Social Network e Massoneria

di Federico Donati

Già pubblicato in IL LABORATORIO

Uno dei settori di maggiore dinamicità, da un punto di vista sociologico, e che ha visto appassionarsi una serie indistinta di categorie umane
molto distanti fra di loro per estrazione, generazione e, non ultimo, livello socio-culturale, è stata l’’analisi della nascita e degli effetti del fenomeno
dei social network. Con tale locuzione si è soliti individuare quei programmi – in inglese
software – che risultano in grado di mettere in relazione persone conosciute fra di loro ed anche
quelle che non si conoscono.

Per l’’effetto della diffusione massiccia dei computer casalinghi si è così determinata una sostanziale mutazione delle dinamiche insite nelle relazioni umane, dinamica che si è spostata dai luoghi fisici ai luoghi virtuali che si sono infatti, in tutto o in parte, sostituiti ai primi creando un mondo virtuale che ha posto una serie infinita di domande sia agli studiosi sia ai semplici utenti.

Queste domande hanno messo in crisi uno dei più noti studi antropologici fondati su un numero, chiamato “numero di Dumbar”, studi che hanno
avuto per decenni la pretesa di stabilire la grandezza massima della propria rete sociale che, si affermava, poteva contare su un massimo di 150 persone. Tale paradigma, definito la regola dei 150, sembra oggi non più attendibile in quanto la dimensione massima del proprio “villaggio” (in termini più attuali meglio definibile come un ecovillaggio) si è progressivamente ampliata per l’’effetto della maggiore facilità di accesso alle distanze, agli studi, ed infine per l’’effetto della irruzione di massa dei c.d. social network.
Come ricordato dagli psicologi americani Prochaska e Di Clemente, un soggetto può vincere la endemica resistenza al cambiamento solo se il cambiamento rappresenta un’’opportunità significativa (dall’’inglese affordance) e qui forse sta il segreto di tanto successo. Tale opportunità ha finito per modificare in maniera sostanziale i criteri di selezione e di accesso al “villaggio dapprima caratterizzati da una sostanziale prudenza fondata sulla fiducia, mentre adesso disciplinati da una generica accettazione alle condizioni poste dal social network, e con la possibilità di creazione di un proprio profilo anche non autentico per non dire anonimo, al fine di seguire una tendenza, una moda o anche semplicemente
un interesse.

Già da questo primo sommario approccio non vi è chi non veda come lontana sia la filosofia che sottende all’’ingresso nella nostra Istituzione
fondata, all’’opposto, sulla personale presentazione, sul discrimen della persona e sulla conferma quotidiana, attraverso l’’esercizio della pratica dei rituali, delle peculiarità di ingresso. L’adesione ad un social network se da un lato comporta la possibilità di accedere a notizie attualizzate sulle persone conosciute – a volte non più frequentate – dall’’altro comporta una implicita denuncia che i meccanismi tradizionali di sociabilità non sembrano essere più sufficienti a fronte del nuovo mezzo di contatto che offre, grazie ai continui aggiornamenti, orizzonti sempre più lontani. Tali principali caratteristiche dei social network si distanziano in maniera siderale dal senso della nostra appartenenza alla Istituzione libero muratoria per come ci viene tramandata dagli antichi doveri che, seppur mai in corso di aggiornamento, continuano a rivelarsi come una stella polare nel nostro modo di pensare e di affrontare la realtà profana, che cerchiamo di migliorare per il bene ed il progresso dell’’umanità intera. Fra le tante domande, l’’utilizzo di tali software, così lontani dal nostro modo di percepire il cambiamento, ha determinato anche non pochi interrogativi in
tema di riservatezza dei dati e delle notizie pubblicati sui social network di sempre più frequente utilizzo e della loro ammissibilità nei procedimenti
giudiziari.

