Marco Zoppas
Sep 28 · 16 min read

Un’intervista ad Andrew Muir

Andrew Muir è la prova vivente che ci si può ritrovare di fronte a Bob Dylan faccia a faccia e sopravvivere all’evento. Oltre ad un simpatico resoconto di quell’aneddoto effettivamente accaduto, “Razor’s Edge” — un libro scritto da Muir nel 2001 — contiene preziose informazioni sul cosiddetto Never Ending Tour di Bob Dylan. La qualità delle prestazioni oscilla tra il pessimo e l’arte più sopraffina, perché il Never Ending Tour è la testimonianza genuina di un musicista che sera dopo sera cerca di trasmettere quello che una particolare canzone significa per lui e, si spera, per il suo pubblico in quel preciso momento.

“Troubadour”, pubblicato nel 2003, contiene l’analisi di Muir di canzoni vecchie e nuove di Bob Dylan. Secondo Muir è essenziale comprendere che arte e giornalismo stanno agli antipodi. Gli album di Dylan non sono un diario della sua vita, vanno ben oltre quel livello e disvelano un’infinita trama di connessioni con molte altre dimensioni culturali. Muir giunge alla conclusione che persino le interviste di Dylan andrebbero considerate come momenti veri e propri di arte interpretativa. La leggenda che Dylan sia un recluso va sfatata, perché è stato sempre molto generoso con i suoi intervistatori nel corso degli anni.

Il nuovo libro di Muir, “The True Performing of it”, rappresenta il coronamento della sua creativa ossessione per il lavoro di Dylan. Analizza ciò che Dylan e Shakespeare hanno in comune. Entrambi sono stati considerati dei “bardi”, se per bardi intendiamo coloro che rappresentano la voce di un insieme di persone e che, pur possedendo la saggezza dei secoli, sanno anche essere moderni e addirittura anticipare i tempi.

La religione ha svolto un ruolo importante nella vita di entrambi. Non è ben chiaro se Dylan sia da considerare un ebreo osservante, un ex cristiano tuttora forse praticante oppure un ebreo cristiano. Shakespeare condivide la stessa aura di ambiguità, dato che non è mai stato accertato se fosse in effetti un cattolico, un protestante o forse scettico nei confronti di entrambe le confessioni. Entrambi hanno fatto del confronto con il pubblico la specialità della loro lunga carriera, e hanno fatto ampio riferimento nelle loro opere al materiale proveniente dalle fonti tradizionali.

“The True Performing of it” è ricco di dettagli e intuizioni riguardanti la tecnica compositiva di due geni, Shakespeare e Dylan, e la loro straordinaria abilità nel reinventare miti, folklore e fiabe popolari.

Andrew, prima di addentrarci in Shakespeare, un paio di domande su Henry Miller. In “The True Performing of it” citi Miller come segue: “essere poeti era una volta la vocazione più prestigiosa; oggi è la più futile (…) poiché il poeta stesso ha smesso di credere nella propria missione divina. Canta stonato ormai da secoli”. Più avanti scrivi che Bob Dylan ha salvato la poesia dal ruolo di emarginata e di “società segreta”, e fatto sì che in forma di canzone la poesia “comunicasse nuovamente ad ampio raggio e risonasse in profondità nella società tutta”. Ritengo la tua un’intuizione brillante!

Grazie, accetto sempre con gioia le lodi. Scherzi a parte, ho sempre pensato che quei passi di Miller siano importanti e accurati. Non lo dico per sminuire la poesia, tutt’altro, dato che come forma d’espressione è sorprendentemente riuscita a dominare il mondo artistico e dell’intrattenimento per così tanto tempo. Nel corso dei secoli il teatro e il romanzo sono passati dalla sfera dell’intrattenimento popolare ad essere accettati come arte suprema (esattamente com’era successo precedentemente alla poesia in lingua inglese rispetto alla poesia in latino) e ciononostante i versi mantennero la loro posizione preminente. In seguito alla prima guerra mondiale la voce dei poeti continuò a mantenere la sua posizione di predominanza mentre la radio, il cinema e lo svilupparsi del fonografo lasciavano presagire un imminente ritorno alla primarietà dell’espressione orale e dell’ascolto, benché esse non si siano subito imposte a causa soprattutto, ma non solo, della Grande Depressione e della seconda guerra mondiale.

