Aggravanti che non lo erano

Violenza sessuale, populismo penale e informazione

Ci si sveglia in un assonnato martedì di mezzo luglio per scoprire che in Italia la Cassazione ha legalizzato lo stupro di gruppo. Ma come le passa per la testa? Non le passa per la testa, naturalmente. Eppure le reazioni di politici, celebrità e pensosi vicini di casa social-muniti appaiono così convincenti: Roberta Pinotti e la figlia si vergognano; Valeria Fedeli invita a “contrastare questa regressione culturale e politica”; Alessia Morani denuncia il sottotitolo (sic) della sentenza: “in fondo se l’è cercata”; Giuseppe Genna domanda misuratamente “come si possa evitare di scendere in piazza a milioni”; Alessandro Gassman si affida a un evocativo cancelletto: #mortaccivostri. Il caso sgomenta, come ogni profanazione della libertà sessuale; mettervi ordine è impresa spinosa, ma necessaria a beneficio dei panda che ancora pretendano d’informarsi laicamente.

La Cassazione è stata investita del ricorso di due uomini incriminati per aver abusato di una donna: i tre hanno cenato insieme; lei ha bevuto del vino (tanto, apprendiamo, da “non riuscire ad autodeterminarsi”); loro l’hanno condotta in camera, per farne oggetto delle proprie moleste attenzioni. In primo grado, il giudice per le indagini preliminari di Brescia ha prosciolto gli imputati, negando attendibilità alla testimonianza della vittima; valorizzando il referto ospedaliero, la corte d’appello di Torino li ha, invece, condannati per violenza sessuale di gruppo (art. 609-octies c.p.), con l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche.

La Suprema Corte ha aderito alla ricostruzione del giudice di seconde cure con riguardo alla sussistenza del reato: ha cioè ritenuto che — contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa — l’inebriamento della vittima non escludesse la violenza, perpetrata precisamente “abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto” (art. 609-bis, co. 2, n. 1 c.p.). Allo stesso tempo, i giudici della terza sezione penale hanno annullato la sentenza impugnata nella parte in cui riconosceva l’aggravante prevista per aver commesso il fatto con “l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”(art. 609-ter, n. 2 c.p.) — rimettendo la causa al giudice inferiore per una nuova determinazione della pena.

L’art. 609-ter c.p. enuncia una serie di circostanze aggravanti specifiche che interessano la violenza sessuale (anche di gruppo, in virtù del richiamo formulato dall’art. 609-octies, co. 3 c.p.) e che vincolano il giudice che le rinvenga a tenerne conto, aumentando nella misura prescritta la pena edittale. In altre parole, il legislatore ha prestabilito che alcune modalità di commissione del delitto (es. tramite travisamento o con la simulazione della qualifica di pubblico ufficiale), certe qualità personali dell’offeso (es. una donna incinta o un minore di quattordici anni), certi scopi perseguiti dall’autore (es. quello di agevolare l’attività di un’associazione a delinquere) o ancora la sussistenza di particolari relazioni tra il colpevole e la vittima (es. rapporti di coniugio o parentela o tutela) apportino alla condotta un ulteriore coefficiente di disvalore e richiedano, pertanto, una sanzione più aspra.

La ragion d’essere della particolare aggravante di cui ci occupiamo è facilmente intuibile: per quanto sia ignobile approfittare della vulnerabilità della vittima, ancor più deplorevole è provocarla appositamente per facilitarsi la violenza — eventualità che , peraltro, alluderebbe a una premeditazione o, in ogni caso, a una più intensa responsabilità dell’agente. Non si esclude affatto, come detto, la sussistenza del reato anche laddove non sia riscontrabile l’aggravante: la sentenza ribadisce con chiarezza che la condizione d’inferiorità della vittima ha rilevanza oggettiva — cioè prescinde dal fatto che la vittima stessa possa aver contribuito a determinarla — e che, nel caso in discussione, l’infermità psichica in cui la donna versava le avrebbe impedito di esprimere validamente alcun consenso sessuale.