È noto infatti che, per esempio, il social network Facebook” consente agli iscritti di creare una propria pagina nella quale si possono inserire una serie d’’informazioni di carattere personale e professionale, e si possono pubblicare, immagini, filmati e altri contenuti multimediali. Anche se l’’accesso a questi contenuti è regolato attraverso le impostazioni sulla Privacy scelte dall’’utente, la Giurisprudenza che si va consolidando ritiene che le informazioni e le fotografie pubblicate ad istanza degli utenti non siano assistite dalla segretezza che caratterizza invece quelle contenute nei
messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica o di chat.
In tale ottica è opportuno saper cogliere la differenza fra le nozioni, e le discipline correlate, di pubblicazione” e di “corrispondenza”. Infatti, solo queste ultime messaggistica o chat possono essere assimilate a forme di corrispondenza privata, e ricevere la massima tutela sotto il profilo della loro divulgazione, mentre quelle pubblicate sul proprio profilo personale o su un proprio gruppo chiuso, in quanto già di per sé destinate ad essere conosciute da terzi, anche se rientranti nella cerchia delle “amicizie” del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione. In altri termini, nel momento in cui si pubblicano informazioni e foto sulla pagina dedicata al proprio profilo personale o sul proprio “gruppo chiuso”, implicitamente, ma irrevocabilmente, si accetta il rischio che, le stesse, possano essere portate a conoscenza anche di terze persone non rientranti nell’’ambito delle “amicizie” accettate dall’’utente, il che le rende, per il solo fatto della loro pubblicazione, conoscibili da terzi ed utilizzabili anche in sede giudiziaria. Dopo l’’entrata in vigore della legge sulla Privacy sono stati enucleati i concetti di libertà di autodeterminazione nelle scelte di vita e di riservatezza come non ingerenza di terzi nella sfera personale. Con l’’avvento dei social network si è avuto uno svuotamento dell’’originario concetto di Privacy perché tali canali, attraverso “l’’esposizione pubblica di sé”, consentono di esternare le proprie convinzioni e di diffonderne i contenuti nel circolo primario delle proprie relazioni o pubblicamente sul web. Alcuni utenti hanno ritenuto di poter consentire la pubblicazione di notizie riservate, ed oggetto di riservata corrispondenza, attraverso la creazione dei “gruppi chiusi” con la possibilità di far accedere alle pagine del gruppo solo una ristretta cerchia di persone selezionate. Tale ristretto gruppo, tuttavia, non consente una sufficiente tutela della riservatezza dei contenuti in quanto non riesce a superare il dato della sostanziale anonimato dei profili i cui dati anagrafici sono conosciuti soltanto al sistema. E comunque l’’elevato numero dei partecipanti comporta l’astratta accettazione che il contenuto dei messaggi possa essere anche “esternato” e quindi divulgato, in barba alla riservatezza dovuta. Per quanto riguarda
poi i “gruppi chiusi” creati da appartenenti al Grande Oriente d’’Italia con la pretesa di selezione degli appartenenti ai soli attivi e quotizzanti, la possibilità di selezione concreta appare vuota di contenuto pratico, laddove soltanto gli organi Istituzionali a ciò preposti sono in grado di certificare l’’appartenenza o meno di un richiedente. Ogni altra pretesa di controllo, quindi, appare certamente improbabile per non dire presuntuosa. Superato, con evidenza, il concetto di “gruppo chiuso” e considerato il fatto che le affermazioni ivi contenute possono essere oggetto di divulgazione a terzi (anche profani) occorre valutare se all’’interno del nostro ordinamento Iniziatico sia possibile l’esternazione di contenuti propri e specifici relativi a fatti e/o circostanze relativi alla vita associativa. È noto il quadro generale della tutela di diritti fondamentali per come delineato nella Carta costituzionale del 1948 per come enunciato nell’’art. 21 della Costituzione definito dalla Corte Costituzionale come “pietra angolare” del sistema democratico (Cfr. Corte Cost. 17 aprile 1969, n. 84) e, come autorevolmente affermato da Martines, “la democraticità di un ordinamento è direttamente proporzionale al grado in cui la libera manifestazione del pensiero viene riconosciuta ed in concreto attuata ed a nulla varrebbe assicurare le altre libertà””. Tale principio, di diretta derivazione dalla polis greca, trova riconoscimento anche all’’articolo 6, paragrafo 1 del trattato sull’’Unione europea (TUE). Il rispetto di detti principi comuni è una condizione di appartenenza all’’Unione, e gli articoli 7 TUE (introdotti dal trattato di Amsterdam, modificato poi a Nizza) e 309 TCE (trattato che istituisce la Comunità europea) danno alle istituzioni gli strumenti atti a garantire il rispetto dei valori comuni da parte di ogni Stato membro. Il diritto potrebbe essere esercitato nel suo aspetto di mera manifestazione del pensiero, ovvero, trattandosi di social network, e organicamente ripresa ut supra la nozione di “pubblicazione”, potrebbe essere intenso e rivendicato come esercizio del diritto di cronaca. Tale ultimo diritto trova dei precisi limiti che la Corte di Cassazione, con giurisprudenza pressoché univoca, (per tutte Cassazione civile, sez. III, sentenza 08.05.2012 n. 690) ha descritto nella necessaria contemporanea sussistenza del criterio di veridicità del criterio di continenza e del manifesto interesse pubblico.
È quindi fondamentale che la notizia pubblicata sia vera e che sussista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Il diritto di cronaca e di critica, infatti, giustifica intromissioni nella sfera privata laddove la notizia riportata possa contribuire alla formazione di una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti. Il principio di continenza, infine, richiede
la correttezza dell’’esposizione dei fatti e che l’’informazione sia mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività. Quanto all’’aspetto di mera manifestazione del pensiero esso non è tutelato incondizionatamente e non garantisce secondo quanto previsto dalla Costituzione una libertà illimitata
della sua manifestazione. Per questo motivo, davanti a questo diritto sono posti dei limiti che derivano dalla tutela del “buon costume o dall’’esistenza di beni o interessi diversi che sono allo stesso modo protetti e garantiti dalla Costituzione, quale, primo fra tutti, il diritto alla riservatezza.
In tale ambito tuttavia, quello della “riservatezza”, occorre ulteriormente approfondire la tematica dei diritti disponibili e la loro possibile compressione all’interno di un sistema iniziatico e particolare come quello del Grande Oriente d’’Italia. In primo luogo occorre precisare che il diritto
alla manifestazione del pensiero ricada nell’’ambito dei diritti indisponibili ancorché in assenza di un univoco criterio legislativo. Infatti, l’’indisponibilità viene riscontrata maggiormente nell’’ambito dei diritti della personalità, degli alimenti e delle posizioni di status familiae, mentre la natura disponibile riguarda i diritti patrimoniali. La ragione del trattamento riservato ai diritti della personalità è collegato alla circostanza che questi diritti ineriscono inscindibilmente alla sfera individuale di un soggetto da cui non possono essere separati. Ma se da un lato trattasi di diritto non disponibile, appare altrettanto chiaro che tale diritto possa
essere in qualche modo comprimibile per l’’effetto di patti di natura privatistica e che pertanto l’’indisponibile diritto di cui all’’art. 21 della Costituzione repubblicana non possa sottrarsi appieno all’’evenienza di essere condizionato da manifestazioni di volontà, in senso lato, di natura
dispositiva. Data come acquisita la nozione della legittimità della compressione della libertà di manifestazione del pensiero per effetto della
sussistenza a monte di patti di natura privatistica, occorre calare tale concetto all’’interno della nostra istituzione di carattere iniziatico per verificare se tale nozione sia applicabile in concreto.