Miller stava commentando uno scenario in cui la poesia, a suo modo di vedere, era approdata ad un cul-de-sac e consisteva solamente di poesie scritte da poeti che le indirizzavano ad altri poeti, dove l’argomento centrale della poesia era diventato l’atto stesso di scrivere poesie. Non è però affatto un caso che gli sviluppi tecnologici provocassero la graduale scomparsa dei versi in forma scritta che vennero sostituiti dalla musica popolare quando, in seguito all’esplosione del rock’n’roll negli anni cinquanta, il decennio successivo vide gli LP assurgere al ruolo di espressione artistica dominante. Questo fu esattamente l’opposto di quanto accadde con l’invenzione della stampa che aveva relegato la poesia orale e la canzone al ruolo di “cittadini di seconda classe” rispetto alla poesia scritta, su carta stampata.

Sto ovviamente generalizzando e comprimendo la lettura di sviluppi complessi e ad ampio respiro in pochissime battute. Purtuttavia ritengo che vi sia un fondo di verità in questa sintesi e che ciò abbia un ruolo determinante nello spiegare l’eminenza assunta da Dylan in questi ultimi sei decenni.

Lo sapevi che il famoso verso di Dylan “It’s a wonder we can even feed ourselves” è preso da “The Air-Conditioned Nightmare” di Henry Miller?

Ha-ha-ha — Non è terribile che la mia prima reazione istintiva è stata quella di bluffare e dire di sì? Ahimè no, non lo sapevo. Si tratta forse di un caso, dato che una frase come questa può anche sorgere spontaneamente? D’altronde sappiamo che Miller è già stato citato da Dylan in altre parti e lo ha molto influenzato, e allora può darsi che io stia cercando di nascondere il mio imbarazzo.

Ho come l’impressione che Dylan e Miller condividano un’infatuazione agreste per le atmosfere rurali del sud degli Stati Uniti.

Dev’essere ormai passato un quarto di secolo da quando Dylan descrisse lo stile di vita agreste come l’unico “stile di vita autenticamente alternativo”, sono quasi completamente sicuro che lo abbia fatto nelle note di copertina di World Gone Wrong. Un concetto questo che permea la maggior parte di “Love And Theft”.

Se ne può trarre un parallelismo con Shakespeare con i suoi famosi “ritiri”, le arcadiche e silvestri terre di fuga presenti nelle sue opere come per esempio la foresta di Arden, il bosco ateniese e via dicendo. Va notato che questi sono rifugi temporanei. Pienamente consapevole degli aspetti più brutali e scomodi della vita di campagna, Shakespeare usa tutto il suo sarcasmo in Come vi piace nel riconoscere l’elemento escapista, “la sporcizia sotto le unghie” che è implicita nelle visioni rurali, attraverso le parole di un personaggio che vive lì ogni giorno e non la idealizza da lontano o da condizioni molto più agiate.

Che opinione hai riguardo al rapporto di Dylan con la Guerra Civile americana?

