“Immigrare è di per sè un’impresa e chi migra è un imprenditore” Madi Sakande, Manager della New Cold System

Madi Sakande, general manager e socio fondatore dell’azienda da € 2 milioni New Cold System, inizia così la sua storia:

“Avevo un lavoro in Burkina Faso. Gestivo la parte commerciale di un’azienda d’import-export di elettrodomestici aperta da un mio cugino che viveva all’estero. La mia era solo una voglia di andare a scoprire qualcosa di nuovo. Non sono stato costretto ad uscire, non ho preso il barcone, non c’era la guerra. Avevo voglia di andare a scoprire altri mondi e così me ne sono andato. Poi qui [in Italia] ho fatto famiglia, ho due figli, la minore ha da poco fatto 10 anni e a giugno il maschio ne farà 12. Per cui posso solo essere soddisfatto della mia avventura in Italia.”

Capire chi parte è quasi sempre difficile. Possono esserci delle ragioni “facili” da spiegare come il lavoro, lo studio o l’amore. Ma anche in questi casi partire è spesso un affare privato. Madi Sakande nel 1997 era un giovane venticinquenne di Ouagadougou con un lavoro, salute e degli ottimi genitori. Eppure decise di partire verso un altro continente, forse senza sapere che sarebbe finito a lavorare in un campo di pomodori per un salario a dir poco magro.

La scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie parla di questo in un passo del suo romanzo ‘Americanah’, quando scrive i pensieri di un giovane Nigeriano partito per il Regno Unito con un visto turistico e la speranza di trovare un lavoro, ovviamente in nero:

“All [the British people in the scene] understood the fleeing from war, from the kind of poverty that crushed human souls. But they would not understand the need to escape from the oppressive lethargy of choicelessness. They would not understand why people like him, who were raised, well-fed and watered but mired in dissatisfaction. Conditioned from birth to look toward somewhere else and eternally convinced that real life happened in that somewhere else. They were now resolved to do dangerous things, illegal things so as to leave. None of them starving, or raped, or from burnt villages. But merely hungry for choice and certainty.”

Le ragioni della partenza sono personali perché sono un intreccio di ambizioni e del contesto in cui si cresce.

Madi era un “pionnier” di Sankara, primo presidente burkinabè e rivoluzionario politico panafricanista, famoso per il suo impegno contro l’imperialismo e il neocolonialismo. È stato — ed è tutt’ora — un modello importante per Madi. “Ci ha insegnato a cavarcela da soli,” spiega, “Diceva che lo schiavo che non intende lottare per liberarsi dalla sua situazione, non merita che qualcuno si lamenti per lui. Se tu non cerchi di essere autonomo, nessuno farà di te un uomo libero. A tutti i livelli.”

Madi partì in aereo, scalo in Belgio e direzione finale in Italia. Aveva uno zio che era rimasto a Bologna dopo aver finito gli studi universitari. Il primo lavoro che trovò, però, fu a Foggia dove avrebbe lavorato come bracciante in un campo di pomodori senza un contratto, né documenti.

Lì, in un giorno di pioggia in cui il campo di pomodori era impraticabile, Madi propose ad alcuni colleghi di andare a giocare a calcio in un centro sportivo vicino alle baracche dove alloggiavano. Il titolare del centro si trovava nei pressi e durante la partita notò il potenziale calcistico del ragazzo burkinabè. Lo approcciò e, quando Madi gli propose di diventare il suo procuratore, lui accettò.

La prima cosa da fare era ottenere i documenti per l’aspirante calciatore. Era il 1998 e la legge Turco-Napolitano, da poco promulgata, permetteva ad immigrati con regolare contratto di assunzione e di alloggio di ottenere il permesso di soggiorno. Alle dipendenze di un centro sportivo in provoncia di Foggia, Madi si guadagnò il suo primo permesso di soggiorno per lavoro subordinato. La sua carriera da calciatore, però, fu breve a causa di un infortunio al ginocchio che paralizzò la sua possibilità di competere.

