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Storie di Mentoring: Kobe Bryant

Mamba Forever! Kobe Bryant portrait in spontaneous realism by Celeste Lecaroz. Source

Nel 1998, il ventenne Kobe Bryant si è già fatto notare nell’élite del basket americano. È stato il più giovane debuttante in NBA e ha vinto la gara di schiacciate al suo primo All Star Game. Ma rimane sempre un ragazzo di vent’anni il cui unico interesse è il basket.

Un giorno, mentre sta sollevando un po’ di pesi in palestra, sente squillare il suo cellulare. A quei tempi i cellulari erano dei mattoni sgraziati, pesanti e costosi. Dall’altra parte della linea una voce esordisce dicendo “Hey, sono Michael Jackson.

Sulle prime Kobe pensa sia uno scherzo e vuole mettere giù il telefono. Ma la telefonata è vera. Jackson rivela di essere un suo fan e vuole dargli qualche consiglio.

“Mantieni la rotta … non cadere vittima della pressione degli altri”.

Jackson consiglia al giovane Bryant di studiare i grandi del basket e di rimanere concentrato senza farsi distrarre dalle feste dei suoi compagni di squadra.

“C’è forza nell’isolamento, c’è forza nell’essere ossessivi su qualcosa”.

La risposa di Bryant a quest’ultima affermazione di Jackson dice molto della sua determinazione: “Fantastico, come hai fatto?”.

Da quel momento e per i due anni seguenti, Jackson diventa un mentore per il giovane Kobe. Assieme guardavano i film di Fred Astaire e Gene Kelly, ascoltano la musica dei Beatles.

In un’intervista Bryant ricorda che per Jackson ”tutto ciò che vedeva — tutto ciò che c’era nel mondo — per lui era una biblioteca. Tutto era un’opportunità per migliorare. Questa è la più grande lezione che mi sono portato via”.

Soprattutto, il mentoring di Jackson ha dato a Bryant la fiducia necessaria di mettere a frutto quell’ossessività che lo caratterizzava fin da bambino.

Dieci anni dopo, i Lakers hanno da poco perso la finale NBA con i Boston Celtics. Kobe sente che ha bisogno di qualcosa di più per aumentare il livello del suo gioco, di qualcosa fuori dall’ordinario.

Per questo contatta John Williams, un compositore di colonne sonore famoso per il tema di Star Wars e molti altri. È anche il compositore del tema di Harry Potter, che Kobe usava come ninna nanna per le sue figlie.

“Mi sono fatto una domanda”, ha detto Bryant. “Cosa rende un pezzo di John Williams senza tempo? Come usa ogni strumento? Come costruisce la tensione e lo slancio? Come giocatore di basket, quello che mi trovo spesso a fare è essenzialmente condurre una partita, giusto? Volevo parlargli di come compone la musica, e cercare di trovare qualcosa di simile che potessi usare per aiutare il mio gioco come leader per vincere i campionati”.

Williams è comprensibilmente sorpreso.

“La prima cosa che dissi a Kobe fu che non avevo mai visto una partita di basket. Al liceo, al college, da professionista o in televisione. E naturalmente si mise a ridere”.

Bryant paragona il funzionamento degli strumenti in un’orchestra a quello di un team: “Si comportano tutti indipendentemente l’uno dall’altro, ma tutti fanno affidamento l’uno sull’altro per creare questo pezzo di musica senza tempo”.

Il loro rapporto di mentoring prosegue per anni, tanto che nel 2016 Kobe chiede a Williams di comporre la colonna sonora del suo corto di addio al basket con cui vince anche un Oscar.

Dal suo mentore Kobe impara ”la capacità di fare domande. Non domande di cui conosce già le risposte, ma domande oneste per far riflettere la persona su come migliorare”.

Invece di impartire ordini, dice Bryant, Williams pone costantemente domande e sfida i colleghi a riflettere più a fondo sulla loro performance. Questo ispira Bryant a impegnarsi ancora di più e a lavorare con i suoi compagni di squadra per aiutarli a diventare “la versione migliore di loro stessi”.

“Aiutare i tuoi compagni di squadra a migliorare, è molto di più che creargli la possibilità di fare dei buoni tiri — passandogli la palla — devi ispirarli ad essere la migliore versione di loro stessi e aiutarli a disegnare i passi da compiere per diventarlo.”

I Lakers di Kobe vinceranno i campionati 2008–09 e 2009–10.

Il mentore non deve per forza avere un’esperienza diretta nel nostro campo, anzi spesso proprio la diversità cela un potenziale di crescita enorme. Non per nulla la capacità di gestire la diversità è parte del “CV Europeo del mentore”.

Anche tu puoi diventare un dono nella vita di qualcuno. Scopri i nostri programmi di formazione al mentoring sul sito https://internationalmentoringacademy.com/

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Fabio Salvadori

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Seeker. Author. Mentor. Coach. Facilitator. | I write to remind us that we are all born innovators. | fabiosalvadori.com