Che è arrivato a condizionare il suo lavoro in maniera diretta e pervasiva, e che ha impattato la sua carriera a vari livelli. Chronicles, come tanti altri progetti di Dylan, contemporaneamente svia, travisa e “falsifica” i fatti oggettivi ma allo stesso tempo propone una verità molto più intima, molto più profonda. Ritengo che si debbano accettare i suoi commenti sulla Guerra Civile, rilasciati nelle sue interviste e in questa sua virtuale/fittizia autobiografia, come veritieri riguardo al perché e al come essa rivesta una tale importanza. Essa sta senza ombra di dubbio alla base di tutto il suo lavoro relativo a questo secolo. Da “Love and Theft” a Tempest attraverso Masked and Anonymous, film nel quale la Guerra Civile ricopre un aspetto preponderante. Un film che molti trascurano commettendo a mio avviso un crimine. Come nel caso di Eat the Document e di Renaldo and Clara, ti permette di osservare il mondo artistico di Dylan, se non addirittura il mondo stesso visto attraverso gli occhi di Dylan. Questi sono film incredibilmente generosi e rivelatori. Dylan ricorre sapientemente alle guerre civili dell’Antica Roma utilizzandole come metafore per la guerra civile della sua nazione e del mondo a lui contemporaneo. In maniera simile Shakespeare esplora e si dilunga sulle guerre civili romane e sui tumulti accaduti in Inghilterra in epoca a lui precedente per commentare, senza incorrere in pericoli, la turbolenta situazione politica del regno della sua epoca. La lunga invettiva fatta dal giornalista importuno di Masked and Anonymous a proposito di Dylan, l’Inghilterra e l’impero si riferisce in maniera diretta proprio a questo processo di scrittura che i due autori condividono.

Un aspetto che la mia introduzione non menziona e che Shakespeare e Dylan hanno in comune è l’esorbitante quantità di uccisioni nel loro repertorio. Gli ultimi album di Dylan sono pervasi dalla violenza con un body count di vastità allarmanti, come scrivi nel tuo libro. Affermi inoltre che “Moonlight” è la sorella minore di “It’s Soon After Midnight”, dato che entrambe le canzoni ruotano intorno a un omicidio. Come spiegheresti questa ossessione per le persone che muoiono e sono morte?

Shakespeare e la sua società ne erano circondati e non potevano non pensarci costantemente: la morte allora era davvero una parte imprescindibile della vita di tutti i giorni, così come lo è tuttora in vaste aree del mondo odierno. A quel tempo, mentre ti recavi verso il Globe Theatre, o sulla strada di ritorno, avresti probabilmente incontrato morte o segnali di morte, per esempio teste mozzate ed esecuzioni pubbliche, e pure le devastazioni causate da malattie fatali.

Pertanto è inevitabile che gli scritti di Shakespeare siano permeati dalla morte e dall’immaginario che ne consegue. Sin dalla prima battuta Romeo e Giulietta erano circondati da un immaginario di morte e ed erano condannati a morire. Basta ricordare inoltre le morti tragiche delle eroine di Shakespeare, tra cui Ofelia e Cleopatra, e i palcoscenici disseminati di cadaveri delle tragedie inglesi e romane, dell’Amleto e del Macbeth, per non dir nulla di quell’orgia di sangue che è il Tito Andronico che si apre con un catalogo di morte dove il bilancio delle vittime continua a crescere man mano che ci si addentra nella ferocia e nei massacri fino ad una conclusione cannibalistica.

Tuttavia i tempi cambiano e qualche volta ci conviene ricordarlo quando discutiamo di arte e del suo impatto. Per fare un esempio, mentre studiavo un romanzo del diciottesimo secolo all’università lessi un resoconto psicolinguistico molto dettagliato circa l’importanza di un personaggio che aveva davanti a sé in casa sua un cadavere sdraiato, prima della sepoltura. Un’analisi decisamente postfreudiana e postjunghiana, anticipatrice di ciò che ora definiremmo un disturbo post-traumatico da stress. Ricordo che ne ero entusiasta, mentre la leggevo. L’idea di questo tête-à-tête con la morte estremamente scioccante in età così giovane. Ero giovane anch’io e non avevo mai avuto un incontro “faccia a faccia” con la mortalità, come più tardi ci saremmo abituati a definire certe esperienze. Era molto convincente. Circa un’ora più tardi però cominciai a riflettere sul fatto che chiunque in quel periodo avrebbe avuto regolarmente a che fare con cadaveri a casa propria. La morte tendeva ad essere una presenza costante, non un trauma inaspettato. Questo per quanto riguarda il diciannovesimo secolo. Figurarsi allora come stavano le cose al tempo di Shakespeare, con le calamità della peste, la guerra, la brutalità e una conoscenza medica ancora più rudimentale.