Un nuovo inizio, ma questa volta da regolare soggiornante, si prefigurava a Bologna dove Madi raggiunse lo zio. Lì trovò impiego come merchandiser e rivenditore. “Sono stato il primo commesso nero del primo negozio di Fendi a Bologna. Era nella galleria Cavour, dove ci sono tutti i vestiti di marca per fighetti” racconta con un sorriso.

In seguito, trovò impiego nel settore della refrigerazione e climatizzazione dove rimase per un decennio e che tracciò la curva in salita della sua carriera. “Cominciai a lavorare come magazziniere. Dopo 6 mesi il titolare capì che avevo qualche dote in più perché avevo già dell’esperienza nella vendita e nel rapporto diretto con i clienti. Per cui iniziai a fare il magazziniere la mattina, e il pomeriggio passavo all’ufficio commerciale. Poi iniziai ad occuparmi anche delle telefonate con i tecnici, perché nel frattempo mi ero iscritto a mie spese a dei corsi per capire la parte ingegneristica del settore. Così facendo sono diventato commerciale a tempo pieno per l’Emilia Romagna iniziando a girare e incontrare i clienti. Successivamente mi occupai di tutta l’Italia dall’Emilia in giù e infine coprii tutta l’area dei Balcani e dell’Europa dell’Est” racconta Madi.

Certo aveva maturato un’esperienza lavorativa più che decennale quando nel 2011, insieme a tre soci, rilevò un’azienda di macchinari di refrigerazione prossima alla chiusura. Eppure la conoscenza del settore non fu l’unico elemento che rese Madi un imprenditore.

“Immigrare è già di per sé un’impresa e chi migra diventa un imprenditore perché tutto è una sfida. E la sfida — tanto nel quotidiano, quanto nel lavoro e in qualsiasi altro ambito — non sono i problemi che incontri, ma la capacità di trovare una soluzione” afferma.

Tanto di ciò che Madi ha appreso da migrante traspare nel suo lavoro di imprenditore. Per esempio ‘crisi’ per lui è una definizione fuorviante, “Stiamo vivendo un cambio epocale e lo chiamiamo crisi per comodità. Cioè, non si possono fare le stesse cose che ha cominciato a fare il nonno 200 anni fa. Quando si fanno le stesse cose di sempre alla fine si va per inerzia, non si sviluppa più niente. Invece, quando si è in difficoltà, si devono sviluppare nuove conoscenze e un know-how superiore.”

La New Cold System srl, che ora fattura € 2 milioni all’anno, è nata e cresciuta durante la recessione economica — o cambio epocale. Madi spiega, “Se uno ha voglia di migliorare la conoscenza di quello che sta facendo, riuscirà sempre ad andare avanti perché le difficoltà si percepiscono in base a ciò che si sa in quel momento. Non c’è niente di definitivo. Le cose sono difficili solo perché non si adotta il comportamento giusto per farle diventare facili.”

Nel 2011, dopo aver avviato la ditta avvalendosi di risparmi propri e prestiti bancari, le attività iniziarono subito a generare profitto. “La nostra sfida maggiore era introdurre elementi innovativi per rispondere alle esigenze del mercato” spiega Madi. Il team — che ora conta una decina di persone — ha allora iniziato ad eseguire lavori su misura; ad offrire assistenza agli adempimenti dei nuovi regolamenti europei sugli F-gas; e ad istituire la formazione di tecnici del freddo in collaborazione con la sede distaccata di Centro Studi Galileo, che rilascia patentini specifici del settore.

Certo Madi non ha fatto tutto da solo. Lui ringrazia i suoi genitori, sottolineando, “non sono cresciuto solo.” Ci sono stati i suoi collaboratori e la sua famiglia. Eppure, descrivendo la fonte di motivazione da cui ha sempre tratto coraggio, fonde fiducia e sfiducia nell’essere umano bilanciata da un forte conforto religioso.