Nondimeno, sarebbe iniquo addebitare ai colpevoli l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche se non sono stati costoro a somministrarle alla vittima, ma è stata quest’ultima ad assumerle volontariamente. E prima ancora che iniquo, sarebbe contrario alla lettera della legge, che non si limita a presupporre l’assunzione di alcool (o di altre sostanze) da parte della vittima, ma richiede che sia il soggetto attivo a servirsi dell’alcool (o delle altre sostanze) per porre in essere la violenza. Ricapitolando: lo stato d’infermità psichica, anche temporaneo, è sufficiente al riscontro della violenza sessuale; per l’applicazione dell’aggravante specifica, invece, è necessario che tale condizione sia stato indotto dal soggetto attivo. Violenza sì, aggravante no.

Così illustrata, la controversa decisione della Cassazione appare per quello che è: una piana applicazione della normativa vigente — semmai, dovrebbe far discutere l’interpretazione evidentemente erronea della Corte d’appello. Perché, allora, tanto rumore? Mi pare che la responsabilità vada ripartita tra l’industria giornalistica e la classe dirigente e, per converso, tra i lettori e gli elettori. Da un lato, una notizia come questa — di non immediata comprensione per il pubblico e prevedibilmente foriera di reazioni emotive — avrebbe richiesto una traduzione più attenta di quella fornita dai titoli tendenziosi con cui è stata lanciata: il giornalismo abdica al proprio ruolo di cinghia di trasmissione tra i fatti e le opinioni; i lettori si accontentano di formule d’effetto e spiegazioni superficiali e, anzi, rifuggono l’approfondimento e la complessità. Dall’altro, la politica contribuisce in modo decisivo alla banalizzazione dei temi di dibattito, cavalcando gli umori di una cittadinanza che ormai conosce unicamente il linguaggio dell’indignazione perenne.

Se gli equivoci ingenerati da questa dinamica morbosa interessassero unicamente tecnicismi come il funzionamento delle aggravanti, non dovremmo preoccuparcene troppo. Il problema è che polemiche come quelle di oggi travolgono obiettivi ben più delicati: i fondamenti dello stato di diritto e i principî della civiltà giuridica. Dietro la mancata comprensione dei meccanismi codicistici, c’è un’idea — seducente quanto perniciosa — di giustizia sostanziale che non tollera sfumature o distinzioni. Ogni richiamo alle garanzie per i colpevoli viene recepito come un oltraggio alle vittime; ogni invito all’esatta qualificazione delle fattispecie è vissuto come un tentativo di sminuire la portata dei delitti.

Per questa ragione, oltre a mettere a fuoco che la Cassazione ha applicato correttamente le norme, dovremmo anche respingere il riflesso pavloviano di revocare in dubbio l’opportunità di quelle. Ogni previsione legislativa può essere oggetto di revisione razionale, naturalmente; purché, appunto, all’esito di una discussione ponderata, e non sulla scorta d’incontrollabili pulsioni draconiane; e purché non si cestini la fondamentale ambizione della giustizia a soppesare con equilibrio situazioni anche in parte differenti.

Ogni violenza sessuale è un abominio da reprimere: da ciò non discende che tutte le violenze sessuali siano ugualmente gravi e vadano punite allo stesso modo. Un sistema rispettoso delle vittime non è un sistema in cui ogni violenza sessuale — al di là dalle modalità di commissione — sia sanzionata con l’ergastolo, la castrazione del perpetratore, la confisca dei suoi averi e una rigorosissima damnatio memoriae; bensì un sistema in cui le pene siano prevedibili, certe e per quanto possibile proporzionate alle condotte concrete, anche quando si tratti di reati così odiosi. Cioè, un sistema non troppo dissimile da quello attualmente in vigore — con buona pace dei molti populisti penali che oggi ne reclamano la rottamazione.