C’è un libro illuminante scritto di recente, in maniera gradevole e scorrevole, che ci tengo a consigliare. Si tratta di un’approfondita analisi fatta da Emma Smith e Simon Palfrey, due illustri esperti di Shakespeare, e s’intitola Shakespeare’s Dead. È interessante vedere quanto pervasiva sia la morte nelle sue commedie, storie e tragedie. In questo campo, va detto, Shakespeare è stato eguagliato da Dylan, a partire dalla lugubre per quanto ironica Talkin’ World War III Blues e attraverso canzoni che hanno mischiato morte e umorismo nel corso della sua lunga e celebrata carriera, come in “Love and Theft” per esempio.

Ma per ritornare alla tua domanda non dimentichiamoci che qui ci stiamo confrontando sia con verità eterne sia con il tema centrale del pensiero umano e dell’arte, e con la creatività con cui cerchiamo di ovviare a questa semplice e indelicatamente ovvia fine che ci aspetta. La morte, per ovvi motivi, rappresenta un tema centrale per molti artisti, se non per la maggior parte. Eppure, come hai detto tu, per questi due artisti è un’ossessione del tutto particolare.

Di primo acchito, data l’epoca differente in cui è cresciuto e ha vissuto, ci si potrebbe sorprendere riguardo a Dylan. Eppure questa potrebbe essere una reazione superficiale visto che la morte regna sovrana sempre e ovunque, e che lui — ecco una delle tante spiegazioni possibili — nacque nel bel mezzo di un periodo di carneficine di massa ed è cresciuto in un’atmosfera di allarme costante dovuto alla minaccia di un olocausto nucleare. In ogni caso è risaputo che fin dall’inizio, fin dal suo primo album, Dylan diede l’impressione di essere fissato con la morte. La centralità di questo tema in quel primo disco è davvero stupefacente se la si esamina in dettaglio, come faccio nel mio libro.

É da lì che mi sono formato il quadro di una presenza costante della morte a fare da fulcro del suo lavoro e cito nel mio libro le parole dette da Howard Alk a Paul Williams, circa quarant’anni fa, riguardo l’aspetto per Dylan cruciale della “paura della morte”. Dagli anni giovanili alla maturità fino alla vecchiaia la centralità di questi stessi temi non ha mai accennato a diminuire.

Ma perché?, tu mi chiedi. Beh, non c’è niente di più essenziale, no? Vita e morte, due opposti, oppure l’una come inevitabile risultato dell’altra, oppure un cerchio, oppure — per chi ha la voglia di crederci — una nuova realtà da esplorare, e via dicendo. Il discorso di Claudio che riprendo dalla prima scena del terzo atto di Misura per misura con l’inizio “sì, ma morire…” ti colpisce per l’enorme forza di profondità di pensiero sulla morte e le sue implicazioni. Un discorso talmente potente che a mio avviso l’opera non ne regge il confronto, l’intero dramma viene sbilanciato fuori dal suo asse portante. Nessuno è in grado di darvi in alcun modo una risposta soddisfacente. Esso è, nella sua essenza e per l’effetto che provoca, al di là di ogni risposta. Questo per me è soltanto uno degli aspetti — benché il principale — a far sì che una profonda sensazione di insoddisfazione rimanga con noi spettatori al termine dell’opera teatrale (la cui conclusione è altrettanto inquietante e angosciosa).