Si rifletta sul fatto che il recipiendario prima di essere iniziato dichiara nella promessa solenne di osservare la Costituzione ed il regolamento del Grande Oriente d’’Italia fra cui soccorre a pagina XVII del T.U. “Antichi doveri, Costituzione e Regolamento dell’’Ordine” il capo VII, in tema di Identità del Grande, secondo il quale i Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta” ed inoltre lo stesso si impegna, sul suo onore, “al silenzio su tutti i particolari relativi alle prove che sto
per affrontare nei nostri rituali”. Negli antichi doveri tale principio è canonizzato laddove è scolpito che “Sarete cauti nelle vostre parole e nel vostro portamento affinché l’’estraneo più accorto non possa scoprire o
trovare quanto non è conveniente che apprenda; e talvolta dovrete sviare un discorso e manipolarlo prudentemente per l’’onore della rispettabile Fratellanza”. Tale esplicitato principio di riservatezza viene evocato al termine di ogni tornata rituale laddove il Venerabile esorta i Fratelli, che gestualmente accettano, “a mantenere il riserbo sui Lavori compiuti”.
Non pare dubbio che l’’iniziato sia vincolato ad un patto contrattuale – ma anche di onore – di riservatezza che non solo viene sottoscritto all’’atto della iniziazione con l’’accettazione incondizionata dei principi tradizionali della libera muratoria, ma viene rafforzato e confermato ad ogni tornata rituale mediante l’’esortazione, implicitamente accolta, del Venerabile a non rivelare in alcun modo il contenuto della camera rituale.

Quanto all’’oggetto di tale patto di riservatezza, essa, a sommesso parere dell’’estensore, non potrà soltanto comprendere il mero aspetto rituale
ma anche altri aspetti quali, per esempio, l’’identità dei fratelli e la loro riconoscibilità, nonché tutti gli argomenti che, tradizionalmente, sono
affidati in via esclusiva alla camera di mezzo, vero cuore pulsante dell’’Ordine. Questa ricostruzione pare armonica anche con la simbologia della iniziazione laddove il recipiendario nell’’affidare al maestro esperto
tutti i metalli, rinuncia all’’utilizzo di tutti gli strumenti tipici del mondo profano, per affidarsi soltanto agli strumenti tipici della realtà iniziatica,
con una compressione che in sede di iniziazione appare una elevazione di carattere etico. L’’iniziato abbandona gli strumenti metallici e si affida,
insieme agli altri fratelli e con la forza dell’’eggregore, soltanto agli strumenti simbolici, gli unici che consentono di “scavare oscure e profonde prigioni al vizio” e quindi di “lavorare per il progresso dell’’umanità”.
Il rivendicare, come spesso è stato fatto da molti Fratelli, l’’utilizzo dei metalli pare improprio e comunque testimonia come non sufficientemente
compiuto il viaggio di istruzione del Libero Muratore.

