I miei primi sei mesi alla Camera dei Deputati: tra l’elefante “Burocrazia”, e la reverse engineering

Lavoro da sei mesi nei palazzi di Governo, come data scientist nella Commissione d’Inchiesta sulla Digitalizzazione e l’Innovazione della Pubblica Amministrazione.

Il salto, personalmente, è stato notevole: da cittadino da sempre interessato alle tematiche digitali, spesso confuso dai tanti cambi di rotta governativi, a volte polemico e critico, eccomi d’un tratto vicino alle varie sale di regia.

Wow! Che spettacolo!

Facciata di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

In pochi mesi ho incontrato gran parte di coloro che si sono occupati dell’Italia Digitale: l’Autorità per l’informatica nella pubblica amministrazione (AIPA), il Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione (CNIPA), evoluto poi in DigitPA, l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID), l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Banca d’Italia, alcuni ministeri, per poi passare alla “società del software” SOGEI e alla “società degli acquisti” CONSIP, con l’obbiettivo di ricostruire la storia di coloro che si sono occupati di informatica e di digitale nel nostro Paese.

Ho conosciuto Diego Piacentini, Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, di cui ho apprezzato l’approccio “concretamente lungimirante”, che quasi stonava tra tutta quell’apatìa di palazzo. Alle polemiche contro la sua figura mi viene da rispondere che, onestamente, prima di lui e come lui, a memoria ne ricordo pochi. Lasciamolo lavorare e giudichiamolo sui risultati, non sulle premesse, magari aiutandolo tutti assieme affinché riesca nei suoi intenti.


D’un tratto dicevo, mi sono trovato catapultato in un mondo complesso: negli iter, nel modo di esprimersi, nel modo di scrivere, nel modo di concepire le cose (anche le più banali), perfino nel modo di dare risposte.

Che è esattamente ciò che la (buona) digitalizzazione non è!

Quindi ti ritrovi a proporre efficienza laddove c’è sperpero (non solo di denaro, ma anche di tempo, di risorse e di persone). Ti ritrovi a proporre risultati precisi laddove ci si accontenta di stime sommarie. Ti ritrovi a proporre rapidità laddove c’è una lentezza estenuante. Ti ritrovi a proporre agilità, laddove c’è una goffaggine imbarazzante. Ma ti ritrovi anche a dover imparare un sacco di cose, scoprendo che il modello “semplificato” che avevi in mente a volte risulterebbe troppo “semplificato” a fronte di una realtà complessa e piena di sfaccettature.

E capisci solo allora e per davvero, che voler cambiare le cose è tutto sommato facile, ma che provare a cambiarle non lo è affatto, e che il mondo si divide tra gli intenti di chi parla e propone, ma non agisce, e i tentativi di chi ci prova, giorno dopo giorno.

Oggi siamo a messi a sistema con un momento storico che non ci permette più di rimandare alcune scelte. Credo che dare priorità al digitale nel nostro Paese significa implicitamente dare priorità all’efficienza, alla competitività, al miglioramento dei servizi pubblici, alla lotta alla corruzione, all’ammodernamento di una macchina che così com’è non potrà più competere nelle sfide future. La posta in gioco insomma, pare troppo alta e i benefici di un Paese più digitale si rivelano quanto mai necessari.


“Sei giovane, fai bene a crederci con così tanto entusiasmo”.

Vedo già dispiegarsi la ola della curva nord dei “saggi”, che ammiccanti ti poggerebbero la loro mano destra sulla spalla sussurrando gaudenti “bravo ragazzo, bravo, continua così”, mentre dal profondo del loro pensiero si illumina, sul display del loro io interiore: “ecco, un altro illuso!”.

Vedete, cari saggi, il punto è che l’entusiasmo è sì fondamentale, ma non basta, perché il digitale è una cosa seria, un lubrificante con cui oliare gli ingranaggi della macchina pubblica, per farla correre veloce e sicura verso le sfide dei prossimi decenni. Per questo, all’entusiasmo vanno affiancate le competenze (tecniche e manageriali), i controlli (sui risultati e sulle persone), e la condivisione di un metodo di lavoro nuovo.

Il tema del digitale ha certamente poco appeal… vittima dell’idea che alla fin fine non ci riguarda più di tanto, e che quindi possiamo aspettare, rinunciare, rimandare; così, nella mia personale esperienza sono stati molti gli incontri interessanti: da quelli che spavaldi ti dicono “ma sa, si è sempre fatto così”, agli eroi che vantano di essere l’ente più tecnologico del Paese, pur non avendo un sito accessibile da mobile, da quelli che avrebbero voluto fare, ma non hanno potuto, a quelli che il progetto ancora non è pronto, “ma guardate, ci lavoriamo almeno dal ’93”, da quelli che a capo dei sistemi informativi hanno nominato delle persone che per i 15 anni precedenti si sono occupati di ambiti totalmente differenti, a coloro che invece, per non incappare nello stesso comprensibile imbarazzo, il responsabile dei sistemi informativi non lo hanno nominato proprio.