É un po’ come se Blind Willie McTell fosse stata inclusa in Infidels. Tutti lo volevamo con gran clamore, all’epoca. Come dice il vecchio adagio, “attento a cosa desideri” in quanto questa opzione non avrebbe ottenuto le necessarie risposte da parte del resto dell’arte con cui si sarebbe accompagnata. L’album sarebbe stato scaraventano lontano dal suo asse di equilibrio proprio come accade a Misura per misura dopo le struggenti rivelazioni di Claudio. Parimenti, quella canzone avrebbe come un buco nero risucchiato l’intera opera/album dentro di sé, non permettendo alle altre canzoni/scene alcuna fuga “leggera” dalla propria schiacciante attrazione gravitazionale. Penso che Greil Marcus fosse giunto a conclusioni simili commentando Pretty Saro e Self Portrait, ma mi sto allontanando dalla tua domanda, chiedo scusa. Ha! “troppo lontano dalla riva” (“drifting too far from shore”)…ritorniamo alla morte, “di sicuro la morte si sta approssimando dall’alto” (“sure death is hovering nigh”).

Non so tu, ma io mi sto veramente stancando di questo dibattito infinito sulla questione se i testi di una canzone debbano essere trattati come poesia o meno. In ebraico esiste un’unica parola, “shir”. Significa sia poesia che canzone. In altre parole, canzoni e poesie sono sinonimi. Dovremmo forse coniare una nuova parola per porre fine a questo dibattito veramente noioso?

Sì, è noioso per quanti come noi sono ormai coinvolti in queste discussioni da molto tempo. Per quanto mi riguarda, da quando sono maggiorenne. Ma tu ci hai dato il la, quindi rieccoci sull’argomento!

Non penso che dobbiamo coniare nuove parole, poiché ne abbiamo già abbastanza sia in inglese sia nelle parole che importiamo dalle altre lingue, in questo ambito, per classificazioni più precise. È soltanto una questione di utilizzarle come si deve, a seconda del contesto e dell’epoca. Rispetto a Dylan, nello specifico, senza dover ritornare indietro sino alle origini orali della poesia ed al Cantico dei Cantici, come faccio io, possiamo fare riferimento ai Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza di Blake oppure ai canti e alle poesie del suo contemporaneo Robert Burns, molti dei quali sono sia una cosa che l’altra oppure iniziarono come poesia e diventarono canto o viceversa. Poi ci furono i canzonieri di Wordsworth e Coleridge, autentiche svolte culturali, che furono accuratamente e pertinentemente intitolati Ballate liriche. Credo sia davvero importante individuare la giusta terminologia a seconda del contesto, ma non penso che riuscirci sia di una difficoltà insormontabile. Cerco di spiegare tutto questo nel libro e faccio notare che il caso vuole che il Premio Nobel per la Letteratura abbia una sua specifica spiegazione del riconoscimento. Una definizione di gran lunga più ampia e variegata dell’esiguo concetto di una Letteratura delimitata entro angusti confini linguistici.

Ciò di cui proprio non avremmo avuto bisogno è stato il ridicolo incoraggiamento (per usare un eufemismo) da parte del portavoce del comitato del Nobel a “leggere” Blonde on Blonde. Se anche si dovesse attribuire al significato di “leggere” quello di “studiare” (ma sembra molto improbabile), la scelta di una pubblicazione risalente al 1966 ha un che di bizzarro se si pensa che questo tipo di riconoscimento viene specificamente assegnato per le ultime opere in ordine di tempo di un artista, o perlomeno per quelle più recenti. In ogni caso non mi dilungherò nuovamente sull’intera faccenda del Nobel per l’ennesima volta visto che i dettagli ed il contesto riguardanti la premiazione, il comitato e l’ambientazione sono già stati ampiamente trattati nel libro.