Ritornando ad un piano associativo risulta, pertanto, non conferente ogni dibattito in merito alla presunta illegittimità della compressione in danno di un appartenente all’associazione non riconosciuta Grande Oriente d’’Italia nell’’esercizio di tutti i diritti costituzionalmente garantiti.
Fra questi la manifestazione del pensiero e la tutela giurisdizionale, in quanto comunque questi diritti trovano una esplicita limitazione nel patto
contrattuale di riservatezza che incombe, per come rafforzato, su ogni appartenente alla associazione medesima. Gli accesi confronti degli ultimi anni in tema di esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti,
sono sempre risultati privi, per non dire monchi, di tale imprescindibile premessa che si trova –purtroppo – del tutto inesplorata a monte delle
varie argomentazioni e dissertazioni. Tale ricordata limitazione contrattuale, di per sé legittima, trova la sua ragione nel mantenimento e rafforzamento della identità iniziatica del Grande Oriente d’’Italia, con una soluzione che trova ragionevolezza e legittimazione soltanto nel tentativo
di consegnare ad equità il conflitto da due diritti soggettivi che, in un caso concreto entrano in conflitto tra loro, al fine della loro ponderazione, contemperazione e coordinamento. Il bilanciamento tra diritti o principi confliggenti è una tecnica di argomentazione (o di decisione) usuale in sede giurisprudenziale, e che di recente è venuta prepotentemente alla ribalta del dibattito dogmatico e teorico-giuridico. Non è pertanto esagerato osservare che nella problematica del bilanciamento tra diritti o principi si saldano i due filoni più vivaci del dibattito teorico-giuridico contemporaneo: quello sul percorso logico-giuridico, e quello sulle identità fondamentali. Conseguentemente, nel modestissimo tentativo di contemperare e ponderare la dinamica fra esercizio compresso (consensualmente) della libertà di espressione e obbligo parimenti contrattuale alla riservatezza, l’’estensore, consapevole di affidare al dibattito Istituzionale questo scritto, intende proporre, in mera linea di principio dei canoni di comportamento di utilizzo dei social network, che dovrebbe soddisfare il tentativo di equilibrio fra diritti soggettivi contrapposti.

I canoni minimi ai quali un Libero Muratore dovrebbe pertanto attenersi nell’’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero, ma nel rispetto del vincolo di riservatezza, potrebbero essere individuati nella astrattezza della comunicazione, nella necessità e pertinenza del fatto
o della notizia, ed infine nell’’interesse Istituzionale alla divulgazione. I canoni di valutazione dei presupposti dovranno certamente ispirarsi alla migliore tradizione libero muratoria, tradizione certamente più evoluta di quella per così dire profana e/o popolare vista la funzione di didattica umanitaria che l’’Istituzione dichiara di professare.

Quanto all’astrattezza della comunicazione essa consente di individuare come violato il principio di riservatezza ogni qualvolta il Libero Muratore
faccia riferimento a circostanze di tempo, luogo e persone, facilmente identificate e/o identificabili utilizzando la perizia e conoscenza media non tanto della società profana quanto del maestro Libero Muratore mediamente a conoscenza dei fatti in oggetto. Quanto a necessità e
pertinenza del fatto o della notizia, essa consente di affidarsi al canone della veridicità e della pertinenza dei fatti che il Libero Muratore ritiene di dover esplicitare, ritenendo del tutto ultronei e quindi esorbitanti dal contesto tutti i fatti che, come una vulgata popolare, potrebbero essere inopportunamente consegnati a terzi ed evitando così che “un estraneo più accorto non possa scoprire o trovare quanto non è conveniente che apprenda”. Permane la necessità che ogni atto del Libero Muratore si ispiri ad interessi superiori dell’’Istituzione massonica, laddove vi è sempre da chiedersi se le finalità che con la divulgazione ci si prefigge di ottenere siano da considerarsi degradati rispetto al superiore interesse dell’’Istituzione che si propone sempre come vessillifera di principi etici superiori, ma che a volte, per l’’effetto di parole e comportamenti di alcuni dei propri appartenenti pare ridotta ad rango di associazione profana. Pare corretto conclusivamente argomentare che il mancato rispetto di tali prerequisiti nell’’accesso al social network, così come anche per esempio ed a maggior ragione, dell’’indiscriminata pubblicazione di fotografie aventi ad oggetto Fratelli anche con insegne rituali, costituisca, quindi, conclamata violazione del patto di riservatezza che, come abbiamo sopra identificato, risulta indubitabilmente facente parte dei patti contrattuali parasociali cui il Libero Muratore deve integrale rispetto.

