Armiamoci e partite!

Il paradosso delle Digital Transformation

Passare al digitale in maniera consapevole e saggia non è facile: è davvero una delle prove più difficili per l’essere umano e di questo chiunque governi, a qualsiasi livello, dalla politica, all’economia, all’impresa, all’apprendimento, alla salute ha il dovere di farsi carico in tutti i modi possibili di questa complessità in maniera amorevole e paziente quanto visionaria e razionale (…) Non è possibile indirizzare e supportare qualcuno in un percorso–non tanto di quelli specialistici quanto di comportamento quotidiano–se non lo si è già adottato e quindi se non si sono sperimentate in maniera più o meno vincente quelle stesse difficoltà.

Il tormentone di questo periodo storico nelle imprese è quello della Digital Transformation — che si accompagna al Change Management, alla Disruption, all’Impresa 4.0, allo Scrum e tanti altri slogan che troviamo per ogni dove.

Non è proprio possibile fare marcia indietro: ci siamo dentro già tutti quanti, anche se il più delle volte inconsapevolmente. Questo perché non abbiamo capito o non accettiamo.

Come Shakespeare fece dire a Prospero in uno dei suoi lavori maggiormente esoterici:

« Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita »

Dal PC allo Smartphone

Tra gli anni ’80 e i ’90 ha avuto luogo una prima trasformazione nelle imprese guidata da dei principi Mefistofelici, ovvero quello dell’arricchimento estremo e della concentrazione del controllo attorno a pochi nomi. Si è trattato di qualcosa di particolarmente ambiguo per lo più guidato dall’estensione dell’automazione dall’ambito delle macchine a quello delle persone, dei colletti bianchi che hanno spesso inconsapevolmente accettato di trasformarsi nei terminali passivi degli ERP. Ora stiamo connotando questa trsaformazione sotto il termine “obsoleto” di Informatica o ICT, ma per farlo si battezza quello attuale con un nuovo termine: Digital, appunto.

Questo non vuol dire che i più abbiano compreso la differenza, anzi…

Per mascherare questa incomprensione mascherano la cosa con mille slogan gentilmente forniti dai consulenti, che a loro volta sono davvero scarsamente digital nel loro mestiere. Se c’è qualcosa di davvero nuovo occorre poterlo spiegare in modo semplice per tutti.

Quando penso al Digital mi viene certo in mente Bezos, Jobs (che ci si dimentica essere stato il primo a diffondere il concetto di Digital HUB), Google e così via. Tuttavia, il vero perno di tutto il cambiamento è l’oggetto che maggiormente ci portiamo dietro, o che porta in giro noi, spesso: lo SmartPhone!

Purtroppo la cosa è tutt’altro che chiara a tutti. Né ci si rende conto come il monopolio da parte di due sistemi operativi mobili, nel momento in cui andasse in crisi a causa dei tanti rischi che proprio in questi giorni ci appaiono evidenti da parte dei produttori con fallimenti sconsiderati di ottime alternative (come Blackberry e più che mai Mobile Phone), potrebbe buttare all’aria i progetti digital necessariamente mobile-dipendenti.

Gli anni del computer sono infatti finiti: oggi si sta andando verso la microgranularità del cyber nell’esperienza individuale e sociale. Paradossalmente, quelli che cercano di fare resistenza fanno non meno il gioco del cambiamento quanto quelli che lo accettano passivamente. Ogni dialettica di contrapposizione fa sempre vincere la strada più facile e quasi sempre l’alternativa nostalgica non ha nessuna proposta valida da offrire al futuro, oltre al proprio Aventino.

La sola strada possibile è quella di appropriarsi o per lo meno associarsi alle dinamiche e alle energie del cambiamento. Ad esempio, entrando in relazione con lo SmartPhone invece di essere pilotati da lui. Le macchine — anche quelle intelligenti—non sono mai un pericolo in sé: è sempre l’uomo a fare i danni e a costituire un vero e proprio pericolo per il pianeta.

Per miopia e pigrizia o per egoismo e ingordigia: in fondo due facce della stessa medaglia, quella della stupidità.

Il cambiamento in chiave digital

Passare al digitale in maniera consapevole e saggia non è facile: è davvero una delle prove più difficili per l’essere umano e di questo chiunque governi, a qualsiasi livello, dalla politica, all’economia, all’impresa, all’apprendimento, alla salute ha il dovere di farsi carico in tutti i modi possibili di questa complessità in maniera amorevole e paziente quanto visionaria e razionale.