Basti notare nel nostro contesto che Shakespeare e Dylan vanno ben oltre la poesia pur essendo, rispettivamente, il più grande poeta dell’arte occidentale e il più grande poeta contemporaneo degli ultimi 60 anni. Le doti di Dylan come cantante sono parte della sua straordinarietà artistica quanto lo è la sua scrittura. E potrei scommettere qualsiasi somma di denaro che la compagnia di Shakespeare, con Shakespeare stesso nei panni di attore, fosse quella che all’epoca forniva le migliori interpretazioni delle opere teatrali di Ben Jonson o di qualsiasi altro drammaturgo a loro contemporaneo. Sì, sono entrambi geni poetici, ma entrambi sanno darci anche molto di più della sola poesia.

Non è incredibile, o è soltanto una di quelle strane coincidenze di cui è fatta la vita, che la musica per l’opera di Shakespeare “The Tempest” fosse composta da un uomo chiamato Robert Johnson, se si considera che Dylan stesso fu ispirato da un bluesman chiamato Robert Johnson a inizio carriera?

Beh, nome e cognome erano così comuni che questa non è veramente una sorpresa ma, come hai giustamente notato, mi è sembrato il caso di menzionare questa coincidenza in una nota a piè di pagina. Certo, ammetto che non sono riuscito a trattenermi dal farlo.

Shakespeare e Dylan condividono un’ulteriore qualità, cioè l’abilità di coniare nuove frasi e di riuscire a iniettarle nel flusso sanguigno di una lingua. Espressioni come “per vivere fuori dalla legge devi essere onesto” oppure “non è tutto oro quel che luccica” sono diventate di utilizzo comune nell’inglese del giorno d’oggi. Non pensi che l’invenzione di questo tipo di battute sia anch’essa un modo per raggiungere l’immortalità?

Sì, sono contento che tu abbia prestato attenzione a questo aspetto. Mi ci soffermo abbastanza a lungo nel secondo capitolo, parlando della figura dei bardi, perché questa è una caratteristica essenziale e ricorrente tra i più grandi geni della nostra cultura orale e letteraria.

L’immortalità? Beh, sì, penso di sì — purché la nostra specie sia destinata a sopravvivere in maniera cospicua a questo mondo, o perlomeno lo siano la nostra cultura e le nostre lingue. Dylan ha sempre avuto fiducia nella longevità del proprio lavoro, è possibile accorgersene riandando ai giorni in cui frequentava Karen Wallace, quando niente avrebbe potuto indicare per lui un futuro così brillante. Per quanto riguarda Shakespeare, si sa che scrisse “finché uomini respireranno o occhi potran vedere / queste parole vivranno”, proprio in un sonetto guarda caso, fatto circolare privatamente e non destinato alla pubblicazione.

Non è solo quello che hanno generato che è degno di nota bensì, come sottolineo nel mio libro, anche quello che hanno rinnovato, rinvigorito o rigenerato, scegli l’accezione che vuoi. Vale a dire che essi hanno saputo popolarizzare e divulgare ancor più ampiamente ciò che era già conosciuto e lo hanno reso immortale, per usare la tua espressione. “Non è tutto oro quel che luccica” è un luogo comune che io cito in una sua variante piuttosto simile presa da Chaucher e poi ne rintraccio le origini fino a un proverbio risalente agli antichi romani. Non saprei dirti di quanto esso preceda la sua comparsa ufficiale nel Codice Civile Romano, ma ritengo che non ci si sbagli di grosso nello stimare che risalga addirittura a prima dei due millenni e mezzo che occupano la mia ricerca. È quel tipo di ovvietà che starebbe bene in bocca al caro vecchio e buon Polonio insieme ad altre banalità come “sii fedele a te stesso” con cui non fa che annoiare a morte la sua progenie, ma l’utilizzo che ne fanno i nostri Bardi nei loro lavori dà a questo tipo di espressioni un nuovo smalto che le farà brillare per sempre, sì. Persino il consiglio dato da Polonio, dopo tutto, viene spesso citato come se fossero le sagge parole pronunciate dallo stesso Shakespeare e non le stupide parole di una vecchia ciabatta diventata lo zimbello di tutti gli adolescenti.

