Marco Zoppas
Oct 8 · 5 min read

I due Bob — Marley e Dylan

Foto di Bob Marley da aliexpress.com

E se Gesù Cristo suonasse la chitarra elettrica? Nella trama di A volte ritorno, un’irriverente racconto scritto da John Niven, in un momento di svago, mentre Gesù sta strimpellando insieme a Jimi Hendrix in una jam session in Paradiso, Dio gli comunica che deve ritornare sulla terra visto che le cose lì non stanno andando per il meglio. Questa volta a New York City, non a Gerusalemme.

Per predicare il suo messaggio d’amore Gesù fonda una rock’n’roll band. Diventa una celebrità e guadagna un’ingente somma di denaro grazie alla sua partecipazione a un talent show. Non appena si trasferisce nel Texas insieme al suo gruppo e creano una comunità imperniata su uno stile di vita alternativo, diventa chiaro che John Niven sta pesantemente alludendo a quanto accadde a Waco nel 1993, quando una setta chiamata The Branch Davidians fu praticamente annientata dalle forze governative con l’uso di carri armati e gas lacrimogeni. Il guru del culto, un “messia” appassionato di chitarra di nome Vernon Howell, si era ribattezzato David Koresh per presentarsi come la guida designata per il ripristino del regno israelita.

Nel 1987 il drammaturgo Sam Shepard condusse un’intervista a Bob Dylan il quale, alla domanda se ci fosse qualcuno che avrebbe voluto incontrare nella vita senza esserci però mai riuscito, rispose immediatamente: Bob Marley. E poi aggiunse: “una volta eravamo entrambi in concerto a Waco, in Texas. E l’ho mancato…come vorrei averlo incontrato”. L’affermazione di Dylan contraddice le note di copertina riportate nella raccolta di brani reggae Is It Rolling Bob?, dove l’autore Roger Steffens sostiene che Dylan e Marley si erano già incontrati presso il Roxy Club di Los Angeles nel 1976.

Comunque stiano le cose, la vicenda dimostra lo spessore del rispetto reciproco tra i due artisti. Quando Dylan pubblicò sulla copertina dell’album Saved la citazione biblica “ecco i giorni vengono, dice il Signore, in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda”, Marley ne fu compiaciuto e disse: “Bob Dylan mi interessa. E quello è anche un buon verso, una rivelazione, un collegamento con i Rasta, poiché Hailé Selassié è il leone conquistatore della tribù di Giuda”.

Circa un anno prima Marley aveva composto Redemption Song, i cui versi finali prima del ritornello ricordano sia un discorso pronunciato dall’attivista giamaicano Marcus Garvey sia lo stile poetico di Bob Dylan:

“Per quanto tempo ancora uccideranno i nostri profeti

Mentre assistiamo in disparte?

Sì c’è chi dice che è solo una parte

Dobbiamo arrivare in fondo al libro”

Che i versi “ora puoi sigillare il libro e non scrivervi più” di Trying To Get To Heaven del 1997 siano, oltre alle varie ulteriori ipotesi, anche una risposta di Dylan all’appello di Marley?

L’ascesa al potere dell’imperatore Hailé Selassié nel 1930 suscitò ampio interesse presso la popolazione afroamericana. Nelle note a piè di pagina della sceneggiatura di Love In Vain, l’autore Alan Greenberg scrive che persino Robert Johnson, un bluesman che influenzò profondamente il giovane Bob Dylan, era solito discutere l’importanza dell’Etiopia vista all’interno di un contesto biblico. Forse era stato influenzato dai Black Jews, un movimento che considerava i propri adepti come membri delle dieci tribù perdute d’Israele e aveva ormai raggiunto molte parti dell’America. Essi erano prevalentemente di origine caraibica.