Esiste inoltre un’importante dimensione di intelligenza emotiva, quella di Goleman, di enorme importanza che va, non solo salvaguardata, ma proprio esaltata in quanto una delle dimensioni più specifiche dell’essere umano di cui la macchina chiede a lui di occuparsi e di farsi carico e che invece lui in genere minimizza cercando di imitare la macchina considerando intelligente quanto questa sa far meglio di lui. È come se l’uomo avesse creato un antagonista in grado di stracciarlo in uno sport specifico su cui lui, l’uomo, decide di investire tutto come se al mondo non esistesse altro. Un capolavoro!

Non è possibile indirizzare e supportare qualcuno in un percorso–non tanto di quelli specialistici quanto di comportamento quotidiano–se non lo si è già adottato e quindi se non si sono sperimentate in maniera più o meno vincente quelle stesse difficoltà.

E questo è quello che manca prima di tutto a gran parte dei manager e degli stessi consulenti di Digital Transformation, Disruption e Change Management.

Condivisione, Social e Workflow: il pericolo della dipendenza dalle—indispensabili—piattaforme “digital”

La condivisione -specie a ranghi di smistamento ridotti- tende a generare ingorghi insostenibili

Proprio come i meccanismi di delega, tutto quanto è social, agile, a legami deboli ha una forte tendenza all’entropia, ovvero ad una certa disgregazione degli automatismi organizzativi che tengono unite le persone generalmente attorno alla gerarchia e quindi ai compiti invece che agli obiettivi o, con difficoltà ancora superiori, ai meccanismi di adattamento reciproco tipici di quell’adhocracy a cui gran parte dei cambiamenti organizzativi in chiave di trasformazione digitale fanno riferimento.

Di tutte le pratiche, gli stili, i riferimenti che più caratterizzano il ridirezionamento in senso digitale sicuramente la più importante è la comprensione e l’adozione di una filosofia, ma soprattutto del numero maggiore di pratiche e comportamenti di condivisione.

E non sto parlando solo di condivisione del compito, ma anche della gestione del tempo, delle roadmap dei progetti, delle conoscenze… senza tralasciare gusti ed emozioni, elementi di creatività e dati di analisi.

La condivisione è talmente importante quanto scarsamente compresa e praticata a favore di slogan e automatismi che quello che si richiama al “Digital” senza di lei non può essere altro che un robot, una commodity.

Ora, la domanda è:

«Quanti manager usano la condivisione? Quanti hanno utilizzato gli strumenti digital e soprattutto le metodologie ad essi correlate che si aspettano di vedere usate dagli impiegati dell’azienda? Quanti dei consulenti che andranno a installarle lo fanno abbastanza da mettersi adeguatamente nei panni degli altri? Infine, quanti degli appartenenti ad entrambe le categorie comprendono abbastanza che la vendita di una piattaforma non è la soluzione, ma il problema? Ovvero, che ogni piattaforma porta con sé una reazione a catena che finisce per modificare i comportamenti, gli schemi cognitivi e di valori delle persone che devono usarle e la loro autonomia? E che, anche nei rari casi in cui finirà per trasformarsi in un bene, per i primi tempi sarà sicuramente un male e una sofferenza per il sistema umano, lo diverrà solo dopo un’esperienza pesante se non traumatica?»

Digital Epistemologies

Sarebbe giusto ed etico che chi dovrà occuparsi di Digital Transformation abbia fatto sue piattaforme, metodologie, comunicazioni, comportamenti, valori e stili che porterà ad adottare. E non solo quelli di un tipo ma il maggior numero di tipologie o per lo meno logiche possibili, altrimenti non farà altro che esportare il solito vecchio anchilosito e maleodorante potere battezzandolo come agile o collaborativo. Ogni lamento dell’impiegato deve essere stato superato da chi lo introduce prima di predicare. Se sarà così, si capirà che nelle piattaforme adottate il design di utilizzo, usability o UX che dir si voglia, è tutt’altro uguale a se stesso: ognuno porta con sé un metodo e ogni metodo una logica e dei valori di installazione sociale.

Potremmo chiamarla “l’epistemologia delle reti sociali organizzative” e delle piattaforme digital di condivisione e di organizzazione, ma siamo sicuri che non forniremmo niente di meglio che un ulteriore slogan per predicatori che hanno tutt’altro che intenzione di praticare quello che predicano?