Madi domanda, “Sai cosa vuol dire che dio ha creato il cielo, la terra, il mare e tutto il resto prima dell’uomo? Vuol dire che ha creato la soluzione prima del problema! Io mi sono sempre affidato al Creatore. Nelle mie difficoltà, è nelle mie preghiere chiedo sempre supporto perché l’essere umano non è mai solo. Credo nella religione musulmana e mi dispiace molto che il modo in cui venga dipinta da molti mass medis non rispecchi quello che è in realtà. È una religione basata sulla pace e sull’amore per il prossimo come il cristianesimo e l’ebraismo.”

Se da una parte l’uomo per Madi è il ‘problema’; dall’altra è ottimista e fiducioso: “Io sono convinto che tutti cambieranno nel tempo. Perché ci vuole del tempo. Il tempo è l’unico che non sbaglia. Non c’è nulla di definitivo, come dicevo.”

Intanto, lui affronta la realtà con un’etica dell’auto-giudizio e del non imporsi. “Quando mi guardo allo specchio non vedo quell’uomo lì, quel maschio che può essere bello o brutto. Vedo la persona che devo giudicare, cioè me stesso. Quando faccio il bilancio di fine o inizio giornata mi rimprovero, in modo conscio e inconscio, quando so di aver fatto qualcosa di sbagliato. Io non passo la mia vita a giudicare gli altri perché non ho gli elementi di giudizio corretti, non ho l’esperienza che hanno loro, non ho le loro sensazioni, non ho le loro stesse capacità di intendere, sentire e vivere. Posso al limite dare un consiglio, posso al limite dire ‘provi così’, ma non impongo.”

“Questo fa parte del mio modo di vedere il mondo e anche di relazionarmi con i miei collaboratori. Io do loro le mie linee guida, dialogo molto, spiego loro qual è la mia visione e come va fatto un lavoro. Porto la mia esperienza che è lunga e internazionale. Ma può accadere che loro propongano nuove soluzioni e allora le valutiamo insieme. Del resto più cervelli hanno più probabilità di risolvere un problema.”

Madi spiega che lo stesso principio vale nella relazione fra immigrati e non, dove la sfida, “sta nel riflettere per imparare come condividere insieme invece di imporre la propria ragione. Se per esempio due persone una di fronte all’altra mettono una tessera con il numero 9 fra loro, vedranno due numeri diversi in base a come la girano. Continueranno a discutere se sia un 6 o un 9 e arriveranno perfino a fucilarsi, se almeno uno dei due non si accorge che la loro discussione è solo una questione di prospettiva. C’è bisogno che uno di loro si renda conto di questa cosa e cerchi portare l’altro dalla sua parte invece di fucilarlo. Altrimenti quello che avanza è la ragione del più forte.”

Madi parla di come questo in realtà sia un pensiero comune a molti popoli. “Anche in sud Italia si dice che ‘solo i fessi hanno sempre ragione’” dice. Eppure qualcuno non se lo ricorda o non lo sa. Fra questi ci sono sicuramente tutti i gruppi xenofobi e razzisti, ma anche chi racconta e legge la realtà seguendo una sola narrativa.

“Parlare solo degli aspetti negativi dell’immigrazione, di chi è venuto ed è diventato un drogato o un criminale non giova neanche al paese. Tramite i migranti, si possono formare degli ambasciatori economici. Fra loro spesso e volentieri c’è chi ha un’educazione e certe abilità. Si potrebbe formare qualcuno nella conoscenza di un prodotto in un’azienda e dargli il compito di rappresentare la ditta nel suo paese di origine. Ecco che si hanno degli ambasciatori economici. C’è chi ha usato fucili per conquistare i mercati africani, mentre in questo caso si creerebbe una situazione di win-win: sia le aziende italiane, sia i luoghi di origine dei migranti ne trarrebbero beneficio. In altre parole, si creerebbe co-sviluppo.”

Come fosse uno spunto per iniziare a seguire un’altra narrativa– o per iniziare a pensare che un 9 può essere un 6 e viceversa — , Madi suggerisce di pensare che, “Tutti veniamo dallo stesso Adamo ed Eva. Tutti veniamo dall’Africa. Alcuni sono emigrati prima, altri lo fanno ora.”

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