L’altro verso da te citato ha un suo potenziale antecedente, benché non così esattamente rintracciabile questa volta. Michael Gray ha segnalato che “The Lineup” (“Crimine silenzioso”), un film di Don Siegel del 1958, contiene la seguente battuta: “Quando vivi fuori dalla legge devi eliminare la disonestà”. Che fosse in qualche modo presente nel subconscio di Bob? Non ci sarebbe niente di sorprendente, dato che la battuta proviene da un celebre film noir ambientato nel mondo dei sicari della mafia e degli spacciatori di eroina. In quanto tale è una fonte che si trova in ottima compagnia insieme a molti altri riferimenti cinematografici nelle canzoni di Dylan.

Eppure io non credo che Dylan fosse consapevole di questa particolare connessione. Non per negare che possa esistere in un certo senso, ma perché lui ha voluto definire il suo verso, in una conversazione telefonica privata, come il suo “supremo colpo shakespeariano” messo a segno. Non c’è nessun indizio, in questo contesto o nel tono attribuitogli, che Dylan stesse facendo uno dei suoi soliti giochetti in quel frangente. Non che uno possa mai esserne certo, ovviamente.

Mentre ci avviamo alla conclusione, quali sono i tuoi futuri progetti come scrittore?

Nessun progetto al momento, proprio nessuno. Ma non si può mai dire quando arriva un’idea che richiede di essere messa per iscritto. Al momento tuttavia le mie giornate sono molto corte per via di un disturbo del sonno, e quel poco che mi rimane è preso massicciamente dall’insegnamento (tra l’altro, molto Shakespeare e un po’ di Bob). Comunque faccio di tutto per mantenere un’intermittente presenza sui social mentre raccolgo continuamente aggiunte al mio libro che non sono finora state pubblicate. Forse un giorno ci sarà una versione e-book che le conterrà. Sembrano progredire all’infinito come i tour di Dylan. I visitatori degli Archivi di Tulsa, mossi da gentilezza e generosità nei miei confronti, mi mandano varie sue allusioni a Shakespeare che hanno scoperto durante le loro attività di ricerca. Proprio la scorsa settimana mi è capitato di ricevere un verso tratto da una prima stesura di Bye and Bye che descriveva la figura di Macbeth verso la fine del pièce teatrale che porta il suo nome.

Non è forse una gran figata? Quanto vorrei che Dylan avesse tenuto per sé questa chicca a beneficio del mio libro. Invece è solo quel tipo di cosa che potrebbe far parte di una futura “postfazione”. Benché quel verso non compaia nella versione finale di quella canzone su “Love and Theft”, alcuni dei suoi versi furono utilizzati in High Water for Charley Patton (“posso scriverti poesie / da far impazzire il più forte degli uomini”) e Tweedle Dee and Tweedle Dum (“Tweedele-dee Dee è un poco di buono / Tweedle-dee Dum, è pronto a pugnalarti dovunque tu stia). Nella versione abbozzata dei versi di Bye and Bye, la strofa nella sua interezza rappresenta un’ulteriore specifica allusione a Shakespeare. Da un bardo all’altro, per così dire.

Questa tua ultima allusione non può che riportarmi ai versi immortali di Dylan “quanto vorrei poterti scrivere una melodia così semplice / da impedirti, mia cara signora, di uscire di senno”. Mi sembrano la chiosa perfetta per concludere la nostra conversazione. Grazie, Andrew.

Versione inglese qui

Mitologie a confronto

Una Bussola tra Rock e Tecnologia

Marco Zoppas

Written by

Insegnante e traduttore. Autore dei libri “Ballando con Mr D.” su Bob Dylan e “Da Omero al rock”

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