Diverse sono le conseguenze ipotizzabili sul piano civilistico-associativo e sul piano massonico-iniziatico. Sotto il profilo meramente civilistico tale patto di riservatezza pare avere le caratteristiche proprie di un patto totalitario parasociale nel quale tutti gli associati convengono su patti aggiunti al corpus normativo dell’’associazione concepito come un contratto di durata fra i soci, avente ad oggetto la collaborazione fra più soggetti per le gestione in comune di una certa attività. Tali patti non parrebbero in alcun modo modificativi, impeditivi o estintivi, del contratto principale, quanto piuttosto patti meramente integrativi che i soci hanno inteso, nella loro totalità stipulare fra di loro.

Anche in una associazione non riconosciuta come il Grande Oriente d’’Italia, è possibile evidenziare, accanto al corpus normativo della Costituzione e del Regolamento dell’’Ordine, anche l’’esistenza di ulteriori patti che assumono, quando stipulati da tutti i soci, il carattere di vere e proprio “controscritture”, come tali tendenzialmente parte integrante del contratto base, e che quindi potrebbero direttamente integrare o modificare le regole relative allo svolgimento dell’’attività sociale e all’’esercizio dei diritti dei soci. Conseguentemente, aderendo a tale impostazione, il mancato rispetto del patto parasociale di riservatezza ha come primo effetto il principio dell’’inadimplenti non estadimplendum (all’’inadempiente non è dovuto l’’adempimento) tale per cui non è scontato che, in presenza di una reiterata violazione, l’’associazione sia ancora tenuta alla erogazione dei servizi sociali, ovvero in caso di violazione avente le caratteristiche del “grave inadempimento” determinare la risoluzione del rapporto associativo.

Sotto il profilo meramente massonico pare chiaro che la violazione del patto di riservatezza determini automaticamente quella violazione di cui all’’art. 15 della Costituzione dell’Ordine secondo la quale costituisce colpa massonica “l’’inosservanza dei Princìpi della Massoneria, e delle norme della Costituzione e del Regolamento dell’Ordine” con la conseguente possibilità di deposito di idonea tavola d’accusa nei confronti del responsabile. Starà poi agli organi giudiziari preposti riconoscere la tipicità della fattispecie e la necessità di graduazione della sanzione in presenza di un valutazione della gravità della condotta.

Non vi è dubbio che l’’innovazione che i social network hanno portato nella nostra vita ha determinato una evidente soluzione di continuità col passato, sulle relazioni che si instaurano fra le persone e quindi anche fra i Fratelli ed i profani, ma il sostanziale e necessario riferimento alla tradizione iniziatica che implica l’’appartenenza alla libera muratoria impone una eccezionale cautela nel loro utilizzo ogni qualvolta oggetto di comunicazione siano atti, persone o fatti inerenti al lavoro tipicamente muratorio, per tale dovendosi qualificare sia quello iniziatico sia quello amministrativo necessario alla sussistenza del primo. In tale accezione le piattaforme sociali si presentano come puro strumento di vita profana e come tale idonea a determinare un miglioramento di interazione con altri esseri umani ma non certo un accessorio o uno strumento di miglioramento
del lavoro iniziatico che deve continuare a vedere come proprio epicentro il lavoro di loggia e, segnatamente, le dinamiche relative ai lavori in camera di mezzo.

Quando nel 1960 lo psicologo J.C.R. Licklider presentava un articolo dal titolo ““La simbiosi tra uomo e computer””, egli vedeva nel computer il
futuro dell’’uomo nel senso di un’’estensione delle proprie capacità mentali e così è stato, ma non smetteremo mai di pensare che nessun processore sarà in grado di elaborare o calcolare quel segreto iniziatico che rimane l’’unico presidio di autenticità e sopravvivenza del nostro Ordine.

Bibliografia
Belli E., Social Network, Ferrari Sinibaldi, Milano, 2011.
Massarotto M., Social Network. Costruire e comunicare
identità in rete, Apogeo Editore, Milano, 2011.
Riva G., I social network, Il mulino, Bologna, 2010.

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