire?


Si trovano in rete un sacco di belle citazioni sul lavoro, di quelle come:

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita.
Confucio.

…O anche bellissime frasi motivazionali scritte per convincerci a lavorare sodo e diventare tutti super-imprenditori….

Ma…. Cos’é il lavoro?

  • Produzione? Sussistenza? Auto-Realizzazione?
  • Dove il lavoro si interseca con 'senso della vita’?
  • Quando il lavoro invece è obbligo?

Per pensare serenamente al lavoro ci si deve anzitutto liberare dal concetto di sussistenza. Ci si deve poter permettere, fisicamente, di non far niente, si deve essere capaci, psicologicamente, di vivere con l’incertezza del ‘non-stipendio’.

Si deve comprendere il fatto che tutto sommato non abbiamo bisogno di lavorare. Bisogna rompere la convinzione che lavorare sia necessario.

Quel che ci fa credere il contrario sono le regole sociali, familiari e la fatica a rinunciare al benessere. La nostra inerzia e il nostro non saperci accontentare.

Una volta compreso che non abbiamo obblighi se non quelli che noi stessi accettiamo o ci auto-imponiamo, dovremmo comprendere come gestire costruttivamente quel tempo che altrimenti dedicheremmo al lavoro.


Culo sulla seggiola, diceva Terzani.

Se diventi un esperto d formiche capisci il mondo. Se ti dedichi con compassione, con amore, con tanto culo sulla seggiola a qualsiasi soggetto arrivi a capire il mondo.
Tiziano Terzani.

Il fulcro della crescita personale, come essere umano, è proprio capire come va il mondo e capire come funzioniamo noi stessi. Prima di obbligarci a lavorare e portare a casa un salario ci dovremmo preoccupare di saper fare qualcosa: qualcosa che ci riesca bene e che ci soddisfi. 
Solo quando sappiamo fare bene qualcosa, abbiamo qualcosa da offrire: dentro o fuori i canali tradizionali.
Se invece ci preoccupiamo da subito del salario, l’unico fine diventa quello di trovare lavoro (qualsiasi) e occupare un posto (qualsiasi) — con la pretesa di saper fare o di voler imparare — senza in realtà offrire nulla di noi, nulla di unico, nulla di valore.
E spesso quel posto si occupa per tutta la vita.


Ad oggi, non essermi posto le domande giuste al momento giusto, mi provoca confusione: non so ancora bene dove potrò arrivare: la famiglia, , la carriera, quanto ci posso, voglio, devo investire. È un difficile equilibrio quello tra le obbligazioni sociali, le ambizioni personali e le necessità culturali… difficile.

Così, tra una settimana e l’altra, tra una mail e l’altra, tra una serata al parco e l’altra, cerco spazi— fisici o mentali— per osservare dall’alto la realtà di quei difficili equilibri. Cerco luoghi per riprendere, anche se con ritardo, quel cammino verso la conoscenza e la esperienza del mondo e di me stesso.


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