Mezzanotte


Torrido agnello,
il fieno appena tagliato
da mani come rose
sta con i filari di alberi
a veglia del tuo bel canto.
Percorri i monti e le valli
mentre ascolto in silenzio
la tua voce irreale.
E finalmente mi appari:
sguardo cupo d’acciaio
in un incrocio di occhi
che pugnalano l’aria.
Ma ecco, è già notte,
e sale un fumo di narcosi nerastra.
Qui, dall’altro lato del Sole, non c’è molto da fare:
c’è un sipario di stelle oppresso di pianto.
Provo a girarmi;
tutto è rotto, spaccato, distrutto, divelto.
Non sento nulla
e rimango sui vetri, tra mille spade di luce,
nel monòcromo intarsio di frammenti appuntiti.
Sono l’ultimo, il papa, il nero africano,
sono Abele, Mefisto, la scrofa italiana.
Ho colori di morte nei fianchi e nel ventre,
sono pazzo d’amore
e, lontano da tutti,
mi lascio bucare dagl’inferni degli altri.
Vado a spasso sul fondale dei sogni,
sputo bestemmie sul sesso e le madri,
cerco i miei figli, se mai nasceranno.
Sono morto, perduto, venduto e caduto.
Sono il cobra strisciante, la lava indurita,
la cruda rincorsa e la caduta improvvisa.
Come una palla di cannone infuocata
rotolo oltre il limite fisso delle mie catene,
sbatto contro ogni inferriata,
scivolo sotto spigoli bassi,
sgocciolo a terra, sfondo muri di carta.
E, finalmente me stesso, rinasco planando,
come una foglia leggera
che di cerchio in cerchio,
soffiata dal vento,
si ricongiunge al mondo
nell’umido abbraccio della terra.


Scritta prima del 1995.