Alcune sette all’interno della comunità rastafariana si proclamano i diretti e veri eredi dell’antico Israele per via della loro discendenza africana e salomonica. Bob Marley diede legittimità e globalizzò il tafarismo abbracciando la fede Rasta nella divinità di Hailé Selassié, detto Tafari. Secondo il credo di Marley la monarchia etiope discende direttamente dal frutto dell’unione avvenuta fra re Salomone e la regina di Saba, dalla quale fu generato un figlio di nome Menelik che regnò sull’Etiopia e incoraggiò la diffusione del giudaismo nei territori limitrofi di Egitto, Sahara e Africa occidentale. Il suo discendente Hailé Selassié — figura molto controversa nel dibattito politico — sarebbe pertanto da considerarsi come l’unto del Signore, il messia tanto a lungo atteso dai rastafariani. Il destino dei Black Jamaicans, esuli presso “i fiumi di Babilonia” sin dai tempi della diaspora dall’Etiopia, è perciò quello di riunirsi alla madrepatria Africa facendo ritorno alla terra promessa.

Bob Marley prese sul serio la sua missione di profeta e liberatore. Verso la fine della sua vita iniziò a indossare un misterioso anello salomonico (vedi la copertina della famosa raccolta di canzoni Legend), si convertì al cristianesimo e cambiò il suo nome in Berhané Selassié. Ha voluto essere sepolto in Etiopia.

Quando si convertì al cristianesimo Bob Dylan cantò i seguenti versi in Precious Angel:

“Sei la regina della mia carne, ragazza, sei la mia donna, la mia delizia

Illumini la mia anima, ragazza, come una torcia nella notte

Ma gli occhi sono pieni di violenza, ragazza, non lasciamoci irretire

Mentre usciamo dall’Egitto, attraverso l’Etiopia, verso il pretorio di Cristo”

Perché? Perché attraverso l’Etiopia? Un “vento caraibico” soffia attraverso le canzoni di Dylan.

L’album Under The Red Sky contiene una canzone il cui titolo è preso da un romanzo scritto da Joseph Heller sulle immaginarie memorie in punto di morte di re Davide — God Knows. Nel secondo verso dell’omonima canzone Dylan avverte che “non ci sarà più acqua / bensì fuoco la prossima volta”, in una vena non dissimile da quella dei Branch Davidians di Waco secondo il cui credo l’imminente fine del mondo si sarebbe consumata nel fuoco.

Il fuoco la fa da padrone anche nelle visioni apocalittiche di Bob Marley riguardanti la moderna Babilonia. Non a caso la sua biografia scritta da Timothy White è stata intitolata Una vita di fuoco. Il sito web ufficiale bobmarley.com lo descrive come “un’icona culturale che esortava la sua gente ad imparare la propria storia che risaliva alla stirpe di re Davide e alla linea di Salomone”. I And I, una ballata rock/reggae composta da Dylan ed eseguita insieme alla sezione ritmica giamaicana di Sly & Robbie, contiene versi sublimi rivolti a una donna non ben identificata che “in un’altra vita (…) deve aver posseduto il mondo, o essere stata la sposa fedele / di un re giusto che scrisse salmi tra i riverberi del chiaro di luna”. Dylan sta forse riferendosi a re Davide le cui abilità con gli strumenti a corda ed il notevole talento con i versi erano più che proverbiali?

Non si sa molto del messaggio di David Koresh, potrebbe benissimo essere stata aria fritta. Fatto sta che, come nel caso di Dylan e Marley, musica rock e religione sono strettamente intrecciate, quasi in simbiosi l’una con l’altra. Non ho ancora ben capito come affrontare questo argomento riguardante i riferimenti biblici, i culti e i testi delle canzoni. Ma qualcosa mi dice che un giorno ci aiuterà a far luce su uno dei più grandi misteri della storia del rock’n’roll: la trasfigurazione di Bob Dylan.

Versione inglese qui

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Marco Zoppas

Written by

Insegnante e traduttore. Autore dei libri “Ballando con Mr D.” su Bob Dylan e “Da Omero al rock”

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