Ma allora come è possibile un vero miglioramento alla luce di questa situazione? Come si può affermare un metodo di lavoro nuovo ed efficace in un mondo così restìo a cambiare le proprie abitudini? Come potrebbero migliorare davvero le cose?

Nella pallacanestro si vince assieme, un’azione alla volta | fonte: Pixabay

Le partite politiche come questa assomigliano un po’ alle partite di basket, rispetto alle quali il mio coach diceva:

“sul parquet non esiste il salvatore della patria, la vittoria va costruita assieme, un’azione alla volta.”

Nella vita, nel basket e nella politica, i problemi si risolvono un pezzo alla volta e la nostra Commissione sta provando a farlo, analizzando una per una le cose che non funzionano.

A mio avviso l’approccio è innovativo: non sempre e solo una rapida enumerazione degli output che palesemente non stanno dando i risultati sperati, ma un’opera di reverse engineering, dove ci si chiede quali sono stati gli input che hanno generato questi risultati così scarsi, se non (a volte) indecenti.

Un processo d’analisi all’indietro con l’obbiettivo di porci domande come le seguenti: chi ha verificato la bontà degli input? Quali persone avevano poteri decisionali nel momento in cui gli input sono stati dati in pasto agli “algoritmi” della macchina pubblica? Chi ha scelto di continuare a fornire in input gli stessi dati se gli output che venivano generati erano così lontani dalle aspettative? Di chi sono le responsabilità? Chi doveva vigilare? Perché non lo ha fatto?

La differenza è sostanziale: l’output è il risultato, e quindi un prodotto finito, generato dalla composizione delle parti è un agglomerato inseparabile.

Che potenzialità ha, da solo, di miglioramento?

Detto in altri termini: che speranze abbiamo di migliorare il Paese, se continuiamo a elencare le cose che non vanno?

L’input invece è la materia prima, gli atomi che assieme generano le molecole. Stiamo lavorando sugli atomi, e stiamo cercando di intercettare quei legami che hanno generato delle molecole davvero inutili. Risalire alle cause capite bene che non è affatto banale, ma ha di buono che sarà poi idealmente facile ricostruire (ed eventualmente modificare) l’intero processo.

Digitalizzare il Paese non significa solamente raccontare le meraviglie che le nuove tecnologie possono generare una volta messe all’opera: significa ridisegnare nel dettaglio i flussi, interloquire con i target di riferimento, investire più tempo nelle analisi teoriche anziché nella foga di un’implementazione rapida, ma inefficace. Signfica prevedere una fase di valutazione dei risultati, nonché un controllo sul rapporto risultati effettivi/risultati attesi. Significa razionalizzare davvero le spese, conoscere la normativa (beh, dovrebbe essere scontato no? ‘einvece…), ammettere di non sapere e quindi mettersi a studiare.

Che sia difficile non c’è dubbio, anche perché il periodo che stiamo vivendo è un periodo di repentina trasformazione, in cui siamo chiamati a ristabilire un equilibrio che abbiamo più volte perso. Come scrive Beniamino Pagliaro “travolti da un 2016 di bruschi risvegli sulla realtà, in cui spesso abbiamo sbagliato le risposte, proveremo almeno a fare le domande giuste al mondo che ci scorre davanti”.

Ecco, non è sulla fretta di giungere a delle risposte che dobbiamo investire il nostro tempo, ma sulla voglia di porci le giuste domande.


L’elefante “Burocrazia” che si aggira silenzioso nell’oscurità | fonte: Pixabay

In questi primi sei mesi ho urtato violentemente contro l’elefante “Burocrazia”, che più volte mi ha destabilizzato con il suo peso e con la sua forza. Portare la cultura dell’innovazione e proporre l’efficienza informatica come arma di lotta alla corruzione nonché di efficientamento dei servizi pubblici, è, come ci ha detto più di qualcuno, un’impresa titanica. Ma è anche una sfida estremamente allettante, una battaglia che vale assolutamente la pena di combattere, un’impresa, certo titanica, ma sicuramente bellissima.

Semmai mi dovessi illudere e rassegnare all’idea di un Paese migliore, mi resterà perlomeno la consolazione di averci provato, consapevole che il nostro agire sta portando scompiglio in un mare altrimenti piatto.

Per come la vedo io però, per l’urgenza e l’importanza che ripongo in questi temi, credo che oggi navigare in questo mare piatto non abbia proprio più alcun senso.